lunedì, settembre 24

Ryanair non vuole cedere su nulla. Un conflitto europeo

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Nuova giornata di sciopero (questo venerdì) per Ryanair in Belgio, Svezia, Germania, Irlanda e Olanda. Circa 400 voli annullati in totale. Per salvare il suo modello economico, Ryanair non vuole cedere su nulla.

La direzione di Ryanair dice di aver soppresso 104 voli in Belgio questo 10 agosto in seguito allo sciopero annunciato dai suoi piloti. Si tratta di tutti i voli previsti con il personale in partenza da una base belga: 82 a Charleroi e 22 a Zaventem (aeroporto di Bruxelles). In parallelo, la compagnia irlandese ha anche dovuto sopprimere una ventina di voli in Svezia, un ventina in Irlanda e 250 in Germania.

Il movimento ha preso ampiezza giovedì sera quando un tribunale di Haarlem (città olandese alla periferia di Amsterdam) ha autorizzato i piloti olandesi a scioperare non accogliendo una domanda di precettazione di Ryanair. La compagnia irlandese assicura comunque che nessun volo in partenza in destinazione dell’Olanda sarà annullato.

Riassumendo, sono più di 400 voli (sui 2400 quotidiani) che sono stati annullati, toccando potenzialmente più di 70’000 passeggeri. Dei passeggeri che possono, oltre alle richieste di rimborso o modifica delle date del volo, richiedere dei danni (regolamento europeo CE 261/2004)… che rifiuta di applicare la compagnia che categorizza questi scioperi nelle “circostanze straordinarie”. Una posizione che Test-Achats contesta già davanti alla giustizia, in rappresentanza di una cinquantina di suoi aderenti.

Da ormai un anno, Ryanair è sulla cresta dell’onda sociale. Un problema di disponibilità di piloti occorso allorché la compagnia strava gestendo un cambiamento nel sistema di congedi è degenerato in un reale conflitto europeo che la compagnia low cost era riuscita sempre a evitare fino ad allora. Nel frattempo, una carenza di piloti a livello mondiale aveva ridistribuito le carte e la tentazione di lasciare un’impresa socialmente poco generosa è diventata una realtà per un certo numero di piloti, creando un vuoto, dei ritardi e degli annullamenti. Presto seguiti dal personale di cabina, che ha, logicamente, anche rivendicato un miglioramento delle condizioni di lavoro presso Ryanair, allorché la compagnia ha proposto degli aumenti di 20’000 euro annui ai piloti.

Con un utile annunciato di 1.4 miliardi nel 2017-2018 (a Ryanair l’anno contabile si chiuse in marzo), da 1.25 a 1.35 miliardi sono previsti per 2018-2019, dopo aver fatto uno sforzo di 100 milioni per i piloti e malgrado l’aumento del prezzo del carburante, resta apparentemente abbastanza margine finanziario per calmierare il personale ed evitare una successione di scioperi che erodono la reputazione della compagnia attraverso l’Europa. La reputazione di compagnia poco generosa non ha mai nemmeno sfiorato gli analisti di Ryanair, che è oggi la prima compagnia aerea in Europa. Ma Ryanair non difende unicamente i suoi profitti e, parallelamente, la soddisfazione scornata dei suoi azionisti (in primo luogo dei fondi americani, sapendo che in un anno ha l’azione perso il 26% del suo valore). Difende molto di più di questo. Difende il suo modello, la sua anima, la sua sopravvivenza… Di cui la sua testardaggine nel non fare alcuna concessione, alcuna promessa, per non cambiare nulla.

Un marchio di fabbrica

Ad ogni comunicazione, la direzione di Dublino conferma di non voler cambiare il modello economico della compagnia. Con un margine di utile che fa sognare più di un concorrente, c’è quindi margine per migliorare il sistema. Il costo del personale nel modello è abbastanza ridotto (5 euro su un prezzo medio del biglietto di 41 euro, vale a dire il 12%). Di conseguenza, migliorare le condizioni di lavoro del personale non rimetterebbe in causa il modello low cost. Il problema è altrove. La forza di Ryanair risiede innanzitutto nella differenza di prezzo offerta ai passeggeri. Se il divario diminuisce, se il prezzo medio del biglietto passa da 41 a 45 euro, per esempio, i clienti che lo paragonano con le offerte delle altre compagnie potrebbero rapidamente decidere di optare per altre compagnie alla luce della qualità dei servizi proposti altrove per qualche euro in più (spese per i bagagli, servizio a bordo,…). Meno il divario è importante, più la tentazione di rivolgersi ad altri aumenta. Ryanair ha tirato verso il basso le tariffe aeree in Europa, è il suo marchio di fabbrica, è soprattutto con questo che vuole smarcarsi dagli altri.

