martedì, ottobre 23

Nicaragua | Alle radici del regime di Daniel Ortega e di Rosario Murillo

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La repressione esercitata dal regime nei confronti di coloro che protestano in piazza contro le brutali politiche neoliberali è uno dei motivi che inducono vari movimenti sociali a condannare il regime del presidente Daniel Ortega e della vicepresidentessa Rosario Murillo.

La sinistra ha molteplici motivi supplementari per denunciare questo regime e la sua politica. Per comprenderlo, è necessario riassumere ciò che è avvenuto dal 1979 a oggi.

1979: una rivoluzione autentica. Il 19 luglio 1979 è un’autentica rivoluzione popolare quella che trionfa a Managua, ponendo fine alla dinastia dittatoriale dei Somoza. Il Fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN) ha avuto un ruolo fondamentale in questa vittoria, grazie alla sua lotta armata, alle sue iniziative politiche e alla sua capacità di rappresentare le aspirazioni del popolo. Tuttavia, il FSLN non avrebbe mai potuto sconfiggere la dittatura senza la straordinaria mobilitazione della maggioranza del popolo nicaraguense. Senza il coraggio e l’abnegazione di quel popolo, la dittatura somozista, da decenni appoggiata da Washington, non avrebbe potuto essere definitivamente sconfitta. E va pure detto che anche il sostegno da parte di Cuba ha avuto un ruolo positivo.

Negli anni successivi alla vittoria, una parte importante degli strati popolari ha sperimentato un miglioramento per quanto concerne l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’accesso a un’abitazione, i diritti di espressione e d’organizzazione, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici delle città e delle campagne. Vennero inoltre nazionalizzate le banche e una serie di imprese industriali e dell’agroindustria. Tutto ciò suscitò un grande entusiasmo, sia all’interno del Paese che a livello internazionale, con lo sviluppo di un consistente movimento di solidarietà. Da ogni angolo del pianeta (soprattutto dall’America latina, dall’America settentrionale e dall’Europa) decine di migliaia di attivisti si sono recati in Nicaragua per apportarvi aiuti, per partecipare alle brigate di lavoro volontario, per contribuire al miglioramento della sanità, dell’istruzione e degli alloggi, per impedire l’isolamento della rivoluzione.

Agli inizi degli anni Ottanta, il grande capitale nicaraguense, le grandi società private transnazionali presenti in America centrale (nell’agroindustria, nel settore minerario, eccetera), l’imperialismo statunitense e i suoi vassalli (come il regime del “socialista” Carlos Andrés Pérez in Venezuela, o le dittature come quella dell’Honduras), si coalizzano nel tentativo di mettere fine a questa straordinaria esperienza di liberazione sociale e di riappropriazione della dignità nazionale. Si trattava anche d’impedire un’estensione della rivoluzione, che negli anni Novanta era una possibilità a portata di mano. In effetti, la rivolta sociale ribolliva nella regione, in modo particolare nel Salvador e in Guatemala, dove da decenni lottavano delle forze rivoluzionarie politicamente vicine ai sandinisti. Quanto a Cuba, non esitava nello sfidare Washington e le classi dominanti dell’America centrale con il suo sostegno alla rivoluzione centroamericana.

La Contra. I nemici interni ed esterni mettono in piedi la Contra, un esercito controrivoluzionario che mirava a rovesciare il regime sandinista, dotato d’una tale potenza di fuoco da riuscire a infliggere colpi molto duri alla rivoluzione e da poter protrarre il conflitto sino al 1989. Washington l’ha finanziata, addestrata, fornita di consiglieri e presentata a livello internazionale come un esercito di liberazione. Inoltre, l’esercito americano ha minato dei porti, azione che nel 1986 è stata condannata dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja [1]. Come reazione, il governo degli Stati Uniti dichiarava di non riconoscere più la competenza di quella corte di giustizia.

