sabato, novembre 17

Russia | Elezioni presidenziali dall’esito scontato. Ma e dopo?

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Stando alle previsioni, le prossime elezioni presidenziali russe del 18 marzo non riserveranno alcuna sorpresa: non saranno che l’ultima legittimazione di una ennesima presidenza di Vladimir Putin. Tuttavia, questa “vittoria” annunciata, ottenuta grazie a una massiccia pressione sull’elettorato e a un rigido controllo della sfera politica da parte del Cremlino, non rappresenterà che un ulteriore approfondimento della crisi del modello putiniano di “democrazia controllata” [1]. Nel corso dell’attuale terzo mandato di Putin, infatti, il suo regime s’è sempre più rivelato come fondato sulla sua persona, e il fatto che i suoi contenuti “democratici” si riducano a nient’altro che a una facciata è ormai evidente al di là di ogni ragionevole dubbio. Nel corso degli ultimi anni la retorica della Russia come “fortezza assediata” e l’appello a stringersi attorno al “leader nazionale” per far fronte ai nemici esterni hanno fatto sì che quasi tutte le elezioni di qualunque tipo si siano trasformate in plebisciti per ribadire la propria fede nel Paese e la propria lealtà verso il governo.

Il problema dell’astensionismo. La crisi economica in corso, la diminuzione del reddito di gran parte della popolazione e le sempre più evidenti diseguaglianze sociali stanno facendo crescere una voglia di protesta che non trova più modo di esprimersi all’interno delle istituzioni politiche. Questa forma di malcontento passivo si manifesta sempre più nell’astensionismo elettorale. Non a caso, le ultime elezioni legislative dell’autunno 2016 hanno rappresentato un campanello d’allarme per le autorità: i votanti in tutto il Paese sono stati il 47,8 %, mentre nelle maggiori città, come Mosca e San Pietroburgo, si è arrivati a poco più del 30 %.

In passato lo scarso interesse dei russi per le elezioni ha rappresentato un vantaggio per le autorità, rendendo i risultati elettorali più prevedibili e facilitando la conquista del potere da parte del partito governativo Russia unita [2]. Tuttavia, nell’attuale clima politico la bassa partecipazione elettorale sta diventando un notevole ostacolo alla legittimazione della prevedibile vittoria di Vladimir Putin. Secondo i sondaggi dello scorso dicembre solo il 58 % degli elettori prevedeva di andare a votare per le presidenziali, il 30 % dei quali riteneva però che “molto probabilmente” si sarebbe astenuto.

In previsione delle elezioni del marzo 2018 l’amministrazione del Cremlino ha previsto ufficiosamente uno scenario del “70-70”, secondo il quale Putin avrebbe ottenuto il 70% con un 70 % di votanti. Il Cremlino ha però ripetutamente sottolineato che un così forte incremento della partecipazione elettorale non poteva essere raggiunto a livello locale ricorrendo soltanto alle cosiddette “risorse amministrative”: la mobilitazione dei dipendenti e dei pensionati i cui redditi dipendono dalle amministrazioni locali. Secondo il piano del Cremlino, le elezioni devono concludersi con una vittoria trionfale di Putin, ma senza dar luogo ad accuse di frodi elettorali, come avvenne nel 2011 quando le notizie di massicce falsificazioni del voto innescarono proteste di piazza.

Il Cremlino spera di raggiungere il suo scopo suscitando un maggiore interesse per le elezioni: organizzando concerti e spettacoli nel giorno delle elezioni, abbinando alle presidenziali puntuali referendum su temi di forte interesse locale e, soprattutto, cercando di dare l’impressione di una autentica competizione politica fra più candidati.

Nonostante che Putin, coerentemente con il suo atteggiamento “cesaristico” di ritenersi al di sopra di tutto, abbia sinora evitato di partecipare a dibattiti, gli altri candidati devono fingere, nell’ambito dello scenario deciso dai vertici, di essere impegnati in una lotta fra di loro. Il loro obiettivo comune è quello di convincere gli elettori attualmente apatici o scettici ad andare a votare e – cosa altrettanto importante – quello di distogliere l’attenzione dalla campagna di boicottaggio delle elezioni lanciata dal noto politico d’opposizione Aleksej Naval’nyj. Ma chi sono i protagonisti di questa strana competizione elettorale?

