sabato, novembre 17

I luogotenenti del Capitale e l’alternativa da costruire

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Siamo entrati dunque nella fase cruciale e decisiva di una campagna elettorale cominciata in realtà molti mesi fa che vede le tre forze politiche principali conservatrici, contendersi la direzione politica istituzionale del capitalismo italiano.

Il clima politico e socioculturale è pesante, dominato dall’offensiva complessiva delle forze della destra, da ideologie reazionarie, da proclamazioni apertamente razziste, dallo sdoganamento in forme più o meno mascherate dello stesso fascismo in un contesto in cui pesano sulle classi lavoratrici le dure sconfitte degli anni passati, l’accettazione delle politiche liberiste da parte delle organizzazioni sindacali, un generale disorientamento politico ed anche culturale, la chiusura in se stesse di molte persone, il prevalere della rabbia e della disperazione su una ragionata volontà di resistere e di riorganizzarsi.

Eppure le lotte di resistenza operaie e sociali sono numerose, anche se sparse e divise tra di loro: uno dei compiti della nuova coalizione che si è formata con Potere al Popolo è proprio quello di utilizzare anche le elezioni per dare speranza, punto di riferimento, proposta per una riorganizzazione collettiva delle classi lavoratrici sfruttate ed oppresse. Un compito non facile, ma possibile e tanto più necessario.

Si vota con una legge elettorale costruita per garantire alle segreterie politiche dei maggiori partiti di avere il pieno controllo dei loro eletti. Quasi impossibile che uno di loro possa avere la maggioranza assoluta in Parlamento; si renderanno necessarie manovre politiche e alleanze più o meno spurie; i capi hanno bisogno di truppe a loro fedeli pronti alle scelte tattiche (comprese le giravolte) che dovranno operare. A questo fine Renzi ha costruito le liste del PD barricate intorno alla sua figura, al fine di poter di salvare in ogni caso un ruolo centrale nelle prossime navigazioni politiche e parlamentari.

Il paese della diseguaglianza sociale

Il paese conosce una modesta ripresa economica come negli altri stati di Europa, ma è un paese devastato da venti anni di politiche di austerità, un paese tra i peggiori del continente per diseguaglianze sociali, dove la povertà si è allargata a dismisura, dove i salari e i redditi delle classi lavoratrici sono stati saccheggiati, i diritti del lavoro schiacciati, quelli sociali drasticamente ridotti; il tutto a vantaggio delle classi superiori. L’ingiustizia sociale regna sovrana; la divisione e la contrapposizione degli sfruttati e degli oppressi è la cifra principale delle politiche di chi ha governato (destra o presunta sinistra o centro sinistra) negli anni passati e di quella che vogliono continuare a praticare: 10 milioni di poveri; 7 milioni e mezzo di persone a cui manca in tutto o in parte il lavoro; dieci milioni che rinunciano alla sanità per mancanza di mezzi e perché il sistema pubblico fa acqua da tutte le parti; una scuola che da elemento democratico di formazione e istruzione culturale, diventa il luogo in cui si fornisce manodopera gratuita alle aziende e si plasmano i giovani ad accettare come legge naturale il ruolo di merce subalterna e flessibile alle esigenze del mercato e dei profitti delle imprese.

Era stato detto che le nuove forme contrattuali di Renzi e Poletti (in particolare il Jobs Act) avrebbero eliminato la piaga del lavoro sommerso, grazie alle nuove condizioni contrattuali particolarmente favorevoli concesse ai padroni. Niente di più falso. L’introduzione di queste leggi, tra cui la piena libertà di licenziamento per le aziende, è andata – non a caso – di pari passo con un ulteriore sviluppo del lavoro nero (3,3 milioni di persone secondo le analisi del Censis) che si somma al “regolare” lavoro precario e a termine. Il deterioramento dei rapporti di forza a svantaggio dei lavoratori, l’enorme incidenza dell’esercito industriale di riserva, le politiche di svalorizzazione del lavoro, hanno determinato inevitabilmente questi risultati drammatici: milioni di persone che cercano disperatamente una occupazione, costretti ad accettare qualsiasi lavoro nelle peggiori condizioni.

La ricchezza e la produttività hanno ripreso a crescere, ma l’aumento degli orari e dello sfruttamento combinato con la precarietà e la riduzione delle retribuzioni nonché il taglio della spesa pubblica per pagare il servaggio del debito hanno determinato il quadro di ingiustizia sociale fotografata recentemente dall’Oxfam (Oxford committee for Famine Relief): nel 2017 il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, il 60% appena il 14,8% della stessa. Una fetta di super privilegiati (l%, la grande borghesia) detiene una ricchezza 240 volte superiore a quella detenuta, nel suo insieme, dal 20% più povero della popolazione. Il reddito del 10% più povero degli italiani nell’ultimo decennio ha subito un crollo del 28%, mentre quasi la metà dell’incremento di reddito registrato nello stesso periodo è stato appannaggio del 20%. Il documento di Oxfam spiega quello che su queste pagine tante volte abbiamo descritto: “Il sistema economico attuale consente solo a una ristretta élite di accumulare enormi fortune, mentre centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame”; e che questo accade perché domina “La forsennata corsa alla riduzione del costo del lavoro che porta all’erosione delle retribuzione”.