Nonostante i successi sociali e democratici, la politica adottata dalla direzione sandinista mostrava presto dei gravi limiti. La riforma agraria, tanto attesa da gran parte della popolazione rurale, veniva realizzata in modo del tutto insufficiente: il governo aveva tardato troppo a distribuire massicciamente la terra e i titoli di proprietà ai piccoli contadini. E la Contra si era ritagliata una base sociale fra una parte importante dei contadini delusi dalla reticenza dei dirigenti sandinisti nell’organizzare la redistribuzione delle terre. Nelle zone urbane la maggioranza del popolo partecipava alla rivoluzione, mentre nelle campagne la situazione era molto più complessa: qui i sostenitori decisi della rivoluzione in corso erano meno numerosi.

«Direzione: ordina!» Naturalmente, i principali responsabili della difficile situazione della società nicaraguense erano l’imperialismo nordamericano e le classi dominanti locali desiderose di preservare i propri privilegi e di continuare a sfruttare il popolo. Ma nel fallimento dell’estensione, del consolidamento e dell’approfondimento della rivoluzione hanno avuto un loro ruolo anche gli orientamenti della direzione sandinista. Fra le responsabilità di questa direzione va sottolineata la sua tendenza autoritaria, che si esprimeva mediante lo slogan «Direzione: ordina!»: le masse dovevano cioè ricevere dalla direzione le indicazioni degli obiettivi da raggiungere. Ciò che imbrigliava la dinamica di autorganizzazione del popolo.

Anche il modo di condurre la guerra ha prodotto effetti inquietanti. La sinistra del FSLN (e in particolare la rivista «Nicaragua desde adentro») ha rimproverato Umberto Ortega, comandante in capo dell’esercito e fratello di Daniel, per aver sviluppato un esercito “classico” dal punto di vista dell’armamento, dotandolo di carri armati pesanti: cosa costosa e non adatta nella lotta alla Contra, che ricorreva a tattiche di guerriglia [2]. La coscrizione obbligatoria dei giovani per rinforzare l’esercito, infine, è stata male accolta da una parte consistente della popolazione.

Un piano di aggiustamento strutturale al tempo del governo sandinista. Inoltre, a partire dal 1988 la direzione sandinista ha avviato un piano d’aggiustamento strutturale che ha peggiorato le condizioni di vita della maggioranza della popolazione, la più povera, senza scalfire i ricchi [3]. Questo piano d’aggiustamento strutturale era assai simile a quelli dettati dal Fondo monetario internazionale (FMI) e dalla Banca mondiale, anche se queste due istituzioni avevano sospeso la loro assistenza alle autorità sandiniste in seguito alle pressioni di Washington [4]. Questa politica d’aggiustamento, che faceva sopportare il suo peso ai settori popolari, era stata criticata da una corrente interna al FSLN.

Io ricordo molto bene la risposta pubblica data nel 1989 da Omar Cabezas [5], comandante guerrigliero e membro dell’Assemblea sandinista, a chi gli chiedeva come fosse possibile che il governo sandinista applicasse un piano di aggiustamento strutturale simile a quello del FMI. Aveva risposto, in sostanza, che un piano d’aggiustamento strutturale è come un kalashnikov o un fucile FAL: dipende da chi lo usa. Se lo usano dei rivoluzionari, va tutto bene. Una risposta, è evidente, del tutto insoddisfacente.

Il mantenimento del modello estrattivista esportatore con bassi salari. In realtà, la direzione sandinista ha fatto molte concessioni al padronato, soprattutto in materia di salari, rimasti molto bassi. L’argomento cui si è fatto ricorso per giustificare questa politica era che il Nicaragua doveva esportare al massimo sul mercato mondiale, e per restare competitivo era necessario comprimere i salari. Poche sono le misure che sono state prese per uscire progressivamente dal modello estrattivista esportatore a bassi costi. Per troncare con simile modello strettamente dipendente dalla competitività nel mercato mondiale sarebbe stato necessario urtarsi agli interessi dei capitalisti che ancora dominano nel settore estrattivista esportatore. Sarebbe piuttosto stato necessario rafforzare i piccoli e medi produttori che forniscono il mercato interno.

