martedì, ottobre 23

Slovenia | Crolla il centrosinistra e avanza la destra. Ma avanza anche la sinistra…

0

I primi commenti sull’esito delle elezioni legislative slovene insistono tutti sul medesimo tasto: ancora una volta, dopo l’Italia, dopo l’Ungheria, il “populismo” di destra mette a segno un altro colpaccio. Seguono di solito considerazioni più o meno sconsolate e più o meno allarmistiche sui tempi che corrono. Ma un conto è suonare l’allarme (anche se ormai fuori tempo massimo: andava suonato molti anni fa), un conto è propagare l’allarmismo, che di solito non aiuta molto a valutare freddamente l’esatta entità dei pericoli che corriamo.

Prima di meravigliarsi (e spaventarsi) dei progressi registrati in queste elezioni dalla destra slovena, sarebbe stato doveroso, in effetti, chiedersi se c’erano motivi sufficienti perché l’elettorato dovesse tornare a premiare, votandolo, il governo uscente, di centrosinistra ma con dentro molto più centro che sinistra. Le elezioni sanciscono infatti un vero e proprio tracollo della coalizione governativa e di conseguenza gli elettori non potevano che scegliere l’opposizione: in gran parte hanno scelto quella di destra, ma in una parte non trascurabile hanno scelto quella di sinistra. E qui sta la novità, non segnalata da tutti i primi commentatori. Se infatti l’avanzata della destra si inserisce in quello che è ormai un trend europeo, ed è dunque un fatto “normale”, scontato, non è invece per nulla scontato che la sinistra anticapitalista avanzi a sua volta in modo significativo.

La parola alle cifre. I numeri delle elezioni slovene non sono di per sé impressionanti. La Slovenia è demograficamente piccola e, per quanto sperticatamente lodata in passato per via del suo “europeismo”, non è certo un modello per quanto riguarda la partecipazione elettorale. I poco più degli 880.000 elettori che hanno deposto il voto nell’urna sono circa il 52 % del corpo elettorale, anche se vi è stata un lievissimo miglioramento rispetto al 2014.

Il crollo della coalizione di centrosinistra. La coalizione governativa uscente era composta da tre partiti: il Partito moderno di centro (SMC) del primo ministro Miro Cerar, il Partito democratico dei pensionati (DeSUS) e i Socialdemocratici (SD). Nelle precedenti elezioni del 2014 i partiti della coalizione avevano ottenuto complessivamente (arrotondiamo le cifre) 443.000 voti, il 50,7 % e 52 dei 90 seggi dell’Assemblea nazionale. Oggi i dati sono i seguenti (risultati ufficiosi): 216.000 voti, 24,6 % e 25 seggi. Come si vede, c’è più che un dimezzamento: meno 227.000 voti, meno 26,1 % e meno 27 seggi.

Se questi sono i dati delle perdite complessive della coalizione governativa, è però interessante vedere come esse si suddividono fra i tre partiti. Ora, il grande perdente, e di gran lunga, è il centrista SMC. Nato come partito “personale” di Cerar, al suo esordio nel 2014 aveva raccolto 302.000 voti, il 34, 5 % e 36 seggi, ma si ritrova oggi con 86.000 voti, il 9,8 % e 10 seggi. In quattro anni ha dissipato 216.000 voti, il 24,7 % e 26 seggi, e molte ombre s’addensano sul suo futuro. L’altro grande perdente è DeSUS, che da 89.000 voti crolla a 43.000, dal 10,2 % passa al 4,9 % e perde la metà dei 10 seggi che aveva. Se si fanno le somme, si vede che questi due partiti perdono di più di quanto perda nel complesso la coalizione: questo perché nel disastro generale i Socialdemocratici beneficiano in parte della fuga verso sinistra di una frazione dei voti centristi: ottengono infatti 87.000 voti (più 35.000), il 9,9 % (più 3,9 %) e 10 seggi (più 4).

Ma il 26,1 % dei voti persi complessivamente dalla coalizione governativa che direzione ha preso?

