martedì, ottobre 23

Terrorismo a Gaza

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Terrorismo: […] L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e sim.; possono farvi ricorso sia gruppi, movimenti o formazioni di vario genere (ma anche individui isolati), che vogliono conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, sia apparati, istituzionali o deviati, di governo interessati a reprimere il dissenso interno e a impedire particolari sviluppi politici… (dal Vocabolario Treccani)

Se concordiamo con questa definizione – che è probabilmente parziale e poco approfondita – ci pare che il comportamento del governo e dell’esercito israeliano di fronte alle proteste palestinesi a Gaza e in Cisgiordania non possa essere definito in altro modo: terrorista!

In queste ore sono molte le manifestazioni contro la decisione dell’amministrazione statunitense di Donald Trump di aprire l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, città occupata illegalmente anche dal punto di vista delle norme e delle risoluzioni internazionali. A queste manifestazioni Israele risponde con una durezza criminale e, appunto, terroristica: il primo obiettivo è proprio quello di colpire chi manifesta, spaventare loro e le loro famiglie, convincerle con le cattive o con le cattive che le loro manifestazioni non porteranno a nulla e che saranno solo causa di lutti e di sofferenze. E farlo vedere al mondo intero, che l’unica risposta che Israele concepisce di fronte a timide proteste inernazionali e alla resistenza palestinese è la guerra contro la popolazione.

Sono già diverse decine i morti e migliaia i feriti di questa giornata, che è anche la vigilia dell’anniversario della nascita dello stato di Israele – la Nakba palestinese. Decine di morti che si aggiungono a quelli uccisi dall’inizio della Grande marcia per i ritorno, con i venerdì di proteste al confine nord di Gaza.

Non c’è niente di nuovo, da questo punto di vista. I governi israeliani – di “destra” come di “sinistra” – hanno sempre praticato la punizione collettiva, la distruzione di case dei familiari dei “terroristi”, la repressione di massa delle manifestazioni della società civile non armata e così via. Non ha mai avuto alcun dubbio sull’utilità e l’efficacia di queste misure, non tanto nei confronti della popolazione palestinese – che continua a resistere con metodi sempre nuovi – quanto perché malgrado questi comportamenti e forse anche grazie agli stessi ha visto crescere l’appoggio internazionale alle sue politiche.

Più volte abbiamo cercato di analizzare i motivi di questo sostegno – e anche in questi giorni ne abbiamo visto i frutti: dalla vista di Nethanyahu a Mosca (proprio mentre Israele bombardava postazioni iraniane in Siria, senza particolari proteste russe), alla partenza del Giro d’Italia da tel Aviv, episodio di secondo piano, forse, ma significativo della totale integrazione israeliana in Europa; dalla cooperazione militare con l’Egitto del dittatore al Sisi nel Sinai (e nel blocco di Gaza), al totale sostegno dell’amministrazione Trump.

Le/i palestinesi, come scrivevamo lo scorso dicembre restano le/gli uniche/i a “morire per Gerusalemme”. E per mantenere viva la speranza di un riconoscimento dei loro diritti legittimi. Qualche giorno fa un ragazzo palestinese appena arrivato da Gaza diceva che “la Palestina è tornata al centro della politica internazionale”. Questa, in fondo, è la maledizione delle/dei palestinesi: dover tornare ciclicamente ad cercare di avere visibilità per ricordare al mondo la loro esistenza e la loro resistenza; e allo stesso tempo vivere la loro sofferenza come unica, perché isolati dentro la crisi globale della solidarietà internazionalista (la stessa che ha isolato il tentativo rivoluzionario in Siria e così via).

Probabilmente non saranno molti i paesi a seguire la decisione di Trump e ad aprire la loro ambasciata a Gerusalemme. In particolare i paesi europei non sembrano voler seguire le scelte statunitensi. Ma questo non significherà molto, perché nessun paese sarà davvero disposto a entrare in conflitto poltico e diplomatico con Israele. E le/i palestinesi rimaranno isolate/i, e senza una dirigenza capace di costruire strategie e unità. Sole/i con la loro resistenza e la loro dignità – e con una solidarietà internazionale tanto generosa quanto inefficace.

E così continueranno a morire sotto il fuoco israeliano. Morire di terrorismo.

Articolo del 14.05.2018