lunedì, settembre 24

Le donne attaccano l’impero: lo sciopero femminista negli Stati Uniti

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Quando attiviste e intellettuali femministe hanno lanciato l’appello collettivo per un femminismo del 99% e per un’azione di solidarietà verso l’International Women’s Strike del 2017, la risposta è stata entusiasmante: dopo solo due settimane e dopo ore e ore di frenetico lavoro collettivo è nata l’International Women’s Strike-US, una rete nazionale di gruppi locali, collettivi informali, organizzazioni nazionali femministe e di lavoratrici e lavoratori. In sole tre settimane questa rete si è organizzata per mettere in atto manifestazioni in tutte le più grandi città del paese e per sfidare l’egemonia del femminismo liberale e istituzionale mainstream. Inoltre, tre distretti scolastici di Stati con leggi fortemente contrarie ai diritti dei lavoratori sono rimasti chiusi l’8 marzo, perché moltissime insegnanti si sono dichiarate malate.
La rete dell’IWS-US è tutt’ora in espansione e sta organizzando il secondo sciopero delle donne. Grazie a questa rete, donne provenienti da tradizioni e culture politiche differenti stanno riscoprendo la gioia della solidarietà e la fiducia in nuove lotte e rivendicazioni. Quello che ci unisce è il desiderio di articolare un tipo diverso di femminismo, che abbia come protagoniste le donne che sono state lasciate indietro dal solito femminismo del «farsi avanti» e istituzionale, che vivono sulla propria pelle le conseguenze di anni di neoliberalismo e guerre: donne povere e lavoratrici, donne di colore e donne migranti, disabili, musulmane e trans. Data la forte presenza di migranti e di donne di origine latina e araba tra le nostre fila, la dimensione internazionale dello sciopero è stata uno dei fattori fondamentali della mobilitazione, in particolare per il legame che abbiamo stabilito tra la struttura di solidarietà internazionale del movimento femminista e la nostra opposizione all’imperialismo statunitense e alla guerra al terrore.
L’adozione dello sciopero come forma di lotta e prospettiva politica è stata, per noi, un fattore chiave. In primo luogo, abbiamo articolato l’idea di uno sciopero delle donne all’interno di una riflessione teorica e politica sulle forme concrete del lavoro delle donne nella società capitalistica. Il lavoro delle donne nel mercato del lavoro ufficiale è solo una parte di quello realmente svolto dalle donne stesse: riteniamo che il lavoro sociale riproduttivo sia ugualmente importante, anche quando non è pagato. Lo sciopero femminista intende rendere questi lavori non pagati visibili e portare alla luce la riproduzione sociale come punto nevralgico della lotta. Oltretutto, per via della divisione sessuale all’interno del mercato del lavoro, molte donne hanno lavori precari, non hanno diritti, sono disoccupate o lavoratrici senza documenti. Per questo, per includere le donne che lavorano a bassi salari, che sono disoccupate o senza documenti, la nozione di sciopero doveva essere allargata in modo tale da comprendere non solo lo sciopero sul posto di lavoro, ma anche lo sciopero dal lavoro riproduttivo gratuito, gli scioperi del part-time, l’appello ai datori di lavoro a chiudere in anticipo le attività, l’organizzazione di boicottaggi e altre forme di protesta che sono sensibili alla natura di genere dei rapporti sociali. Lo sciopero è diventato il concetto generale che comprende, al suo interno, queste diverse forme di azione, perché è il termine che meglio sottolinea la centralità del lavoro delle donne e la loro identificazione come lavoratrici, qualunque sia la forma del loro impiego.
In secondo luogo, abbiamo concepito la nostra mobilitazione come un contributo in senso ampio alla ricostruzione della lotta di classe e all’organizzazione del lavoro negli Stati Uniti. Infatti, gli Stati Uniti hanno, forse, la peggior legislazione sul lavoro fra le democrazie liberali. Scioperi generali e scioperi politici sono proibiti, gli scioperi sono legati alla mera rivendicazione salariale rivolta ai datori di lavoro, i contratti hanno spesso clausole che, esplicitamente, non permettono lo sciopero, e la loro violazione può causare al lavoratore o alla lavoratrice la perdita del lavoro e/o pesanti multe ai sindacati. In più, diversi Stati, come quello di New York, hanno leggi che esplicitamente proibiscono a impiegati