Il candidato Putin. Vladimir Putin ha annunciato ufficialmente la sua candidatura alle elezioni il 6 dicembre scorso, in un discorso davanti ai lavoratori della fabbrica di automobili GAZ, a Nižnij Novgorod. Sia il luogo sia il pubblico erano stati scelti, come nella precedente campagna, in modo da trasmettere l’immagine di un presidente “uomo del popolo” e “al di sopra dei partiti”.

La campagna elettorale di Putin del 2012 s’era basata sulla lotta contro gli “agenti segreti occidentali” infiltrati nell’opposizione e a favore dei “valori tradizionali”. Appellandosi alla “gente comune” e contrapponendosi agli elementi antipatriottici della classe media, Putin aveva sviluppato una retorica di tipo conservatrice e paternalistica. Una delle sue principali promesse era stata quella di un considerevole aumento dei salari nel settore pubblico. Subito dopo la sua vittoria, nella primavera del 2012, Putin emetteva i “Decreti di maggio”, con i quali chiedeva ai governi regionali di attuare il suo piano di aumenti salariali e di riferire regolarmente sui progressi compiuti in materia davanti alle telecamere e al capo dello Stato. Aumentare i salari nel bel mezzo d’una recessione economica, nel quadro di una politica governativa complessivamente rivolta a ridurre la spesa, non poteva che significare una cosa: i “Decreti di maggio” hanno portato in realtà a tagliare posti di lavoro per poter aumentare i salari di coloro che il posto lo conservavano.

Oggi le autorità non dispongono più delle risorse necessarie a sostenere la teoria secondo la quale “stabilità” equivarrebbe a redditi più alti. Al contrario, il terzo mandato presidenziale di Putin è stato caratterizzato dall’inflazione e da una netta diminuzione del tenore di vita. I due segmenti demografici più fedeli al presidente in carica, pensionati e dipendenti statali, sono anche i maggiori perdenti delle politiche “anti crisi“ degli ultimi anni. Putin non è più in grado di sparare promesse di miglioramenti del tenore di vita: può solo tentare di convincere gli elettori che non vi sarà un peggioramento. È per questo motivo che Putin insiste sul fatto che nel suo nuovo mandato verranno messe in secondo piano sia l’attivismo in politica estera sia l’isterica escalation militarista. Nell’annunciare la sua candidatura in dicembre, ha solennemente dichiarato la fine delle operazioni militari russe in Siria. E anche il problema dell’Ucraina orientale è scomparso dalla sua campagna elettorale. Il nuovo orientamento è che la Russia dovrebbe concentrarsi sulla soluzione dei propri problemi interni, dato che in seguito agli accordi di Minsk il conflitto nella regione del Donbass resta congelato per un tempo indefinito.

Il programma elettorale ufficiale di Putin deve ancora essere pubblicato, ma sappiamo comunque che è stato redatto sotto la supervisione di Aleksej Kudrin, un ex ministro delle Finanze e il principale stratega delle politiche neoliberiste putiniane negli anni Duemila. L’obiettivo principale consiste in un modesto incremento dei finanziamenti nei settori dell’istruzione e della sanità, coperto da aumenti della tassazione, da un innalzamento dell’età pensionabile e da politiche sociali più “mirate”. Ancora una volta, ingannevoli dichiarazioni sugli “investimenti nel capitale umano” mascherano il proseguimento dell’indirizzo governativo consistente nell’attenuare le conseguenze della crisi economica mediante un abbassamento del tenore di vita.

Data la totale vacuità sostanziale della campagna elettorale di Putin, l’enfasi verrà posta sull’assenza d’una qualsiasi alternativa. Dare il proprio voto al presidente in carica dovrebbe apparire come un normale adempimento d’un dovere patriottico. E in questo senso le elezioni sono state fissate per il 18 marzo, ricorrenza ufficiale della “riunificazione” fra Crimea e Russia.

