lunedì, settembre 24

La Libia non è un porto sicuro. Un appello

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Almeno 700 migranti sono annegati negli ultimi due mesi sulla rotta del Mediterraneo centrale. Le controverse autorità della Libia non hanno raggiunto in tempo le zone da cui erano partite le chiamate di soccorso, oppure hanno comunicato di non avere i mezzi per poter intervenire. Non possiamo abituarci a questo stato delle cose. L’obbligo di salvaguardare la vita umana in mare è assoluto e impone che gli stati ai quali sia riconosciuta una competenza SAR (search and rescue – ricerca e salvataggio) abbiano le capacità organizzative e di coordinamento, oltre agli assetti navali ed aerei necessari per garantire il rispetto di questo fondamentale diritto umano. Le regole fissate dall’UNHCR e dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare sono chiare. Il regime delle zone di ricerca e salvataggio in acque internazionali non va confuso con quello delle acque territoriali. L’affidamento della potestà di intercettazione in alto mare conferita alle autorità libiche, con il riconoscimento di una zona SAR “libica” e la cessione sistematica alle autorità di Tripoli del ruolo di Centrale di coordinamento SAR (MRCC) competente, non può comportare alcuna interdizione alle attività di soccorso svolte da mezzi di diversa bandiera, con una modifica del regime di sovranità sulle acque internazionali, come invece pretendono i libici, che minacciano la libera navigazione anche al di fuori delle loro acque territoriali e impediscono l’adempimento tempestivo degli obblighi di salvataggio da parte delle imbarcazioni delle Organizzazioni non governative. Un appello della redazione di Associazione Diritti e Frontiere alle Nazioni Unite, all’Imo, alla Commissione Europea e ai governi europei. Per adesioni scrivere a info@a-dif.org.

APPELLO DA RIVOLGERE ALLE NAZIONI UNITE, ALL’IMO, ALLA COMMISSIONE EUROPEA, AI GOVERNI EUROPEI

Dal 28 giugno scorso nei data base IMO (Organizzazione marittima delle N.U.) e’ apparsa una zona SAR libica, dopo che per mesi la cd. Guardia costiera libica risultava coordinata da unità militari di un altro paese (l’Italia). Nessuno però ha controllato quale sia l’effettiva capacità di soccorso della cd. Guardia costiera di Tripoli, e chi oggi ne coordini davvero le missioni. La istituzione di una Centrale di coordinamento delle operazioni SAR a Tripoli (MRCC) rimane ancora avvolta in un alone di segreto, e non è chiaro neppure quale sia il ruolo attuale di coordinamento e di assistenza affidato ai mezzi della Marina militare italiana che si alternano nel porto di Tripoli, nell’ambito della missione NAURAS. Tra le attività di supporto della Caprera nave della missione italiana a Tripoli rientrava fino al 28 giugno scorso anche “l’importante compito di aiutare i libici a interfacciarsi con la Centrale operativa della Guardia costiera a Roma che coordina le operazioni di ricerca soccorso nel Mediterraneo centrale”.

La linea di condotta ufficiale dell’Italia, a partire dalla istituzione di una zona SAR “libica”, sembra adesso mutata ed alla fine di giugno è chiarita da un messaggio “circolare, di carattere tecnico-operativo” della Guardia costiera italiana. Secondo questo messaggio, “nell’evenienza in cui al Centro di coordinamento di Roma della guardia costiera pervenga da una imbarcazione una richiesta di soccorso in area Sar (Search and rescue) libica, cioè nelle acque di Ricerca e soccorso della Libia, un’area fuori dall’area Sar italiana, le autorità competenti sono quelle libiche e sono loro quelle con cui coordinarsi”.

L’individuazione di una zona SAR di competenza, effetto della “notifica” inviata alla fine di giugno da Tripoli all’IMO, non fa diventare uno stato “paese terzo sicuro”. La Libia non è un paese terzo sicuro. La delimitazione delle zone SAR ha importanti conseguenze nella successiva assegnazione, da parte delle autorità nazionali competenti, di un POS (Place of safety), di un “porto sicuro di sbarco”, che non deve essere necessariamente quello più vicino.Non si vede come si possa riconoscere una zona SAR libica ed ammettere che i naufraghi soccorsi in acque internazionali possano essere riportati indietro in Libia, quando emerge da tempo, anche nell’attività della magistratura italiana, che la Libia non garantisce luoghi sicuri di sbarco,

Da tempo i rappresentanti di Frontex e della missione Eunavfor Med, escludono che i migranti soccorsi in acque internazionali possano essere ricondotti in Libia o in Tunisia. “Come ha tenuto a precisare Izabella Cooper, portavoce di Frontex, ( http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/564897/Soccorso-migranti-approdo-in-un-porto-sicuro-o-porto-vicino-Dubbi-su-Themis) se esiste una precisa differenza tra “porto sicuro” e “porto più vicino”, rimangono espressamente esclusi i due Paesi extra-Unione Europea interessati dai flussi migratori, la Libia e la Tunisia, per via delle violazioni dei diritti umani e dell’assenza di un sistema di asilo. Tuttavia, non è del tutto escluso che i migranti possano essere portati in Libia e Tunisia, come d’altronde già accade.” Le ultime posizioni di Frontex lasciano infatti aperta la possibilità di una più intensa collaborazione con la Guardia costiera “libica”, ed indicano alle ONG la necessità di riconoscere il nuovo ruolo di coordinamento della centrale MRCC di Tripoli con riguardo agli interventi di soccorso nella zona SAR libica “notificata” all’IMO alla fine di giugno.

