lunedì, settembre 24

La dignità è una vera lotta contro la precarietà e contro questo governo

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La dignità è una vera lotta contro la precarietà e il governo reazionario delle destre, per riconquistare i diritti del lavoro

Bisogna avere ben chiaro che cosa sia il presunto decreto “sulla dignità dei lavoratori e delle imprese”: una pura rappresentazione scenica di propaganda del governo – da non sottovalutare – per apparire con un volto sociale amichevole verso i lavoratori, una foglia di fico, soprattutto per Di Maio, per coprire la natura profondamente reazionaria di un esecutivo in cui lo sceriffo xenofobo Salvini la fa da padrone, marginalizzando il M5S che, per la sua intrinseca natura interclassista, non può che subordinarsi alla egemonia dell’alleato di estrema destra che sta avvelenando il comune senso politico, umano e civile di larghi settori di massa.

Realtà e finzione

Già, perché il decreto presentato pomposamente e falsamente come lo strumento che dovrebbe affossare la precarietà e il famigerato Jobs Act di Renzi presenta solo piccole modifiche del tutto interne alla logica della legge del passato governo, quindi del tutto inefficaci ed ininfluenti sulla condizione di subalternità e di oppressione dei lavoratori. E’ il classico caso in cui si usano dei pannicelli caldi per combattere la polmonite, anche perché in realtà, come ha subito precisato il primo ministro Conte, il governo non è in nessun modo contro le imprese. Di Maio ha specificato che nella legge finanziaria di autunno saranno adottate nuove misure a vantaggio delle imprese, attraverso, ancora una volta, la riduzione del costo del lavoro per i padroni: “…però io so benissimo che il nostro intervento non potrà prescindere dall’abbassamento del costo del lavoro“. Il governo inoltre si appresta a rilanciare in agricoltura una delle peggiori forme di lavoro precario, i famigerati voucher.

Il ministro dell’economia, Tria in parlamento ha affermato che: “Il primo obiettivo dell’intero governo è il perseguimento prioritario della crescita dell’economia in un quadro di coesione sociale all’interno di una politica di bilancio”; in altri termini che si resterà dentro i parametri europei a partire dal cosiddetto debito strutturale, da conseguire con una riduzione della spesa pubblica corrente, (traduzione spesa sociale).

Il decreto reintroduce le causali per i contratti a termine, ma solo dopo i primi 12 mesi e riduce da 36 a 24 mesi la possibilità del loro utilizzo. Aumenta di uno 0,5% il contributo addizionale (rispetto all’attuale 1,4%) della retribuzione imponibile ai fini previdenziali, a carico del datore di lavoro, per i rapporti di lavoro subordinato in caso di rinnovo del contratto a tempo determinato, anche in somministrazione. I possibili rinnovi dei contratti diminuiscono da 5 a 4.

Come si vede l’impianto resta del tutto intatto, i padroni hanno la possibilità di continuare a usare a loro piacimento la forza lavoro e alla scadenza del contratto di lasciarla a casa: gli strumenti del ricatto e della subordinazione rimangono intatti. Così come rimane intatto l’utilizzo del licenziamento senza giusta causa. Al massimo i padroni dovranno pagare al lavoratore licenziato da 6 a 36 mensilità di fronte alle attuale disposizione che prevede da 4 e 24 mensilità. Al massimo qualche euro in più per il padrone per togliersi di mezzo un lavoratore scomodo. E poi quante sono le lavoratrici e i lavoratori che dispongono delle risorse necessarie per adire a un processo dall’esito incerto, non accettando la proposta di conciliazione della direzione?

Poi, per quanto riguarda le delocalizzazioni, si prevede l’obbligo della restituzione degli incentivi pubblici maggiorati nel caso un’azienda si trasferisca all’estero prima dei 5 anni. Basta aspettare il giorno dopo la scadenza dei 5 anni per andarsene altrove senza dover restituire nulla. Non è chiaro cosa succeda nel caso la delocalizzazione sia rivolta verso un paese dell’Unione Europea.

Infine il decreto prevede anche due misure direttamente favorevoli per le imprese e i professionisti, intervenendo sul redditometro e sul cosiddetto split payement.

In proposito si vedano anche le prese di posizioni de “Il sindacato è un’altra cosa Opposizione in CGIL” e dell’USB.

Un’opposizione al governo senza se e senza ma

Se si voleva veramente ridare dignità al lavoro sarebbe bastata una norma che abrogasse le norme del Jobs Act e reintroducesse l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ridando la possibilità alle lavoratrici e ai lavoratori di difendere con qualche efficacia i loro diritti.

Non può certo farlo questo governo la cui natura di classe è avversa alla classe lavoratrice e che nelle sue componenti rappresenta i padroni e i padroncini, cioè le diverse sfaccettature della piccola e media borghesia.