Ma questo è il capitalismo concreto, questo è la realtà inaccettabile e vergognosa di un sistema economico che va combattuto fino in fondo. Per questa ragione noi pensiamo che non sia sufficiente combattere il liberismo imperante, ma anche il capitalismo in quanto tale, lavorando per una alternativa complessiva di sistema a partire dalla affermazione immediata, ma carica di significato: “Le nostre vite valgono più dei loro profitti e delle loro rendite finanziarie”.

La gara per gestire il capitalismo italiano

Le tre forze politiche principali vanno giudicate per il ruolo svolto e per le scelte effettuate di fronte a questa realtà sociale ed economica. Tra loro si moltiplicheranno ancor più gli scontri e la gara alle false promesse al fine di conquistare consensi elettorali, ma il loro orizzonte comune è il mantenimento del sistema attuale; i tre soggetti sono in concorrenza per chi deve gestire gli affari della borghesia. Dopo le sparate della coalizione delle destra ecco in questi giorni le 100 promesse di Renzi coniugate come sempre come elemosine familiste e ulteriori sgravi contributivi per le imprese. Sono tutti di destra perché propugnano scelte economiche e sociali finalizzate alla divisione e alla sconfitta del movimento delle classi lavoratrici.

La natura di destra è immediato ed evidente per la coalizione che raggruppa Forza, Italia, la Lega e Fratelli d’Italia che combina xenofobia, razzismo, nazionalismo e suggestioni fascisteggianti avendo come proposta economica centrale di ridurre ancora le tasse ai ricchi con la flat tax; ma vale anche per il PD che in questi anni ha contribuito in modo determinante a regalare 40 miliardi ai padroni con sgravi fiscali e contributivi, che ha favorito la precarietà e la destrutturazione dei contratti di lavoro e abolito l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che ha aumentato ancora le spese militari (+3%), decidendo con Gentiloni e Minniti di far morire nei deserti chi fugge fame e guerra ed inviando truppe in Africa per gestire nuovi progetti neocoloniali; ma vale infine anche per il M5S, presentatosi come alternativa di sistema, ma che oggi, con il suo candidato premier, va ad accreditarsi come leale gestore del sistema presso le grandi forze economiche rassicurando la borghesia sulle sue “buone” intenzioni compreso il fatto che rispetterà le regole europee del “fiscal compact”, non facendo economia di dichiarazioni e di intenti chiaramente reazionari e anti migranti volti a conquistare il voto di elettori della destra. Uno scenario rivoltante.

E’ questo contesto sociale e politico che rende possibile lo sviluppo della attività, compresa l’azione squadristica delle forze dell’estrema destra fascista e ormai anche quella leghista, come dimostrano i fatti di Macerata alimentate ogni giorno dalle incitazioni all’odio contro i migranti di un pericolosissimo personaggio come Salvini, non contrastato in alcun modo né dalle forze politiche, né dai media. Contro queste azioni criminali non c’è stata finora una risposta politica e di mobilitazione corrispondenti alla gravità del pericolo crescente. Le ideologie razziste, nazionaliste e fasciste vengono ormai propugnate apertamente sotto vari aspetti e avvelenano settori sociali e popolari disperati e diseredati. La crisi delle forze della sinistra e delle organizzazioni sindacali si esprime anche sotto questa forma.

La nostalgia del centro sinistra “perduto”

Per questo abbiamo ricercato in tutti questi mesi la massima unità d’azione con tutte le altre forze realmente di sinistra e con le aree del sindacalismo di classe e i movimenti sociali per favorire il rilancio delle lotte e delle mobilitazioni, difendendo nello stesso tempo la necessità di costruire uno schieramento largo e plurale per le elezioni. Abbiamo ritenuto importante che le lavoratrici e i lavoratori, tutto il mondo del precariato e dei disoccupati, potessero trovare anche nel voto una possibilità di espressione alternativa in funzione dei loro bisogni ed interessi.

Questa alternativa non poteva essere e non può essere la formazione di “Liberi e eguali”, una aggregazione che ha come esponenti politici trainanti quei dirigenti estromessi del PD che hanno gestito dal governo per anni le politiche dell’austerità, regalato soldi ai padroni, sviluppato la presenza militare italiana in giro per il mondo, e successivamente votato le leggi di Renzi compreso il Jobs Act e la “Buona scuola”. E’ quest’ultimo un odioso provvedimento di cui oggi nessuno parla, perché il consenso tra i partiti maggiori è amplissimo e perché tutti loro hanno interesse che questa profondissima involuzione della scuola italiana passi nel silenzio.

