martedì, ottobre 23

Aquarius, dov’è ora la prima nave che ha fatto incazzare Salvini?

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MARSIGLIA – Molo 2, zona commerciale del Vieux-port di Marsiglia, al posto 110, nascosta tra le navi mercantili e quelle da crociera, c’è la nave Aquarius dell’ong Sos Mediterranèe, gestita in partnership con Medici senza frontiere, attraccata qui da quasi un mese. Ralph ci dà il benvenuto a bordo e ci augura buona giornata. Il sole picchia forte già dalla mattina, ma tutto intorno l’equipaggio continua incessante le attività di routine per la rimessa in attività dell’imbarcazione: tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, infatti, si torna in mare.

La lunga sosta tecnica, prolungata anche alla luce dell’incertezza dovuta al nuovo scenario politico, e alla guerra alle ong ormai dichiarata da parte del governo italiano, sta per finire. Ma restano le incognite. L’ultimo evento in cui l’Aquarius è stata coinvolta è coinciso con l’annuncio della chiusura dei porti italiani alle navi delle organizzazioni umanitarie da parte del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Dopo giorni di tira e molla, infatti, il 17 giugno scorso, i 630 migranti a bordo (trasbordati in parte su due navi italiane) sono sbarcati a Valencia. Da allora ogni salvataggio in mare di migranti ha rappresentato un caso politico, anche quando ad essere coinvolte erano navi marcantili o della Guardia costiera italiana. Contemporaneamente la lista delle morti in mare si è allungata: a giugno secondo i dati dell’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) le vittime sulla rotta del Mediterraneo centrale sono state 564, contro le 529 dello scorso anno, quando gli arrivi erano quasi il triplo di quelli attuali.

Upgrade tecnici e più cibo a bordo per essere preparati a tutto. Seduto sul ponte della nave Nicola Stalla, coordinatore Sar (Search and Rescue) di Sos Mediterranèe dà le ultime istruzioni mattutine. “Ci siamo presi questo tempo di sosta tecnica a Marsiglia per adeguarci al nuovo contesto in cui andremo ad operare – mi spiega – stiamo completando in questi giorni un consistente lavoro di upgrade dal punto di vista tecnico per essere preparati a una prolungata permanenza in mare, nel caso si dovesse verificare di nuovo una situazione di blocco o di ritardato sbarco per le persone soccorse a bordo. Avremo più cibo a disposizione, ma stiamo sistemando anche gli equipaggiamenti sar, prevedendo per esempio una maggiore capacità e autonomia della lance di salvataggio e degli equipaggiamenti di soccorso in caso di naufragio. Insomma ci stiamo preparando a tutto quello che potrebbe succedere: prima tra il soccorso e lo sbarco passavano dai due ai tre giorni, ora non lo sappiamo”. Ogni mattina, come da routine, sulla nave attraccata al porto si svolge il morning meeting con tutto l’equipaggio e il monitoraggio delle attività nel Mediterraneo. Poi ci sono le esercitazioni in mare aperto e le attività di messa in sicurezza dell’attrezzatura. Ma una parte della giornata si spende anche in consulenze legali per capire come essere preparati anche a livello giuridico ad affrontare la nuova situazione. “Il contesto in cui operiamo è cambiato nel tempo, da un anno a questa parte ci sono stati punti di svolta che hanno reso sempre più complessa l’azione in mare – aggiunge -. Ci troviamo di fronte a problematiche significative a livello operativo, soprattutto da quando la supposta Guardia costiera libica ha cominciato ad assumere più responsabilità su eventi Sar inizialmente sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Questo ha portato a situazioni in cui abbiamo ricevuto, per esempio, l’ordine di stand by per dare priorità all’intervento dei libici – continua Stalla -. Ovviamente questo è problematico, sia per la security dell’equipaggio di Aquarius, che per le persone a bordo dei gommoni, perché ne aumenta il rischio. Se c’è una nave in zona deve essere messa in condizione di prestare assistenza, è un obbligo giuridico per lo stesso comandante della nave. Le istruzioni di stand by non trovano giustificazione in nessuna delle norme e regolamenti sul soccorso in mare. E’ un’istruzione che mette in evidenza solo una priorità: l’interesse verso un controllo dei flussi e delle frontiere esterne dell’Europa”. E poi c’è la questione, non secondaria, della Libia: “la responsabilità del Mrcc che prende in carica un evento Sar si conclude solo quando le persone soccorse vengono sbarcate in un place of safety, che è un luogo che ha precisi requisiti sotto il profilo della tutela delle persone, come l’accesso all’assistenza medica, al cibo, ma anche l’accesso alla possibilità di chiedere asilo e il rispetto dei diritti umani. La Libia è chiaro ed evidente che non può essere considerata un place of safety. L’intervento dei libici, in acque internazionali, con successivo sbarco delle persone in Libia si pone in evidente violazione del principio di non respingimento”.