Altra particolarità del modello Ryanair: il ricorso ai subappaltanti. Invece di utilizzare dei sistemi di interim (che costano), Ryanair ricorre a delle imprese di servizi, con le quali ha stipulato dei contratti di cui fissa tutti gli elementi. Principalmente con due società: Crewlink e Workforce. Ryanair orienta i neofiti e i più qualificati verso queste società. Imponendo dei salari tra i più bassi e delle condizioni di lavoro al limite delle regolamentazioni, mantiene il tutto a dei costi contenuti, compreso per i propri prestatari.

Un’Europa eterogenea

Ma questa non è la sola ragione delle reticenze della compagnia irlandese. Vuole anche dimostrare che è impossibile rispettare tutte le varianti europee del diritto sociale, e poi fiscale. L’Europa ha sempre evitato la riflessione sulle responsabilità sociali che pongono le sue 28 singolarità sociali e fiscali. Il sistema Ryanair ne approfitta allorché altri si sono adeguati (easyJet o ASL nel settore aereo, Coca, Zara o Decathlon altrove, per esempio). Con una particolarità in più che il settore aereo è, per definizione, mobile, modulabile e allergico alle tassazioni (ad esempio sul cherosene). Se l’Europa non si muove, non sarà certo Ryanair a stimolare una riflessione che potrebbe condurre a delle norme atte ad attenuare le differenze attraverso l’Europa.

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Le tre rivendicazioni sindacali

Sorpresa: nel novembre 2017 la direzione di Ryanair annuncia di voler discutere con i sindacati, rompendo così con lustri di disprezzo verso tutto ciò che non era in linea con la sua organizzazione sociale (Ryanair organizza un pseudo-dialogo nel quale il personale non ha nulla da dire). Alcune riunioni più tardi, deludenti per i sindacati, le organizzazioni che rappresentano il personale (4000 piloti, 10’000 personale di cabina) hanno chiaramente identificato la posta in gioco e le priorità nelle loro rivendicazioni.

Tutto era iniziato con un periodo di carenza di piloti all’insegna del motto “ciò che è più raro è più caro”. Aiutati da una cattiva organizzazione dei congedi da parte della direzione, i piloti si sono ritrovati in una posizione di forza.

Fine 2017, il personale di cabina minaccia di rovinare le vacanze di fine anno di molti passeggeri e ottiene rapidamente delle proposte di miglioramento (20’000 euro l’anno). Per tutti il messaggio sembra chiaro: Ryanair deve trattare. Se la compagnia deve trattare in testa (piloti e copiloti), dovrà farlo anche con la coda (hostess e steward). E invece, da allora, nulla avanza. I sindacati dicono che Ryanair non concede nulla, la compagnia risponde che le loro rivendicazioni non sono ragionevoli.
Le tre principali rivendicazioni sono: che il personale (piloti e copiloti) sia dichiarato seguendo il diritto sociale nazionale delle basi in cui abitano, che ottenga dei miglioramenti delle condizioni di lavoro, che le relazioni sociali tramite i sindacati siano riconosciute.

Senza accordo su questi principi, per i sindacati, nessuna discussione è possibile. Ryanair ha ben compreso che dietro a queste rivendicazioni, ne arriveranno altre. Molte altre. Iniziando con un’armonizzazione dei salari, che sarebbe logica se c’è armonizzazione delle condizioni di lavoro: uno stesso lavoro dovrebbe dar diritto allo stesso salario. Ci ricordiamo delle testimonianze concernenti dei rifiuti di congedi per assistere a dei funerali o per sposarsi… Un’armonizzazione in questo contesto sarebbe evidentemente al rialzo.

Poca chiarezza sulle pensioni

Seconda serie di esigenze sindacali, seguito logico delle prime: il rispetto della legislazione sociale europea già esistente e una chiarificazione del sistema. Nella situazione attuale, i lavoratori di Ryanair, al di là di coloro che sono assunti e residenti in Irlanda, non possono dire come contribuiscono per le loro pensioni e quanto prederanno di pensione. I sindacati non vogliono più accontentarsi di risposte vaghe: un sistema chiaro deve essere messo a punto.

Altra rivendicazione primordiale per i sindacati: discutere nel contempo con Ryanair e i suoi subappaltanti (Crewlink e Workforce) attraverso i quali una parte del personale è assunta (non a sua richiesta) o attraverso i quali i piloti sono costretti a iscriversi in società di indipendenti con altri piloti che non conoscono nemmeno.

Fino a ora, ogni volta che c’è stato un tentativo di discussione, Ryanair ha spiegato di poter parlare solo per le persone che impiega direttamente e non per quelle impiegate per altre società. I sindacati vogliono poter parlare e negoziare in maniera univoca con i differenti datori di lavoro di cui Ryanair è il palese burattinaio.

Infine, dal momento che Ryanair è diventata la prima compagnia aerea in Europa, i sindacati hanno capito che non possono permettersi di lasciare che il modello Ryanair diventi un esempio per il settore. Di cui la loro volontà di non lasciarne passare mezza.

*Articoli pubblicati il 10 agosto sul giornale belga Le Soir.