Non è un caso che “Liberi e Uguali” non propongano l’abolizione della legge Fornero e della Buona Scuola e non difendano la reintroduzione piena dell’articolo 18 a difesa del lavoro. La prospettiva di “Liberi e Eguali” è solo la sconfitta di Renzi nel PD per cercare di riappropriarsi di questo partito e di ricomporre il centro sinistra. Alcuni loro esponenti hanno già dichiarato la disponibilità a partecipare a un governo di coalizione proposto dal Presidente della Repubblica, nel caso praticamente certo, che nessuno dei partiti ottenga la maggioranza parlamentare. Non verrà da questi l’alternativa; non è questa la vera sinistra.

Serve una vera sinistra antiliberista e anticapitalista

Abbiamo lavorato in questi mesi perché si concretizzasse uno schieramento il più largo possibile che coinvolgesse forze politiche, soggetti ed esperienze sociali reali di movimenti a dimensione nazionale e locale; dopo il fallimento preannunciato del Brancaccio abbiamo visto positivamente e sostenuto la nuova esperienza sorta dall’appello dell’ex Opg di Napoli che vede la partecipazione di un arco di soggetti politici e sociali ampio e significativo capace di coinvolgere vecchie e nuove forze militanti. La gestione democratica della coalizione, la capacità di far partecipare dal basso il maggior numero di persone, il riconoscimento del carattere plurale della coalizione e il rispetto reciproco dei soggetti presenti sono tutti elementi indispensabili per il successo della lista e per il lavoro che deve svolgere sul terreno sociale, nei territori, nei di luoghi di lavoro, nelle scuole, sia in questo mese che in futuro. Il programma uscito dalle assemblee e varato dal coordinamento nazionale è antiliberista e radicale e crediamo di avere portato un contributo nella sua elaborazione: avremmo forse voluto qualcosa di più, qualche maggiore definitezza su certe tematiche, qualche rimando più chiaro alla prospettiva anticapitalista, ma esso è tale da permettere una buona ed efficace campagna di alternativa alle politiche dominanti ed è un valido supporto per mobilitazioni possibili e necessarie. Sono obiettivi, da sostenere nella campagna elettorale, ma sono soprattutto rivendicazioni che dovranno animare le mobilitazioni sociali e politiche dopo il 4 marzo.

Come è stato scritto sul nostro giornale: “Rivendicazioni che puntano ad eliminare tutte quelle scelte, politiche, economiche, sociali, ambientali, che sono state adottate negli ultimi trenta anni dal capitalismo neoliberista e che tutte le principali forze politiche promettono di perpetuare ed approfondire nei prossimi anni. Il lavoro, il salario, la casa, la pace, il rispetto dei diritti, l’autodeterminazione delle donne, la libertà di scelta sessuale, la difesa e il ripristino dei servizi pubblici nella scuola, nella sanità, nei trasporti, la tutela ambientale.

L’apparizione della lista Potere al popolo costituisce la sola controspinta alle dinamiche reazionarie nella quale sta scivolando da anni la vita politica italiana. Non possiamo sapere quale sarà il suo risultato elettorale, ma un successo l’ha già ottenuto portando all’attività e alla mobilitazione energie vecchie e nuove, una ventata di aria fresca in una stanza fin troppo chiusa; esse potranno operare anche dopo il voto del 4 marzo”.

Vale la pena di impegnarsi per il suo successo, vale la pena di lavorare perché dopo il 4 marzo la coalizione sia capace di tradurre in realtà quanto affermato nel programma, la costruzione dei movimenti di resistenza su piattaforme mobilitanti, un lavoro unitario e coerente sui diversi aspetti, compreso quello indispensabile, sindacale. Si tratta di aiutare settori sempre più ampi della classe lavoratrice, disoccupati, precari, di organizzarsi e di essere protagonisti del loro destino.

Bisognerà reggere nel prossimo periodo il nuovo urto violento delle politiche del governo quali ne siano i partiti che lo comporranno e contrastare le organizzazioni dell’estrema destra: è fin troppo chiaro che, passate le elezioni, le forze della borghesia italiana ed europea, attraverso le loro istituzioni e le norme dei trattati europei, presenteranno un nuovo salatissimo conto alle classi lavoratrici.

Dal voto delegato bisognerà passare al voto diretto, quello decisivo per cambiare la realtà, la lotta sociale di classe.

La nostra organizzazione è pienamente impegnata nella battaglia per il successo della lista di Potere al Popolo e, dopo il 4 marzo, per rilanciare la mobilitazione sociale.