Nel 1989 il governo del FSLN conclude un accordo con la Contra per porre fine alle ostilità: fatto che, naturalmente, era positivo. Ciò è stato descritto come una vittoria della strategia seguita sino ad allora. In realtà, era una vittoria di Pirro. Sicura di vincerle, la direzione sandinista indice le elezioni generali per l’aprile del 1990. Dal loro esito la direzione sandinista esce stupefatta e in preda al panico: la vittoria spetta infatti alla destra, che sosteneva che se avesse vinto il FSLN, lo scontro armato sarebbe ripreso. Di conseguenza, la maggioranza della popolazione, che voleva evitare il ripetersi del bagno di sangue [6], pur senza entusiasmo aveva votato per la destra. Sperava nella cessazione definitiva della guerra. Alcuni settori popolari erano inoltre delusi a causa delle politiche adottate dal governo del FSLN nelle zone rurali (insufficienze della riforma agraria) e nelle aree urbane (effetti negativi dell’austerità imposta dal piano di aggiustamento strutturale iniziato nel 1988), anche se le organizzazioni sandiniste godevano ancora d’una grande simpatia in settori importanti della gioventù, della classe operaia, dei funzionari pubblici e in una parte significativa dei lavoratori rurali.

La direzione sandinista, il cui orientamento dipendeva soprattutto da Daniel Ortega e da suo fratello Humberto e che nelle elezioni di quell’aprile si aspettava il 70 % dei voti, era disorientata, poiché non s’era resa conto di quale fosse realmente lo stato d’animo di una parte importante del popolo. Cosa che dimostra quanta fosse ormai la distanza fra questa direzione, che s’era abituata a emettere proclami, e la maggioranza della popolazione.

La piñata. Dopo la vittoria della destra, gran parte dei beni immobili che erano stati espropriati ai somozisti dopo il 1979 vennero suddivisi fra i principali dirigenti sandinisti, che così si trovarono notevolmente arricchiti. In Nicaragua ciò è noto come la piñata. Coloro fra i dirigenti sandinisti che presero parte a questa spartizione l’hanno giustificata con la necessità di mettere al sicuro un patrimonio a favore del FSLN rispetto al nuovo governo che minacciava di sequestrare i beni del partito. Secondo loro, era più opportuno attribuirli, nella forma di proprietà privata, a persone di fiducia: come loro appunto. In pratica, una parte importante di dirigenti s’è trasformata in uno strato di nuovi ricchi. E la loro mentalità è cambiata.

L’esercito sandinista dopo la sconfitta elettorale dell’aprile 1990. La direzione sandinista, con la leadership di Daniel e Humberto Ortega, concorda la transizione con il nuovo governo di Violeta Chamorro. Humberto rimane comandante in capo dell’esercito, i cui effettivi vengono fortemente diminuiti. Dall’esercito viene eliminata una parte del suo settore più schierato a sinistra, con il pretesto che aveva fornito dei missili al Fronte Farabundo Martí di liberazione nazionale (FMNL) che all’epoca tentava ancora di provocare un’insurrezione generale nel Salvador. Le autorità sovietiche, infatti, nell’ambito del processo di avvicinamento fra i presidenti Gorbačëv [7] e George Bush [8], avevano lamentato il fatto che dei missili SAM 7 e SAM 14, consegnati ai sandinisti dall’URSS [9], erano finiti nelle mani del FMLN, servendo ad abbattere degli elicotteri dell’esercito statunitense che operavano nel Salvador [10]. Quattro ufficiali sandinisti vengono incarcerati per ordine di Humberto Ortega, con la seguente motivazione: «Questo piccolo gruppo di ufficiali, accecato dalla passione politica e animato da obiettivi estremistici, è venuto meno all’onore militare e alla lealtà dell’Istituzione e del Comando militari, il che equivale a venir meno agli interessi sacri, patriottici e rivoluzionari del Nicaragua» [11].

