lunedì, settembre 24

Salario minimo, perché non se ne esce

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Il dibattito sul salario minimo legale nel nostro Cantone è ormai entrato in una fase confusionale abbastanza prevedibile. Chi scrive, in un dibattito con l’allora coordinatore dei Verdi Sergio Savoia poco tempo dopo il lancio dell’iniziativa, sosteneva che saremmo arrivati proprio al punto in cui siamo arrivati: ad un dibattito nel quale l’alternativa è tra il peggio e il meno peggio.

In altre parole, che l’esito di questo dibattito rischia di essere tutt’altro che positivo per l’insieme di chi vive e/o lavora in questo cantone; infatti non solo si vedranno confrontati con un salario minimo legale (cioè un salario che avrà validità generale indiscutibile) che non permetterà di vivere degnamente, ma assisteranno alla spinta verso il basso di tutto il sistema dei salari. Vedranno cioè, a causa di un salario minimo legale così basso, accelerare il processo di dumping salariale, proprio quel che si dice di voler combattere.

A questo apparente paradosso non è possibile, allo stato attuale delle cose e nel quadro della attuali disposizioni legali, trovare soluzione. Infatti l’organizzazione giuridica e di potere del capitalismo liberale svizzero impedisce che si possa fissare per legge un salario minimo legale degno di questo nome. Chi accetta di rimanere chiuso in questa gabbia, rischia di soffocare…

Qual è la situazione con la quale oggi siamo confrontati?

Da un lato abbiamo la proposta del governo che fissa un salario minimo che oscillerebbe, a seconda dei settori, tra i 3’112 e i 3’200 franchi mensili; poi vi sarebbe il cosiddetto “compromesso” De Rosa che andrebbe dai 3’154 fr. ai 3’237 fr. mensili; infine la proposta degli iniziativisti (e del fronte attorno ad essi) che vorrebbe un salario minimo che si situa in una forchetta attorno ai 3’400 franchi mensili.
Abbiamo volutamente calcolato e presentato salari espressi non in franchi orari, ma in salari mensili e riportati su 13 mensilità. Sono accorgimenti necessari e rispettosi dei cittadini e delle cittadine alle quali ci si rivolge in occasione di una discussione politica pubblica. Infatti tutti (o quasi), parlando del proprio salario, sono abituati a coniugare il loro salario annuale su 13 mensilità, poiché i salari annuali vengono versati su 13 mensilità in quasi tutti i normali rapporti di lavoro nel nostro Cantone. Ognuno quindi, proprio partendo dalla propria esperienza potrà confrontare, farsi un’opinione, etc.

Cosa ci dicono queste proposte?

Prima di tutto, che le proposte in campo sono tutte inferiori ai 3’500 franchi mensili. Siamo assai lontani dal salario mediano ticinese (5’563 franchi, quasi 1’000 franchi in meno di quello svizzero che ammonta – dati 2016, gli ultimi disponibili – a 6’502 franchi). Una lontananza che, partendo da questo salario mediano, fissa i salari minimi legali proposti (in tutte le sue varianti) attorno al 40% in meno.

Ora tutti possono capire come, sul medio e lungo termine, l’introduzione di un salario minimo del 40% inferiore al salario mediano (cioè a quel valore che divide in due la massa dei salariati) non potrà che sviluppare una dinamica di inarrestabile attrazione verso il basso di tutto il sistema salariale.

In secondo luogo questo salario minimo legale non è assolutamente legato alle qualifiche professionali.

Si tratta di un salario minimo che vale per tutti e tutte, indipendentemente dalle qualifiche professionali. In questo senso non riuscirà a correggere uno degli aspetti fondamentali dell’attuale dumping salariale, che si manifesta in modo importante persino nei settori, come ad esempio quello dell’edilizia, caratterizzati dalla presenza di un contratto collettivo di lavoro (CCL) dichiarato di obbligatorietà generale (cioè che vale per tutte le aziende e tutti i lavoratori, con lo stesso valore legale di un salario minimo legale di settore). Ebbene in questo settore il dumping si manifesta soprattutto attraverso l’assunzione di manodopera qualificata pagata tuttavia con salari, certo contrattualmente e legalmente corretti, ma relativi a categorie salariali di non qualificati.

L’introduzione di un salario minimo così basso valido anche per la manodopera qualificata non potrà che favorire questo processo, soprattutto in settori, come quelli delle cosiddette attività terziarie, dove le regolamentazioni salariali (contratti di lavoro) sono nulle e dove il ruolo e la presenza sindacale sono del tutto insignificanti.

Che fare?

Allo stato attuale delle cose, ci pare che non ci sia molto da fare dal punto di vista legislativo. Si corre ormai sui binari tracciati dall’iniziativa e, proprio per i limiti che essa ha intrinsecamente, qualsiasi soluzione sarà più o meno insoddisfacente, apportando un contributo tutto sommato estremamente ridotto alla lotta contro il dumping salariale.

Poco sensate appaiono pure le prospettive di chi indica la necessità, qualora prevalessero le tesi del governo o di importi vicini a quelli da esso proposti, di lanciare un referendum. Ammesso e non concesso che si riesca a spuntarla, avrebbe come unico risultato di far guadagnare al governo altro tempo senza far nulla (altro messaggio, altre perizie, etc.).

Inoltre appare difficile costruire una campagna criticando, ad esempio, un salario di 3’250 franchi in nome di uno di 3’400 franchi, sostenendo che il primo è indegno mentre il secondo rappresenterebbe la conquistata dignità salariale.

Una battaglia referendaria, proprio per i limiti giuridici posti alla rivendicazione di un salario minimo legale, rischierebbe di limitare il dibattito alla prospettiva sopra indicata: una prospettiva terribile per chiunque voglia sul serio difendere i livelli salariali dal dumping.

Per questo ci pare che l’unica soluzione sia quella di rivendicare un salario minimo legale in linea con l’idea che esso debba permettere di vivere e lavorare in Ticino, un salario che in nessun modo può situarsi al di sotto dei 4’000 franchi mensili per 13 mensilità. È attorno a questa idea che si deve rilanciare sui luoghi di lavoro e tra i salariati una nuova mobilitazione di cui la critica delle proposte ch emergono nell’attuale discussione istituzionale sulla fissazione di un salario minimo legale non può rappresentare che un aspetto del tutto secondario.