Il nuovo candidato dei comunisti. Probabilmente la più felice mossa del Cremlino per attirare l’attenzione sulle elezioni è consistita nella comparsa di un nuovo candidato del Partito comunista della Federazione russa (KPRF) [3], Pavel Grudinin. Nell’ultimo decennio il KPRF si era definitivamente trasformato, da attivo partito di massa com’era prima, in una struttura burocratica esclusivamente focalizzata sulla contesa elettorale. La dirigenza del partito è ormai pienamente integrata nel sistema della “democrazia controllata”, e appoggia il presidente Putin su tutte le questioni politiche importanti. Il suo sempiterno leader, Gennadij Zjuganov, ormai da tempo non rappresenta più un’alternativa a Putin. Il suo “indice di gradimento” alla fine del 2017 era inferiore al 4 %. Era ormai evidente che Zjuganov non era più in grado di attirare un “elettorato di protesta”, la cui mobilitazione, all’interno dell’ordinamento politico esistente, era una caratteristica tradizionale del partito. Ma un collasso del seguito dei comunisti nelle prossime elezioni potrebbe provocare, oltre a una grave crisi nel partito, anche uno squilibrio nell’artificiale sistema partitico russo. E così, si è scovata una soluzione: alla fine di dicembre, il congresso del KPRF ha approvato la candidatura di un imprenditore apartitico, Pavel Grudinin.

Il biglietto di visita di Grudinin è l’impresa che possiede nei dintorni di Mosca, che ostenta l’impegnativa denominazione di “Fattoria statale Lenin” (un sovchoz). In realtà, questo “sovchoz” è diventato da tempo una società per azioni, il cui controllo è detenuto da un piccolo gruppo di manager, fra i quali spicca Grudinin con suo 40 %. La maggior parte delle entrate di questo “sovchoz” particolare proviene dalla concessione in affitto di terreni a supermercati e centri di vendita all’ingrosso per compagnie come Cash & Carry, Toyota, Nissan, eccetera. Ciò tuttavia non ha impedito a Gudrunin e a vari funzionari del KPRF di descrivere questa attività come un’“oasi di socialismo”, in cui i lavoratori godono di tutti i programmi sociali dell’epoca sovietica. Gudrinin presenta sé stesso come il candidato di una coalizione di “forze patriottiche”, che raccoglie attorno al KPRF estrema sinistra, nazionalisti “imperiali” e imprese di medie dimensioni “con orientamento nazionale”. Il leader del Fronte di sinistra [4], Sergej Udal’cov, che probabilmente considera tutto ciò un fatto di “grande politica” [5], partecipa attivamente alla campagna di Grudinin, come ci si aspetterebbe facesse un generale in pensione dell’esercito patriottico.

L’apartitismo di Grudinin presenta inoltre dei vantaggi per la dirigenza del KPRF, perché non implica alcun mutamento nel partito. Si tratta di qualcosa di simile a un “matrimonio di convenienza”, cui si potrà por fine subito dopo le elezioni.

La regolare partecipazione di Grudinin ai talk show televisivi, notoriamente strettamente controllati dall’alto, fa pensare che sia entrato nelle grazie del Cremlino. Il suo manifesto programmatico non comprende niente di nuovo rispetto alle tradizionali rivendicazioni del KPRF: incremento della spesa sociale, restrizioni alla fuoruscita di capitali, sviluppo del mercato interno, e cose simili. E tuttavia, il suo vivace modo di esprimersi in pubblico e la sua insistente presenza nei media stanno già quasi garantendogli il secondo posto a marzo (a metà gennaio le intenzioni di voto per Grudinin toccavano il 7 %).

L’opposizione liberale. Uno dei principali obiettivi del Cremlino nel quadro della “narrazione” delle elezioni di marzo è quello di riuscire a distogliere dalla tentazione del boicottaggio gli elettori d’orientamento liberale. Sono due i candidati spinti avanti per coinvolgere i liberali nella campagna-spettacolo: Grigorij Javlinskij e Ksenja Sobčak.

Javlinskij, leader da lungo tempo del partito Jabloko [6], è un veterano della politica russa, fin dagli anni Novanta. Il suo messaggio non è mai cambiato: la Russia è caduta in mano di un regime autoritario e nazionalista, che dev’essere rimosso in modo pacifico e sostituito da uno basato sulle libertà civiche e sui “valori europei”. Javlinskij riconosce apertamente di non avere alcuna possibilità di vincere le elezioni, il cui risultato è scontato. Tuttavia, chiede un voto per sé come scelta etica, come dimostrazione alle autorità che c’è una parte della società che non accetta la corruzione, l’aggressività imperialistica e la diseguaglianza sociale.

L’altra candidata liberale, Ksenja Sobčak, nota sino a ora solo come presentatrice di spettacoli televisivi per i giovani, sostiene anch’essa di rappresentare una candidatura di protesta. Essa ha esortato i giovani a usare il voto per esprimere la loro insoddisfazione per la mancanza di una equa giustizia e di una mobilità sociale. Sono state avanzate ripetutamente delle accuse, secondo le quali questa candidatura sarebbe in realtà una manovra, segretamente organizzata dal Cremlino, per disorientare i possibili sostenitori di Aleksej Naval’nyj.