Malgrado sia stata destinataria di una intensa attività diplomatica, rimane il fatto che la Libia, meglio le diverse autorità libiche, non hanno mai aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e nessun paese nordafricano riconosce il diritto di asilo nella sua pienezza, attribuendo altresì ai titolari di protezione uno status legale che gli permetta di muoversi e lavorare ( con eccezioni per categorie ristrette di rifugiati, paese per paese a seconda dei rapporti politici internazionali). Nonostante la notificazione all’IMO di una zona SAR “libica”, la Libia, meglio nessuno dei diversi governi che si contendono i poteri di uno stato ancora diviso in fazioni e tribù, garantisce ancora oggi interventi SAR tempestivi e porti sicuri di sbarco. Lo ha ricordato alle autorità italiane anche l’Unione Europea.

In tale contesto le navi delle ONG, peraltro diminuite di numero causa l’abbandono di diverse organizzazioni, per non operare in un contesto caratterizzato dalla violenza sistematica delle autorità libiche, hanno dovuto arretrare il proprio raggio d’azione, ritirandosi oltre le 24 miglia dalle coste libiche (cioè oltre la presunta zona contigua, nella quale la minaccia dell’aggressione delle autorità di Tripoli è più pressante). Le poche imbarcazioni delle ONG ancora operative sono esposte anche all’arbitrio dei governi europei che, senza adottare provvedimenti formali, chiudono i loro porti, impediscono rifornimenti e sbarchi, allungano le rotte di rientro, e impongono in questo modo di allontanarsi dalla zona dei soccorsi, riducendo il potenziale di mezzi disponibili e quindi aumentando il rischio di morte per chi si trova in barconi sovraccarichi sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Viene persino impedito di prestare soccorso delegando alle autorità “libiche” di Tripoli, ormai titolari di una zona SAR “notificata” all’IMO, compiti di coordinamento che evidentemente non sono in grado di gestire, e spesso non rimane che assistere ai respingimenti delegati alla Guardia costiera “libica” o a mezzi commerciali. Da ultimo un’ imbarcazione battente bandiera italiana, il rimorchiatore ASSO 28, il 30 luglio scorso, ha dovuto riconsegnare alle autorità libiche, nel porto militare di Abu Sittah, decine di naufraghi soccorsi in acque internazionali, perché le autorità italiane e maltesi hanno negato la loro competenza, proprio sulla base della notifica di una zona SAR libica all’IMO, da parte del governo di Tripoli.

Le intese bilaterali, e le dichiarazioni inerenti le zone di ricerca e salvataggio (SAR), non possono stravolgere le regole del soccorso in mare sancite dalla Convenzione ONU (UNCLOS) di New York del 1982, dalla Convenzione SAR di Amburgo del 1979, e dalla Convenzione SOLAS del 1974 . Le norme internazionali sui soccorsi in mare e la stessa individuazione di zone di ricerca e salvataggio non possono essere strumentalizzate per impedire i soccorsi alle ONG, in modo da eludere il fondamentale principio della salvaguardia della vita umana in mare, ed il principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra.

L’obbligo di salvaguardare la vita umana in mare è assoluto e impone che gli stati ai quali sia riconosciuta una competenza SAR abbiano le capacità organizzative e di coordinamento, oltre agli assetti navali ed aerei necessari per garantire il rispetto di questo fondamentale diritto dell’Uomo.Le regole fissate dall’UNHCR e dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare sono chiare e tutti dovrebbero applicarle, senza tentativi di aggiramento delle competenze SAR.

Il regime delle zone di ricerca e salvataggio in acque internazionali non va confuso con quello delle acque territoriali. L’affidamento della potestà di intercettazione in alto mare conferita alle autorità libiche, con il riconoscimento di una zona SAR “libica” e la cessione sistematica alle autorità di Tripoli del ruolo di Centrale di coordinamento SAR (MRCC) competente, non può comportare alcuna interdizione alle attività di ricerca e soccorso svolte da mezzi di diversa bandiera, con una modifica del regime della sovranità sulle acque internazionali, come invece pretendono i libici, che minacciano la libera navigazione anche al di fuori delle loro acque territoriali e impediscono l’adempimento tempestivo degli obblighi di salvataggio da parte delle imbarcazioni delle Organizzazioni non governative.

