lunedì, settembre 24

Un testo di Mandel sulle origini del fascismo

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Un intervento di Ernest Mandel alla Commissione d’inchiesta costituita dal Parlamento europeo nel 1985. “Sulla reviviscenza di fascismo e razzismo in Europa”: un esempio di dialettica e di analisi materialista senza nessuna concessione al determinismo (1).

Sulle cause della reviviscenza di fascismo e razzismo in Germania nel periodo antecedente la Seconda guerra mondiale esiste una documentazione molto dettagliata (la Germania viene presa come esempio tipico di fascismo, più ancora che il fascismo in Italia o in Spagna). Nonostante le diverse valutazioni, tra storici e politologi/sociologi in merito al peso dei singoli fattori sulla nascita del Terzo Reich, vi è comunque un largo consenso sui seguenti rapporti causali:

1. La crisi della democrazia parlamentare fu strettamente legata ad una forte crisi economica, come la crisi scoppiata in Germania nell’ottobre del 1929. In tempi come quelli milioni di persone si trovano di fronte al fatto che la loro emergenza materiale e morale non ha nessuna via d’uscita “normale”. Rispetto a condizioni di benessere, è in tempi del genere che essi sono maggiormente disposti a cercare salvezza in avventure “anomale”. Disoccupazione di massa, fallimento di medie imprese, forte abbassamento del tenore di vita nelle cosiddette libere professioni sono tutti fattori che favoriscono la radicalizzazione politica, in generale a destra più che a sinistra. La formazione di vasti strati di gruppi socialmente decaduti e quindi emarginati favorisce l’ascesa e il rafforzamento di organizzazioni di desperados e di gruppi di picchiatori come quelli dei fascisti classici. Col perdurare della crisi, cresce la consapevolezza di non poterla superare con una forma di governo “normale”, e trova maggiore risonanza la richiesta di un “uomo forte”, cioè di una dittatura o perlomeno di un regime autoritario.

2. In una crisi economica e (o) in una forte crisi sociale, all’interno della classe dominante si rafforza il desiderio di ridurre le prestazioni sociali, di congelare i salari, di rendere più difficoltosi o di vietare gli scioperi, di restringere i diritti sindacali, ecc., rispetto ad un periodo di rapida crescita economica che offre la possibilità a entrambi i “partner” sociali di aumentare il reddito, poichè la “torta che cresce” non crea problemi di spartizione. Questo spiega perché durante una crisi economica affluisca più denaro del grande capitale a gruppi della destra radicale e anche a gruppi fascisti. Ciò non significa che la borghesia favorisca esclusivamente le destre estreme o che fin dall’inizio propenda verso un orientamento fascista. Significa però sicuramente che la borghesia non esclude più una “soluzione” del genere per i suoi problemi socioeconomici e politici e che contempla tale possibilità come una fra le altre. Il resto dipende poi dai rapporti di forza e dallo sviluppo politico concreto.

3. Se, con la crisi economica e con un appoggio inizialmente ristretto da parte del grande capitale, un determinato gruppo dell’estrema destra o apertamente fascista riesce ad ottenere un certo livello di credibilità, di rappresentatività e di influenza politica (rappresentanza parlamentare inclusa), allora inizierà ad affluire verso di esso una grande quantità di denaro proveniente dal grande capitale. Si può interpretare questo fenomeno come una forma di “polizza assicurativa”. E lo si può collegare alla speranza di realizzare determinati progetti politici. Ma, comunque si possa interpretare tale comportamento, esso è senza dubbio riscontrabile ad esempio nella Germania del 1931 e in particolare del 1932. Se inizialmente solo alcune eccezioni fra i grandi capitalisti (Thyssen, Kirdorf, Reemtsma) sostennero pubblicamente i nazisti (anche Ford dagli USA), dopo che il partito di Hitler dimostrò di essere la principale forza delle destre, tale sostegno si allargò divenendo un vasto finanziamento da parte di numerosi circoli capitalistici.

4. Una dittatura fascista non si può instaurare, e tanto meno stabilizzare, senza il segnale di via dalle cerchie del grande capitale. Nella catena di avvenimenti che portarono alla nomina di Hitler a cancelliere del Reich il 30 gennaio 1933, l’anello principale fu il famigerato incontro presso il banchiere barone von Schroeder, durante il quale Hitler espose il suo programma (modificato in modo da compiacere i presenti – rimase però fedele alle sue concezioni!) in presenza dei principali rappresentanti del grande capitale tedesco. E’ altresì noto il ruolo svolto dallo Herrenclub (Associazione di banchieri, grandi industriali, grandi latifondisti, alti ufficiali della Reichswehr) come mediatore fra il Presidente del Reich von Hindenburg – influenzato dal figlio, implicato nello scandalo degli Aiuti all’Est, che Hitler accettò di mettere a tacere – e i nazisti. Dopo la soppressione delle libertà democratiche, in Germania venne introdotta un’economia “pianificata”, in base alla quale in ogni impresa valeva il principio autoritario a favore dell’imprenditore e le imprese venivano dirette esclusivamente da industriali (i funzionari di partito nazisti non vi avevano alcun ruolo). Si giunse a “fusioni forzate” a vantaggio delle grandi imprese, i profitti capitalistici salirono alle stelle. Nel 1938 i profitti, allo stesso salario complessivo del 1928, si triplicarono (un aumento del 300%!) rispetto a quelli dell’anno precedente. Non è necessario addentrarsi nel fatto che anche altri aspetti della politica nazista (espansione economica, poi aggressione internazionale) esaudirono i desideri di almeno una parte della grande borghesia e che la maggioranza delle grandi imprese vi parteciparono pesantemente traendone enormi profitti.