Il provvedimento suscita forti critiche da parte del Fronte nazionale dei lavoratori (che raggruppa le organizzazioni sindacali sandiniste), della Gioventù sandinista e di una serie di militanti del FSLN. Un settore della sinistra del FSLN, inoltre, rimprovera a Humberto Ortega la scelta di restare a capo delle forze armate sotto la presidenza della destra, invece di prendere parte all’opposizione politica al nuovo regime, lasciando la direzione dell’esercito al suo secondo, anch’esso del FSLN.

Il FSLN e il governo di Violeta Chamorro. Nel luglio 1990, pochi mesi dopo l’inizio del mandato della presidentessa Violeta Chamorro, in tutto il Paese si sviluppa un movimento di protesta di massa. Managua e altre città si riempiono di barricate sandiniste e i sindacati proclamano lo sciopero generale. Ne deriva un compromesso con il governo della Chamorro, che rinuncia a certe misure: ma l’interruzione del movimento imposto dalla direzione del FSLN suscita un certo malcontento nella base sandinista. In seguito, la direzione del Fronte fa progressive concessioni alla Chamorro, accettando lo smantellamento del settore bancario pubblico, la riduzione del settore pubblico in agricoltura e nell’industria, la cessazione del monopolio di Stato nel commercio estero. Violeta Chamorro avvia inoltre un’epurazione nella polizia, facendovi entrare degli ex-contra. Ed è questa polizia quella che è in prima linea nella repressione della protesta sociale del 2018, assieme alle milizie paramilitari, delle quali si parlerà più sotto. Nell’ambito del patto di coesistenza con la direzione del FSLN, la Chamorro invece non ha toccato le forze armate. E i sandinisti, all’opposizione, si impegnano a collaborare al disarmo della popolazione.

Nei primi sei mesi del 1991 si ha una radicalizzazione nelle posizioni della direzione del FSLN, dovuta in parte alla pressione delle organizzazioni sociali sandiniste e all’attività delle masse che intendono difendere il più possibile le conquiste della rivoluzione. Non si può che guardare con ammirazione al livello di autorganizzazione e di attività delle masse popolari in resistenza, che praticano varie forme di lotta: occupazione delle terre, occupazione di imprese, rilancio della produzione con controllo dei lavoratori, scioperi, marce, barricate. Con i giovani che vi hanno un ruolo molto dinamico.

In senso del tutto opposto, una parte dei dirigenti sandinisti (non la direzione nazionale, ma soprattutto degli ex ministri, come per esempio Alejandro Martínez Cuenca) sostiene apertamente sia la necessità di un «co-governo», una sorta di appoggio esterno condizionale al governo di Violeta Chamorro, sia le misure imposte dal Fondo monetario internazionale, che sono in parte il prolungamento della politica adottata dal governo sandinista a partire dal 1988 [12].

Il primo congresso del FSLN, luglio 1991. In occasione del primo congresso del FSLN, nel luglio 1991, si deve ammettere che il Fronte, nonostante tutto, dà ancora prova di una grande vitalità, e la direzione presenta un documento in cui si fa un’autocritica a proposito delle insufficienze della politica agraria negli anni Ottanta e del verticalismo del suo funzionamento [13]. Esempio di questa radicalizzazione: in segno di protesta contro le riforme neoliberali e l’offensiva della destra, il gruppo parlamentare sandinista diserta il Parlamento a tempo indeterminato.

Ma in seguito, in vista delle elezioni del 1996, si avrà una svolta a destra, a opera di Daniel Ortega.
La svolta a destra di Daniel Ortega del 1996. Nel corso della campagna elettorale del 1996 Daniel Ortega non risparmia sforzi nel tendere la mano alla grande borghesia, nel sottolineare una conversione a favore dei meriti dell’economia di mercato, nel moderare il discorso nei confronti di Washington. Ma il candidato della destra, Arnoldo Alemán, vince le elezioni con il 51 % dei voti, mentre Ortega ne ottiene il 38 %. Quanto a Sergio Ramírez, già membro della direzione nazionale che aveva rotto con il FSLN promuovendo il Movimento di rinnovazione sandinista (MRS), non va oltre lo 0,44 %.