Per circa la metà si è riversato su un partito “personale”, la Lista di Marian Šarec (LMŠ), dal nome del candidato alle presidenziali del 2017 battuto al secondo turno con il 47 % dei voti. Di questo bottino Šarec ha conservato ora una frazione non trascurabile: 111.000 voti, il 12,7 % e 13 seggi, che gli consentono di essere il secondo partito come consistenza. Grosso modo Šarec si muove nell’area del centrosinistra. E sempre grosso modo nella stessa area si muovono un altro partito “personale”, il Partito di Alenka Bratušek (SAB), con 45.000 voti (più 6.800), il 5,1 % (più 0,7 %) e 5 seggi (più 1), e alcuni altri partiti minori. In complesso si può calcolare che un po’ meno del 15 % dei voti persi dalla coalizione governativa si sia riversato su altre formazioni che non facevano parte del governo ma appartenevano alla stessa area politica, nessuna delle quali appare però, almeno a oggi, sufficientemente stabile, sufficientemente strutturata, in grado di rappresentare a breve termine una forza emergente.

Tolto il 15 % dal 26 % perso dalla coalizione governativa, il residuo 11% si divide fra un 4,3 % che va a formazioni di sinistra e il resto che va ai partiti di destra e di estrema destra.

La destra e l’estrema destra. L’insieme di questi partiti realizza un guadagno dell’8 % dei voti, sottratti in gran parte alla coalizione governativa e in una misura minore ad altri partitini di incerta collocazione. Il grosso del guadagno viene fatto dal Partito democratico sloveno (SDS), nettamente di destra nonostante la denominazione, e guidato da Janez Janša, già premier in due occasioni (2004-2008 e 2012-2013) e già ospite per alcuni mesi delle prigioni di Stato per corruzione. Il SDS è il partito arrivato in testa con 220.000 voti (più 39.000), il 24,9 % (più 4,2 %) e 25 seggi (più 4). In ordine di importanza lo seguono il democristiano Nuova Slovenia (NSi), con 63.000 voti (più 14.000), il 7,1 % (più 1,5 %) e 7 seggi (più 2) e il Partito nazionale sloveno (SNS), d’estrema destra, con 37.000 voti (più 18.000), il 4,2 (più 2,0 %) e 4 seggi (non ne aveva nel 2014). Qualche briciola va poi ad alcuni degli altri sette partiti e partitini che si agitano in quest’area.

Come si vede, se è vero che un 8 % dei voti in più che si spostano a destra rappresenta certamente un problema, non si tratta di un problema tale da produrre emicranie. Solo poco più della metà di questi voti si concentra sul SDS, che tutta la stampa dà come il “grande” vincitore. Dei 227.000 voti persi dalla coalizione governativa, il SDS se ne accaparra 39.000: non ci sembra un risultato sconvolgente. Certo, ci sono anche gli altri partiti, il SNS e in NSi, ma a ben vedere si tratta di vecchi partiti da sempre presenti sulla scena slovacca e che vanno alternando negli anni piccole rimonte a repentini crolli. Per esempio, il SNS esordisce nel 1992 con 119.000 voti, e 27 anni dopo è a quota 37.000, mentre NSi fa la sua comparsa nel 2000 con 93.000 voti, e 18 anni dopo si ritrova con 30.000 in meno. Diverso il caso del SDS, che parte nel 1992 con meno di 40.000 voti per poi crescere regolarmente sino ai 308.000 voti del 2008, ma poi scendere per due elezioni consecutive sino ai 181.000 del 2014 e risalire quest’anno a 220.000. Siamo certamente di fronte a un partito saldamente radicato, ma non a un fenomeno sconvolgente. E siamo di fronte, soprattutto, a un partito che ha saputo trarre ben poco profitto dal crollo della coalizione governativa: meno di un quinto dei voti in uscita, nonostante il grande impegno profuso nella denuncia della minaccia dell’“invasione” dei migranti e nonostante il sostegno politico (e pare anche finanziario) dell’ungherese Orbán, che non ha esitato a fiancheggiare Jansa in un comizio.