Anche un trascurabile risultato di questi due candidati – attualmente quotati complessivamente a non più del 3-4 % dei voti – consentirebbe ai commentatori filogovernativi di affermare che nella società russa la rivendicazione di una liberalizzazione politica è scarsa.

L’eterno Zhirinovsky. Il terzo posto nei risultati elettorali può facilmente essere occupato dal populista d’estrema destra Vladimir Žirinovskij [7]. Costui s’è presentato a tutte le elezioni presidenziali, sin dal 1991, ed è caratterizzato politicamente dall’assurdità e dalla strampaleria delle sue proposte – dalla riduzione del prezzo della vodka al bombardamento dell’America -, che riflettono le irrazionali aspirazioni delle classi sociali lumpenizzate. La sua candidatura servirà ad aumentare la partecipazione elettorale in questo particolare segmento sociale.

Naval’nyj e la campagna di boicottaggio. L’attivista anticorruzione e il populista anti-establishment Aleksej Naval’nyj non ha potuto presentare la propria candidatura a causa di incriminazioni del tutto inventate, sulla base delle quali era stato in prima istanza condannato diversi anni fa. Tuttavia, la vera ragione della decisione presa dalla Commissione elettorale risiede nell’incognita rappresentata dall’entità del suo potenziale di voto. Si è infatti dimostrato in grado di ottenere un significativo seguito elettorale. Nel corso dell’anno scorso, infatti, in risposta agli appelli di Naval’nyj si sono avute diverse dimostrazioni a livello nazionale, che hanno rivelato l’esistenza di un movimento di protesta in crescita fra i giovani e le classi medie della provincia. Naval’nyj inoltre è riuscito a mettere in piedi una formidabile rete di sostenitori, operante in tutte le maggiori città del Paese, con circa 200.000 volontari registrati: di fatto, l’unica opposizione di massa esistente.

Il manifesto elettorale di Naval’nyj consiste in una serie di rivendicazioni populistiche, una parte delle quali dal carattere spiccatamente sociale, come per esempio la lotta all’“arricchimento illegale”, una tassazione progressiva e la riduzione delle spese per la polizia e la difesa. Anche lo slogan centrale della sua campagna, “ricchezza per tutti, non solo per l’1 %”, riflette chiaramente un orientamento anti-élite. Nello stesso tempo, però, Naval’nyj lancia appelli liberistici in favore della “de-monopolizzazione” (intendi: privatizzazione del settore statale) e flirta con i nazionalisti chiedendo l’introduzione di restrizioni sui visti dei lavoratori migranti dall’Asia centrale.

Nelle attuali circostanze, le proposte politiche di Naval’nyj sono tutto sommato di interesse marginale. A differenza di lui, Javlisnkij si è schierato chiaramente per la difesa dei diritti sindacali, Grudinin si sta concentrando sulla nazionalizzazione delle risorse naturali, Ksenja Sobčak rivendica l’eguaglianza di genere e la fine delle discriminazioni delle minoranze sessuali (ed è l’unica candidata a farlo). La rilevanza di Naval’nyj non sta nel suo programma, ma nel fatto che promuove una protesta popolare di massa. Egli ribadisce in continuazione che solo l’impegno politico nelle piazze, e non un’elezione taroccata, può cambiare le cose. Agli inizi di gennaio, Naval’nyj ha rivolto un appello per uno “sciopero del voto”, un boicottaggio attivo che combini l’astensione con mobilitazioni di massa e con il monitoraggio delle possibili frodi nelle sezioni elettorali.

La posizione della sinistra. Il movimento di sinistra esterno al KPRF è diviso sulle imminenti elezioni. Una sua parte significativa è orientata verso il boicottaggio attivo, un’altra parte appoggia Pavel Grudinin, mentre il piccolo e stalinista Fronte unito russo del lavoro (ROT-Front) sta ancora cercando di registrate il proprio “candidato dei lavoratori”. La situazione, così come l’ho descritta sin qui, porta alla conclusione che ogni forma di partecipazione alle elezioni di marzo finisce in ultima analisi col contribuire alla temporanea stabilizzazione dell’attuale regime e alla legittimazione, per altri sei anni, del potere personale di Putin.