Quanto è avvenuto dopo la notificazione di una zona SAR libica all’IMO a Londra, con conseguente inserimento di tale zona di ricerca e salvataggio nei data base dello stesso organismo, conferma i timori espressi da anni dalle Organizzazioni non governative sulla incertezza delle regole e dei protocolli operativi di intervento che possano garantire il soccorso più sollecito in alto mare e lo sbarco in un porto sicuro (place of safety) come imposto dalle Convenzioni internazionali. Anche se il numero delle persone fuggite dalla Libia è fortemente calato, si registra un preoccupante aumento percentuale delle vittime in mare, quasi una persona su sette, che vengono fatte partire da organizzazioni criminali sempre più crudeli, annega nel tentativo di raggiungere l’Europa.

A fronte delle conseguenze che ha avuto negli ultimi mesi la “notifica” di una zona SAR libica all’IMO, questa organizzazione non può rispondere che si limita a curare soltanto l’inserimento delle notifiche nel suo sistema informatico, senza però “riconoscere” l’esistenza di una vera zona SAR, che dovrebbe richiedere la preventiva verifica che lo stato competente rispetta gli standard internazionali previsti per il riconoscimento delle zone SAR e per la individuazione di porti sicuri di sbarco.

Negli ultimi due mesi, sulla rotta del Mediterraneo centrale, sono annegati oltre 700 migranti, ed in diverse occasioni le autorità libiche non sono arrivate in tempo sui luoghi delle chiamate di soccorso, oppure hanno fatto sapere di non avere i mezzi per intervenire, o di rivolgersi ad altre autorità SAR, rendendo di fatto impossibile concludere le operazioni di ricerca e salvataggio (SAR), come è successo nel caso ancora aperto, documentato dalla Aquarius della Organizzazione non governativa SOS Mediterraneè.

Per queste ragioni chiediamo all’IMO di sospendere al più presto l’inserimento nei suoi data base di una zona SAR “libica” per la evidente inadeguatezza dei mezzi a disposizione dalle autorità di Tripoli e la persistente carenza di formazione, per garantire la effettiva salvaguardia della vita umana in mare. Come del resto già verificato alla fine dello scorso anno, quando la notifica di una propria zona SAR, inoltrata dalla Libia all’IMO nel luglio del 2017 veniva ritirata. Non saranno certo le piccole imbarcazioni di soccorso promesse dall’Italia che risolveranno il problema del salvataggio delle vite umane nella vastissima zona SAR “libica” appena costituita. Come non sarà certo una maggiore dotazione della Guardia costiera “libica” a rendere più sicuri i porti di sbarco, seppure in alcuni di questi siano presenti l‘UNHCR e l‘OIM. Che però non possono rispondere della sorte dei migranti dopo i primi trasferimenti a terra. La Libia, nelle sue diverse regioni governate da autorità diverse ed in conflitto tra loro, rimane un paese “non sicuro”, privo di place of safety di sbarco e di una Centrale operativa di soccorso (MRCC) in grado di intervenire in tutta la zona SAR per la quale le verrebbe attribuita adesso la competenza.

Chiediamo di conseguenza il ripristino delle competenze di coordinamento delle attività SAR già assolto, come prassi internazionalmente riconosciuta, dal Comando Centrale della Guardia Costiera italiana (IMRCC), tenuta ad intervenire in quelle zone SAR contigue a quella italiana, quando non vi siano altre autorità in grado di garantire effettivamente la salvaguardia della vita umana in mare.
Chiediamo che alla nave Aquarius della ONG SOS Mediterraneè venga assegnata al più presto una autorità coordinatrice (MRCC) dell’intervento SAR in corso, con la indicazione di un porto sicuro di sbarco, che non può essere nè in Libia, nè in Tunisia.

Chiediamo anche un coordinamento SAR tra autorità italiane e maltesi, previsto dalle Convenzioni internazionali, al fine di evitare altri conflitti di competenza che possano ritardare i soccorsi e causare altre vittime, come già verificato in passato. A tutti i migranti soccorsi in acque internazionali sulla rotta del Mediterraneo centrale deve essere assicurato un porto sicuro di sbarco (place of safety) nel più breve tempo possibile. Non si possono “chiudere” i porti italiani solo per le ONG che hanno soccorso naufraghi in acque internazionali.

Chiediamo altresì alla Commissione Europea, ai responsabili delle missioni Themis di Frontex ed Eunavfor Med, di solgere le attività SAR, in conformità ai Regolamenti n.656 del 2014 e n.1624 del 2016, fino a 138 miglia a sud di Lampedusa e Malta, come era stato deciso dalla Commissione Europea dopo la tragedia del 18 aprile 2015, la più grande strage del Mediterraneo, con oltre 800 morti. I singoli stati UE non hanno competenze autonome per modificare unilateralmente le regole di gestione delle zone SAR nelle quali operano gli assetti navali ed aerei europei.

Perché altre stragi non continuino a ripetersi, nel rispetto del diritto internazionale, occorre adottare regole chiare e generalmente condivise sulla ripartizione delle zone di ricerca e salvataggio e sulla correlata individuazione dei place of safety (POS) di sbarco. Un primo passo in questa direzione potrà essere costituito da una chiara presa di posizione da parte dell’IMO sulla ripartizione delle zone SAR nel Mediterraneo centrale.

*Associazione Diritti e Frontiere