e impiegate pubblici di scioperare. Come risultato di questa situazione, e in conseguenza del legalismo e dell’attenzione agli interessi d’impresa dei quadri sindacali, il tasso di adesione ai sindacati da parte di lavoratrici e lavoratori risulta terribilmente basso. Questo, concretamente, significa che la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici negli Stati Uniti non ha strumenti legali di negoziazione collettiva e di difesa o di affermazione dei propri diritti. In molti casi non hanno accesso ai servizi di base, ad esempio un’assicurazione sanitaria a carico del datore di lavoro o una pensione, permessi per malattia o per la maternità, per non parlare della sicurezza sul lavoro. Come è naturale, l’assenza di basilari diritti del lavoro insieme ai costi proibitivi degli asili, o dell’assistenza agli anziani e ai malati pongono un peso enorme sulle spalle delle donne lavoratrici. Gli attacchi contro l’organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici degli ultimi decenni e il continuo calo di adesione ai sindacati hanno dimostrato che l’accondiscendenza verso le leggi federali e statali – che è la posizione standard del «sindacalismo delle imprese» – rappresenta un vicolo cieco. Lo sciopero delle donne ha inteso contribuire alla rilegittimazione politica della nozione stessa di sciopero all’interno del discorso politico degli Stati Uniti, oltre che offrire una piattaforma nazionale e visibile da cui lanciare scioperi selvaggi e politici nei posti di lavoro.
Quest’anno abbiamo lavorato sul potenziamento dei nostri legami con i sindacati radicali locali e i sportelli per i lavoratori e le lavoratrici che organizzano principalmente donne sottopagate nel settore dei servizi, che spesso sono anche migranti e di colore. Abbiamo proclamato un’ora di sciopero in modo da verificare le possibilità di coordinare effettive interruzioni del lavoro nell’interno del paese. Allo stesso tempo, abbiamo dato indicazioni sulle molteplici modalità per prendere parte allo sciopero, dall’organizzazione e partecipazione a picchetti e azioni di disobbedienza civile, a manifestazioni e comizi, fino alla possibilità di mostrare anche solo un supporto simbolico allo sciopero all’interno dei posti di lavoro. Infine, abbiamo adottato una pratica non separatista: concepiamo la nostra mobilitazione come parte integrante di una più ampia lotta non solo contro l’eterossessismo, ma anche contro il capitalismo e il suprematismo bianco. Poiché pensiamo che la piena libertà sessuale delle donne non possa essere raggiunta all’interno del capitalismo e dell’odierno sistema di dominio razziale, abbiamo sviluppato l’azione stringendo alleanze con organizzazioni miste e supportando battaglie in corso, da Black Lives Matter e le lotte contro la brutalità della polizia e le incarcerazioni di massa, alle battaglie contro le deportazioni, a quelle ambientaliste e anti–colonialiste dell’ultimo anno contro il gasdotto del Dakota, fino alle varie lotte per la sindacalizzazione in tutto il paese. Una delle novità di questo movimento femminista ‒ diversamente da quanto accaduto nelle due ondate precedenti ‒ è che non emerge da un contesto di lotte di classe in ascesa: nel passato, le donne si sono unite e hanno dato voce ai bisogni e alle istanze specifiche delle donne all’interno delle saldature e delle crepe aperte nel sistema da mobilitazioni più ampie, dall’emergenza dei movimenti operaio, anti-colonialista e pacifista. Oggi lo scenario è molto diverso. In molti Stati il movimento femminista è, al momento, l’unico organizzato a livello nazionale, e la mobilitazione attorno allo sciopero dell’8 marzo è l’unica mobilitazione di massa che sta prendendo piede sul piano internazionale. Questa mobilitazione femminista è, di conseguenza, in prima linea nella lotta, spesso in condizioni politiche e sociali estremamente difficili. Tutto questo pone molteplici sfide – ad esempio, come sostenere il movimento sul lungo periodo in assenza di una più ampia attivazione sociale ‒, ma apre anche la possibilità di un nuovo tipo di ricomposizione di classe, se il movimento femminista riuscirà a estendersi coinvolgendo altri attori sociali e politici: un movimento che tenga insieme le lotte relative alla produzione e riproduzione.

*Articolo tratto dal reader Power Upside Down: Women’s Global Strike, a cura della Transnational Social Strike Platform.