La sinistra anticapitalista. Già nel 2014 la sinistra slovena aveva registrato un buon risultato elettorale: 52.000 voti, il 6 % e 6 seggi. Questo risultato era stato ottenuto grazie a un cartello elettorale, la Sinistra unita (ZL), composta dal Partito democratico del lavoro (DSD), dal Partito per uno sviluppo sostenibile della Slovenia (TRS), dall’Iniziativa per un socialismo democratico (IDS) e da un nutrito gruppo (il “quarto partito”) di movimenti politico-sociali emersi dalle lotte degli anni precedenti. La coalizione era però andata incontro a serie difficoltà circa il “che fare?”, il come continuare. In breve, nel luglio dell’altr’anno TRS e IDS decidevano di fondersi in un nuovo partito Levica («Sinistra»), mentre il DSD dava vita a una nuova coalizione, Sinistra unita-Partito democratico del lavoro (ZL-DSD).

Quest’anno, almeno sulla carta, la sinistra slovena appariva dunque divisa. Oltre alle due formazioni su ricordate, si presentavano infatti anche Solidarietà e un Partito socialista sloveno (SPS), d’orientamento “titoista”. In realtà, mentre queste due ultime formazioni non raggranellavano assieme che poche migliaia di voti (0,4 %) e la più moderata ZL-DSD non arrivava ai 5.000 (0,6 %), Levica ne conquistava da sola 82.000, il 9,3 % e 9 deputati, andando ben oltre i risultati raggiunti dal cartello unitario nel 2014: più 30.000 voti, più 3,3 % e più 3 seggi. Si tratta di dimensioni ragguardevoli, paragonabili, per fare un esempio, a quelle del Bloco de Esquerda portoghese, e tali comunque da fare di Levica il quarto partito del sistema politico sloveno, a soli 5.000 voti di distanza dal terzo, i Socialdemocratici. Se poi si dà un’occhiata all’andamento del voto nelle otto grandi regioni elettorali in cui è suddiviso il Paese, emergono alcuni dati significativi. A Lubiana Centar Levica ottiene infatti il 13,6 %, ed è il secondo partito, dopo il SDS (22,5 %), mentre i Socialdemocratici si fermano all’8,9 %. A Lubiana Bežograd, con il 10,6 %, Levica è il terzo partito (i Socialdemocratici sono all’8 %), ed è terzo anche a Postojna (11,6 %), dove invece è superato dai Socialdemocratici (13 %). Come si vede, nella parte occidentale della Slovenia Levica, dopo un solo anno di vita, dispone già di un invidiabile radicamento elettorale, e se è più debole nella parte orientale, si tratta di una “debolezza” (il risultato peggiore è quello della circoscrizione di Ptuj: 5,8 %) che per noi italiani è ancora per il momento un sogno irrealizzabile.

In conclusione. Dovrebbe essere ormai chiaro che la svolta a destra in Slovenia c’è stata, ma non nelle dimensioni che sono state fatte apparire dai primi commenti. E questa svolta a destra è stata controbilanciata da una polarizzazione a sinistra e all’estrema sinistra: se consideriamo infatti che l’aumento dei voti ai Socialdemocratici (più 3,9 %) rappresenta comunque uno spostamento a sinistra di una parte dell’elettorato centrista e lo sommiamo al 4,3 % ottenuto da Levica e dalle altre formazioni di sinistra, otteniamo uno spostamento a sinistra complessivo dell’8,2 %, contro un circa 8 % andato a destra e all’estrema destra. Come dire: la situazione è seria, ma per nulla drammatica.

Tanto più che questa sopravvalutata vittoria del SDS sta rivelandosi una vittoria di Pirro. Appare del tutto impossibile che il SDS riesca a formare una maggioranza parlamentare coi suoi 25 seggi, anche con il soccorso degli altri due partiti di destra. Ed è improbabile che qualcuna delle formazioni centriste o di centrosinistra si presti alla bisogna, anche se non lo si può escludere del tutto, perché la stupidità non ha limiti. La prospettiva più probabile è quella di una lunga parentesi estiva caratterizzata da interminabili discussioni e trattative del tipo che abbiamo conosciuto noi con il “contratto” matrimoniale Lega-M5S, il cui sbocco finale potrebbe essere una coalizione anti-SDS dalle basi assai fragili, o più probabilmente un ritorno alle urne. Staremo a vedere.