5. Lo sfondo ideologico dei processi che portarono alla formazione di un regime fascista è definito innanzitutto dall’ascesa di un nazionalismo estremo (al limite dell’isteria), di un razzismo crescente e da una maggiore componente di elementi irrazionali, “magici” e mitici in politica, ovvero diminuiscono la sensibilità del cittadino medio verso la violenza e l’ingiustizia e la sua disponibilità ad opporvisi attivamente. In Germania la formazione di questa atmosfera ideologica venne promossa dalla guerra, dal Trattato di Versailles e dalle reazioni estremistiche ad esso. Tuttavia è solo attraverso la crisi che questi elementi formarono una miscela esplosiva. Essi condussero poi allo scoppio di un’autentica isteria e di violenza da parte dei nazisti e dei loro confederati, a un aumento del panico, dell’angoscia e alla passività nella maggioranza dei concittadini (con la gloriosa eccezione di attivisti del movimento operaio, di cattolici, di piccoli circoli di intellettuali di formazione umanistica e di giovani). La borghesia in un primo tempo ha tollerato tutto ciò come una forma di “male minore” (rispetto alla “lotta di classe marxista” durante la crisi), prendendovi parte poi massicciamente. Non va dimenticato che le cause di nazionalismo e razzismo erano sorte già in età guglielmina, fra l’altro risuonano spesso anche nelle esternazioni di Guglielmo II e dei suoi dignitari (ad esempio alla partenza del Corpo di spedizione tedesco per Pechino: “Nessuna pietà, niente prigionieri, comportatevi in modo che i cinesi tra mille anni parlino ancora di voi con terrore, come facciamo noi degli unni.”) La rottura cinica di ogni regola dello stato di diritto, l’esaltazione della forza e la Realpolitik furono inoltre esportate per la prima volta fuori dell’Europa nei confronti di popoli coloniali e semicoloniali. E’ un elemento tipicamente nuovo del fascismo il tentativo di trasportare questa estrema rottura con ogni morale umanistica dai Paesi del “Terzo mondo” (dove venne praticata sistematicamente anche da cittadini europei “liberali”) all’Europa stessa, per rendere la classe operaia tedesca e in seguito numerosi popoli europei dei sudditi senza diritti, buoni ormai solo ad essere schiavi obbedienti o addirittura coloniali.

La crisi attuale è (ancora?) meno forte di quella del 1929-1933, quindi siamo agli inizi di processi come quelli che si svolsero in Germania a quell’epoca. I paralleli che possiamo trarre fra la reviviscenza di fascismo e razzismo nell’UE degli ultimi anni e gli avvenimenti in Germania negli anni ’20 e all’inizio degli anni ’30 si riferiscono solo agli aspetti descritti ai punti 1. e 2. (in parte anche al punto 5.). Ciò vale particolarmente per l’Italia e la Francia, per altri Paesi dell’UE in misura minore (sebbene tali processi siano presenti in tutti i Paesi dell’UE). I legami della Loggia P2 e del grande capitale italiano che vi è rappresentato con gruppi di estrema destra (inclusi settori dei partiti di orientamento conservatore, che erano pronti a collaborare) sono stati spiegati con innumerevoli analisi. Non è necessario essere fautori di una teoria del complotto per stabilire che ideologie e concezioni di estrema destra, in un periodo di forti tensioni sociali e politiche accompagnate da una sempre più acuta crisi economica, come quella dominante nell’Italia degli anni ’70, abbiano trovato maggiore risonanza che in passato, quantomeno in parti della grande borghesia e nei circoli dirigenti di esercito e politica. Questo è indubbiamente anche il caso della Francia dall’elezione di Mitterrand.

Il movimento operaio organizzato e gli antifascisti convinti – la stragrande maggioranza degli elettori dell’UE – devono acquisire consapevolezza dei pericoli e intraprendere tutto ciò che è possibile per soffocare la reviviscenza di neofascismo e razzismo in germe. Se arriviamo ad una fase come quella presentata nella mia analisi al punto 3., allora il pericolo è già enorme. Alla fine della strada non vi sono soltanto la perdita delle libertà democratiche, del pluralismo politico e ideologico, la censura, il rogo dei libri, l’abolizione del diritto di sciopero, la soppressione del movimento sindacale, alla fine di questa strada ci sono Dachau, Buchenwald ed Auschwitz, la negazione totale dei diritti umani e delle vite umane, chiunque siano le vittime o i carnefici “di turno”. Questo deve essere evitato con ogni mezzo, tutto ciò in Europa non deve ripetersi una seconda volta.

Traduzione di Marina Ferraresi

(1) da: PE 97.547/endg./Anl.44 (Documenti delle sedute del Parlamento europeo 1985-86), ristampato in Inprekorr, N. 254 (Dicembre 1992), pagg. 25 e 26.