Secondo Mónica Baltodano, una ex dirigente del FSLN [14], «lo scontro in seno al Fronte sandinista nel 1993-1995 [che in particolare è sfociato nella formazione del MRS, Nota di ET]ha convinto Ortega e la sua cerchia dell’importanza del controllo dell’apparato partitico. E ciò sì è concretizzato più precisamente nel congresso del Fronte del 1998, in cui hanno cominciato a sparire anche i resti della Direzione nazionale, dell’Assemblea sandinista e del Congresso del Fronte, sostituiti da un’assemblea di cui facevano parte soprattutto i dirigenti delle organizzazioni popolari fedeli a Ortega. Ma poco alla volta, anche questa assemblea ha smesso di riunirsi. È allora che si è verificata una seria frattura. Era ormai evidente che Ortega andava sempre più allontanandosi dalle posizioni della sinistra e centrava la sua strategia sull’ampliamento del suo potere. Poneva l’accento sul potere per il potere.

«Da allora, per accrescere il suo potere, ha dato inizio a una serie di alleanze. La prima di queste, con il presidente Arnoldo Alemán, è all’origine delle riforme costituzionali del 1999-2000. I punti centrali di questa alleanza consistevano nell’abbassamento al 35 % della percentuale necessaria per vincere le elezioni, nella spartizione fra i due partiti di tutte le istituzioni dello Stato e nella garanzia del mantenimento delle proprietà e delle imprese detenute dai dirigenti del FSLN. In cambio, Ortega garantiva ad Alemán la “governabilità”: scioperi e lotte rivendicative cessarono del tutto, il Fronte sandinista smise di opporsi alle politiche neoliberali. Le organizzazioni i cui principali dirigenti negli anni successivi sono diventati deputati o si sono inseriti della cerchia di potere di Ortega, cessarono di resistere e di lottare» [15].

In conclusione, alla fine del suo mandato, Alemán stipulò un patto con Daniel Ortega per fare entrare nelle istituzioni un maggior numero di rappresentanti a loro fedeli: nel Consiglio elettorale, nella Corte dei conti, nella Corte suprema.

Nel 2001 Daniel Ortega perde le elezioni presidenziali, con il 42 % dei voti contro il 56 % di Enrique Bolaños, ex vicepresidente di Alemán.

Il patto Ortega-Alemán. Il patto si attiva allorché Enrique Bolaños, divenuto presidente, decide di prendersela col suo ex collega Alemán, appoggiando la sua incriminazione per corruzione e la successiva condanna a 20 anni di carcere. Nel 2003, infatti, Ortega farà intervenire gli uomini che aveva piazzato nell’apparato giudiziario affinché Alemán possa godere d’un regime di favore, scontando la pena a domicilio.

Più tardi, nel 2009, due anni dopo la sua rielezione a presidente del Nicaragua, Ortega appoggerà la decisione della Corte suprema di annullare la condanna di Alemán, che recupererà così una completa libertà di movimenti. Qualche giorno dopo, come forma di scambio, il gruppo parlamentare del Partito liberale di Alemán appoggerà l’elezione di un sandinista alla presidenza dell’Assemblea nazionale.

Nel 2005 Daniel Ortega si avvicina al cardinale ultraconservatore Miguel Obando y Bravo: sua conversione al cattolicesimo e matrimonio religioso. Nel 2007 Daniel Ortega vince le elezioni presidenziali facendo una serie di concessioni ai nemici del sandinismo. Era riuscito ad assicurarsi i favori del cardinale Miguel Obando y Bravo, che in precedenza l’aveva osteggiato duramente, così come aveva fatto con la rivoluzione sandinista nel corso degli anni Ottanta e Novanta, al punto di appoggiare apertamente la Contra. Per ottenere un miglioramento dei rapporti con questo cardinale reazionario, Daniel Ortega presenta le sue scuse per il trattamento subito dalla Chiesa nel corso del processo rivoluzionario, si converte al cattolicesimo e nel settembre 2005 chiede allo stesso Obando y Bravo di officiare il suo matrimonio con la sua compagna Rosario Murillo [16].