Detto questo, un appoggio acritico a Naval’nyj potrebbe finire per diluirsi nel suo movimento populista, rischio questo amplificato dal suo carattere chiaramente centrato sulla persona di Naval’nyj e pertanto antidemocratico. Un movimento indipendente per un “boicottaggio da sinistra”, che incarnerebbe un’alternativa anticapitalistica all’attuale ordinamento politico e sociale russo, sarebbe in grado, mediante un coordinamento unitario, di tracciare una demarcazione netta fra una posizione di sinistra e quella di Naval’nyj, gettando anche le basi per un consolidamento di quella sinistra radicale russa che rifiuta di giocare con le regole del Cremlino.

*Chi è l’autore. Ilja Budrajcis (anche Ilya Budraitskis nelle traslitterazioni dei siti inglesi), giornalista, storico, portavoce del Movimento socialista russo, è stato uno dei principali organizzatori dei Social Forum russi nel 2001-2004. Suoi articoli sono comparsi in diversi siti, fra i quali Leafteast, Inprecor e International Viewpoint.

Il Movimento socialista russo (RSD, Rossijskoe socialističeskoe dviženie) è stato fondato nel marzo 2011 in seguito alla fusione fra il Movimento socialista Avanti! (sezione russa della IV Internazionale) e Resistenza socialista. Per alcuni anni ha fatto parte del Fronte di sinistra.

Note del traduttore

[1] «Democrazia controllata» [Managed Democracy] è una delle tante espressioni («Democrazia limitata» eccetera) entrate nell’uso per indicare regimi democratici solo nella forma, ma sostanzialmente caratterizzati da gradi più o meno accentuati di autoritarismo. L’autore dell’articolo, applicandola alla Russia, sembra qui polemizzare con Vladimir Surkov, una delle eminenze grige del regime putiniano, che ha rifiutato simile definizione per il proprio Paese, proponendo quella di «democrazia sovrana» [Sovereign Democracy]. Per Surkov «democrazie controllate» erano quelle sottoposte al “controllo” di forze esterne, come per esempio l’Afghanistan, il Pakistan o l’Egitto, “controllati” dagli Stati Uniti.

[2] Russia unita (Edinaja Rossija) più che un partito è la proiezione del governo sul terreno partitico. Il partito è comunque stato fondato nel 2001, dalla fusione fra il Movimento interregionale Unità e la coalizione Patria-Tutta la Russia, cui si sono in seguito aggiunti Nostra casa la Russia e, nel 2008, il Partito agrario di Russia, in precedenza un partito satellite del KPFR. Russia unita ha esordito nel 2003 con il 37,6 % dei voti nel 2003, raggiungendo il 64,3 % nel 2007, sino ad attestarsi sul 54,2 % nel 2016. Dal 2007 detiene la maggioranza assoluta dei seggi nella Duma.

[3] Il Partito comunista della Federazione Russa (Kommunističeskaja partija Rossijskoj Federacii) è stato fondato nel 1993 e si considera il successore della branca russa del Partito comunista dell’Unione Sovietica, messo al bando da Eltsin nel 1991. Con un rigido orientamento stalinista, del quale ha amplificato le componenti nazionaliste, in termini elettorali ha oscillato fra un massimo del 24,3 % (1999) e un minimo dell’11,6 % (2007). Nel 2016 ha ottenuto il 13,3 % e 42 deputati su 450.

[4] Il Fronte di sinistra (Levyj Front) è una coalizione di diversi gruppi e movimenti d’estrema sinistra, la cui composizione è mutata col tempo. La sua fondazione risale al 2008, quando vi presero parte, tra gli altri, anche l’autore di questo articolo.

[5] Il riferimento è alla nota definizione di Gramsci.

[6] Jabloko («Mela»), ovvero il Partito democratico unificato russo Jabloko, esiste dal 1995 (6,9 % dei voti) e appare in via di lenta liquidazione (2,0 % nel 2016, senza alcun deputato).

[7] Žirinovskij è il leader del Partito liberaldemocratico di Russia (Liberal’no-Demokratičeskaja Partija Rossii), fondato nel 1992. Nel 1993 ottenne il 22,9 % e 70 deputati, nel 2016 il 13,1 % e 39 deputati.

L’articolo originale in russo è stato tradotto in inglese da Joseph Livesey e pubblicato sul sito di Lefteast il 24 gennaio scorso:

Russian Presidential elections 2018: predicable results with unpredictable aftermath