L’operazione di promozione propagandistica del governo tuttavia può avere qualche successo dato lo stato di prostrazione politica di larghi settori di massa e visti i disastri sociali che hanno prodotto i governi del cosiddetto centro sinistra portando avanti le politiche liberiste del capitale.

Alcuni settori di sinistra (qualcuno anche per le passate vicinanze al M5S, oggi negate) appaiono impacciati su come muoversi, avendo scordato che un governo reazionario di destra può far finta o anche fare qualche parziale misura sociale, al fine di ottenere un certo consenso dentro politiche economiche e sociali fortemente aggressive contro la classe lavoratrice. E ancor più operando alla destrutturazione e divisione della classe operaia costruendo dei falsi capri espiatori come responsabili della crisi, indicandoli nei settori sociali più deboli, i migranti in primo luogo e più in generale negli emarginati. Siamo di fronte a una operazione di costruzione dell’odio verso una parte di uomini e donne, di una loro disumanizzazione. L’attuale indifferenza e cinismo di fronte alla strage quotidiana nel Mediterraneo, questo mare nostrum diventato un cimitero contro l’umanità e un banco d’accusa verso i manigoldi che governano l’Europa, apre la strade agli scenari più cupi del passato che ritorna.

Proprio perché siamo consapevoli che questo governo dispone di una certo consenso a livello di massa, la costruzione di una opposizione diretta sociale, politica senza se e senza ma a Salvini Di Maio va condotta fino in fondo, non ci possono essere incertezze o presunte furbizie tattiche: è una questione dirimente e storica. Questo governo può fare danni enormi e duraturi.

Sul piano politico questo significa anche non lasciare uno spazio politico enorme a quelle forze come il PD che hanno determinato con le loro scelte la demoralizzazione di massa e l’ascesa delle destre e che oggi pretendono di costruire una opposizione democratica al governo, strettamente collegata a certi settori della classe dominante, una presunta alternativa del tutto interna alla logica liberista che sta distruggendo l’idea stessa dell’unità dell’Europa, alimentando la corsa ai peggiori nazionalismi.

Una opposizione sociale di classe

Per le forze della sinistra autentica si tratta di ricostruire un’opposizione sociale e di classe, aiutare cioè i lavoratori, a partire dalla loro riorganizzazione sindacale sui luoghi di lavoro e nella società, a tornare socialmente attivi e protagonisti e a credere nelle possibilità della lotta. L’attuale discussione nel congresso della CGIL, che resta la più grande e forse unica organizzazione di massa (prigioniera dell’immobilismo e della subordinazione della sua direzione burocratica) prima ancora che sui singoli contenuti rivendicativi, verte intorno alla scelta, se tornare o meno a lottare, se combattere o rassegnarsi all’esistente. Le direzioni sindacali sembrano oggi tutte contente che il governo le faccia partecipi di una tavolo negoziale che garantisce loro ruolo istituzionale burocratico, ancorché sulla pelle dei lavoratori.

La mobilitazione e la lotta sono l’unica strada per sradicare il precariato. E non si può che partire dalle rivendicazione semplici: abrogare il Jobs act, abrogare la legge Fornero che impedisce ai giovani di inserirsi nel mondo del lavoro obbligando alla schiavitù i vecchi, reintrodurre l’articolo 18.

Anche perché non dobbiamo farci ingannare dai dati dell’Istat che indicano un picco di occupati di 23 milioni e 382 mila persone occupate. E’ noto che i dati sono taroccati nelle modalità stesse di rilevazione: una persona viene considerata occupata se nella settimana antecedente la rilevazione ha lavorato almeno un’ora ricevendo un corrispettivo in denaro o in natura. A crescere sono solo i lavori a termini che rappresentano poco meno del 99% delle nuove assunzioni. Le ore lavorate risultano ancora largamente inferiori a quelle del periodo precedenti la crisi del 2008; questo significa che sono cresciuti i contratti a part time e quelli a termine, (molte volte di pochi giorni); significa in altri termini che i capitalisti hanno applicato una riduzione dell’orario di lavoro, ma a loro esclusivo vantaggio.

Per questo bisogna costruire una campagna politica e un movimento per l’occupazione, per la riduzione dell’orario a parità di salario, per il ripristino dei diritti del lavoro (più salario, meno orario).

Anche perché senza un movimento collettivo e di classe che ricomponga la solidarietà delle lavoratrici e dei lavoratori, che costruisca l’unità di tutta la classe, cioè dei lavoratori autoctoni e di quelli migranti che sono parte fondamentale della nostra classe, il rischio che la società tutta precipiti sempre di più nella barbarie della Lega e degli altri movimenti nazionalisti e xenofobi in Italia e in Europa è forte.

Dobbiamo impedirlo, ci sono ancora le forze e le disponibilità per un’alternativa sociale e di autentica democrazia e dobbiamo farlo anche dentro una prospettiva internazionalista di convergenza delle mobilitazioni al di sopra delle frontiere.