2006: Daniel Ortega per la proibizione totale dell’aborto. Nel 2006, qualche mese prima delle elezioni, il gruppo parlamentare del FSLN, guidato da Daniel Ortega, concede il suo sostegno incondizionato a una legge ultrareazionaria che proibisce l’aborto in qualunque caso, anche quando la salute o la vita della donna incinta sono in pericolo, anche in caso di gravidanza dovuta a stupro. La legge entra in vigore con il nuovo Codice penale, nel luglio 2008, durante la presidenza di Daniel Ortega. Prima di essa, l’aborto «terapeutico» (in caso di pericolo per la vita o la salute della donna o in caso di stupro) era autorizzato nel Paese sin dal … 1837 [17].

[La seconda parte di questo articolo riguarderà il periodo inaugurato dall’elezione di Daniel Ortega alla presidenza, nell’ottobre 2006]

Note
[1] Monique Chemillier-Gendreau, Comment la Cour de La Haye a condamné les États-Unis pour leurs actions en Amérique centrale, in «Le Monde Diplomatique», août 1986: https://www.monde-diplomatique.fr/1986/08/CHEMILLIER_GENDREAU/39416
[2] Si veda la rivista «Inprecor», n° 328, avril 1991.
[3] Si veda la rivista nicaraguense «Envío», agosto 1988; alcuni estratti sono stati pubblicati in «Inprecor», n° 273, octobre 1988, con il titolo Nicaragua: Traitement de choc.
[4] Si veda Éric Toussaint, Banque mondiale, le coup d’État permanent, capitolo 5, pagg. 68-69.
[5] Per informazioni su Omar Cabezas: https://es.wikipedia.org/wiki/Omar_Cabezas
[6] Per dare un’idea dell’entità delle perdite di vite umane nel corso della lotta alla Contra, è come se la popolazione degli Stati Uniti avesse avuto due milioni di morti.
[7] Michail Gorbačëv ha diretto l’URSS fra il 1985 e il 1991.
[8] George Bush è stato il quarantunesimo presidente degli Stati Uniti, per un solo mandato, dal gennaio 1989 al gennaio 1993. Suo figlio, George W. Bush è stato il quarantatreesimo presidente, dal gennaio 2001 al gennaio 2009.
[9] Nel 1990 c’era ancora l’URSS. Fra il marzo di quell’anno e il dicembre 1991 si ha un processo di dissoluzione che si conclude con la formazione di numerosi Stati indipendenti: Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldova, Estonia, Lettonia, Lituania, Armenia, Georgia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan.
[10] Si veda Éric Toussaint, Le dilemme de l’armée sandiniste, in «Inprecor», n° 328, 14 avril 1991.
[11] Si veda Éric Toussaint, Le dilemme de l’armée sandiniste, cit.
[12] Si veda Éric Toussaint, Front ou parti: que choisir?, in «Inprecor», n° 329, 26 avril 1991.
[13] Si veda Éric Toussaint, Renouvellement du Front sandiniste, in «Inprecor», n° 337, 27 septembre 1991.
[14] Mónica Baltodano («Isabel 104», nella clandestinità), è stata una delle dirigenti dell’insurrezione urbana a Managua del giugno 1979, una comandante guerrigliera, ed ex membro della Direzione nazionale ed ex deputata del FSLN. Nei congressi del FSLN del 1994 e 1998 Mónica Baltodano ha diretto la tendenza Izquierda Democrática, contrapposta a coloro che avrebbero poi fondato il MRS, diretto da Sergio Ramírez, che era stato vicepresidente del Nicaragua nel 1985-1990, a fianco di Daniel Ortega. Allora Mónica Baltodano aveva appoggiato Daniel Ortega come segretario generale del FSLN, convinta dal suo «discorso di sinistra» (nel 1994 in contrapposizione a Henry Ruiz). Essa ha lasciato il FSLN nel 1988, ai tempi del patto Ortega-Alemán. Nel 1995 ha partecipato, assieme a Henry Ruiz, alla fondazione del Movimiento por el Rescate del Sandinismo (MpRS) (si veda, in spagnolo, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=33344). Da allora continua la sua attività nella lotta politica (si veda:
http://www.resumenlatinoamericano.org/2018/07/15/nicaragua-entrevista-a-la-comandante-sandinista-monica-baltodano/).
[15] Mónica Baltodano, Le régime d’aujourd’hui et les mutations le FSLN pour y arriver, in «Inprecor», n° 651-652, mai-juin 2018 [anche qui:
http://www.inprecor.fr/article-Nicaragua-Qu’est-ce%20que%20ce%20régime%C2%A0%20%20Quelles%20ont%20été%20les%20mutations%20le%20FSLN%20pour%20arriver%20à%20ce%20qu’il%20est%20aujourd’hui%20%20?id=2144)].
[16] Si veda l’interessante necrologia del cardinale pubblicata il 4 giugno 2018 da un sito ufficiale della Chiesa cattolica, il Centro cattolico dei media Cath-Info: Nicaragua: décés du cardinal Miguel Obando Bravo à l’âge de 92 ans:
https://www.cath.ch/newsf/nicaragua-deces-du-cardinal-miguel-obando-bravo-a-lage-de-92-ans/
[17] Prima dell’adozione del nuovo Codice penale, l’aborto «terapeutico» era legale e ritenuto legittimo e necessario da una legge approvata nel 1893 dal governo del liberale Zelaya, che completava un processo iniziato nel 1837.
Si veda anche Amnesty International, Interdiction totale de l’avortement au Nicaragua. La santé et la vie des femmes en danger, les professionnels de la santé passibles de sanctions pénales, 2009:
https://www.amnesty.be/IMG/pdf/AMR_43_001_2009_WEB.pdf
Nel continente americano, a parte il Nicaragua, sono quattro i Paesi che proibiscono in ogni caso l’aborto (El Salvador, Suriname, Haiti e Repubblica Dominicana) mentre solo tre lo autorizzano senza alcuna restrizione: Cuba, Uruguay e Guyana. Fonte:
https://www.courrierinternational.com/article/societe-seuls-trois-pays-autorisent-lavortement-sans-condition-en-amerique-latine