“Perché torniamo in mare? Perché c’è una drammatica necessità di esserci, oggi più che mai”. Inoltre c’è la posizione di chiusura dell’Italia che il responsabile Sar di Aquarius definisce “estremamente preoccupante” anche alla luce di quanto successo alla loro imbarcazione a metà giugno, quando a bordo c’erano 630 persone (400 delle quali trasbordate da altre imbarcazioni, sotto il coordinamento del Mrcc di Roma). Il no dell’Italia e il conseguente sbarco a Valencia, in Spagna, ha avuto “costi altissimi – spiega – innanzitutto per le persone soccorse, che hanno passato numerosi giorni di permanenza a bordo in condizioni difficili, invece di essere sbarcate tempestivamente per poter accedere a cure mediche e psicologiche”. L’operazione ha avuto anche un costo economico elevato: tra il 9 e il 17 giugno, cioè dal primo soccorso in zona Sar fino allo sbarco a Valencia la nave dell’ong francese ha consumato 35 tonnellate di fuel, per un costo di quasi 21mila euro. “Oltre a questo, l’operazione Valencia è costata l’allontanamento di un importante assetto di search and rescue da una zona dove c’è già carenza di assetti di soccorso– aggiunge. Insieme a noi sono stati allontanati anche altri due importanti assetti, la nave Dattilo e la nave Orione, su cui sono state trasbordate una parte delle persone” . E allora perché tornare nel Mediterraneo? “Torniamo in mare proprio perché oggi c’è una drammatica necessità di esserci – conclude Stalla -. Nell’ultimo mese c’è stato un picco drammatico della mortalità nel Mediterraneo. All’inizio della missione, nel 2016, denunciammo una carenza di assetti di ricerca e soccorso. Oggi invece di migliorare la situazione i pochi assetti presenti sono stati costretti a ritirarsi. In particolare è stato ostacolato il lavoro delle ong – conclude Stalla -. Altri attori sono stati coinvolti, ma l’ultimo caso di Open arms mette in evidenza come le pratiche della cosiddetta Guardia costiera libica siano totalmente inadeguate. Questo ci fa essere sempre più convinti a tornare a operare il più presto possibile”.

30mila salvati in due anni: “in mare non si fa politica, si tende la mano”. Nella sala ristorante il cuoco della compagnia Jasmund Shipping inizia a preparare il pranzo. Su un cartello appoggiato dietro la televisione un gruppo di migranti nigeriani soccorsi in mare ha lasciato un messaggio per i volontari: “God bless you, guys!”. “Su questa nave sono state soccorse quasi 30mila persone in questi anni – afferma Mathilde Auvillain, communication officer di Sos Mediterranèe -. In mare non si dovrebbe fare politica, solo tendere la mano alle persone, soccorrerle e portarle in un porto sicuro. Noi siamo soccorritori, il nostro compito è aiutare chi sta annegando. E in questo momento il bisogno di aiuto è urgente”. Per tutta la giornata sulla nave si susseguono le visite dei giornalisti, degli studenti e sostenitori privati. “Sentiamo una vicinanza forte della società civile – aggiunge Auvillain -continuiamo a ricevere donazioni da parte di persone che ci chiedono di tornare a soccorrere in mare. E’ un sostegno importante, che viene dal basso. Ed è proprio dal basso che stiamo ricevendo le maggiori dimostrazioni di vicinanza”. Quando l’Aquarius tornerà in mare ancora non si sa, per ora resta al molo 2 “dell’unica città al mondo in cui non ci si sente stranieri”, come scriveva Jean Claude Izzo nel suo capolavoro sul Mediterraneo “Marinai perduti”.