Ringraziamenti
L’autore ringrazia Nathan Legrand, che lo ha aiutato nella ricerca della documentazione e ha riletto l’articolo; Claude Quérnar e Brigitte Ponet, per la rilettura; e Joaldo Dominguez, che lo ha messo in linea.

*Éric Toussaint ha compiuto una dozzina di soggiorni in Nicaragua e in America centrale fra il 1984 e il 1992, partecipando all’organizzazione di brigate di lavoro volontario di sindacalisti e altri militanti della solidarietà internazionale, che partivano dal Belgio e si sono recati in Nicaragua negli anni 1985-1989. È stato uno degli animatori dei FGTBistes pour le Nicaragua [sindacalisti della Federazione generale dei lavoratori del Belgio per il Nicaragua]. Negli anni 1984-1992 ha avuto modo di incontrare diversi membri della Direzione sandinista, fra i quali Tomás Borge, Henry Ruiz, Luis Carrión, Víctor Tirado López. Ha avuto stretti rapporti con l’ATC, l’organizzazione sandinista dei lavoratori agricoli. Ha partecipato, come invitato al primo congresso del FSLN (luglio 1991) e al Terzo Forum di São Paulo (Managua, luglio 1993). Negli anni Ottanta ha tenuto conferenze sulla strategia rivoluzionaria del FSLN prima e dopo la presa del potere presso l’International Institute for Research and Education di Amsterdam.