lunedì, dicembre 10

Dagli scioperi delle donne a un nuovo movimento di classe: la terza ondata femminista

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Il 23 ottobre scorso, migliaia di lavoratrici delle pulizie di Glasgow, hanno dato il via alla manifestazione sindacale per la parità salariale organizzata da PSI, Unison e GMB Union con un minuto di silenzio, in ricordo delle lavoratrici morte prima di poter vedere il giorno in cui al proprio lavoro venisse finalmente accordata la stessa dignità e lo stesso valore del lavoro dei propri colleghi uomini. In questo atto si esprimeva piena consapevolezza di una lunga storia fatta di umiliazioni grandi e piccole, di lavoro invisibile, non riconosciuto o sottopagato, di ingiustizie e meschinità, così come dell’enormità della sfida lanciata con lo sciopero delle donne. Parità salariale: un obiettivo ragionevole, quasi banale, e tuttavia così difficile da realizzare. A tal punto che il Forum economico mondiale ha calcolato che – sulla base delle tendenze e dei dati attuali – ci vorranno almeno 217 anni perché si possa finalmente colmare il gap salariale tra donne e uomini a livello globale. Ammesso che il mondo sia ancora abitabile tra 217 anni.

Una settimana dopo lo sciopero e i picchetti di Glasgow, migliaia di lavoratrici e lavoratori di Google, da Tokyo a New York, hanno abbandonato le proprie scrivanie e postazioni e sono scesi in piazza a protestare in risposta a una serie di rivelazioni pubblicate dal New York Times, concernenti casi di molestie sessuali perpetrate da diversi manager del gigante hi-tech e tenute convenientemente sotto silenzio. Non a caso: Google, al pari di altri giganti dell’economia digitale come Facebook, indossa da anni la maschera del capitalismo progressista, quello che sfrutta, sì, ma senza far discriminazioni tra donne e uomini, trans e cis, gay ed etero, e anzi è contento di pagare i costi di congelamento degli ovuli e tecniche di riproduzione assistita. La protesta, tuttavia, non si è limitata alla denuncia dei casi di molestie sessuali sul lavoro, ma ha articolato una serie di rivendicazioni tra le quali spiccava la richiesta di protezioni e diritti sindacali. Come ha scritto Moira Donegan su The Guardian, la protesta ‘ha puntato il dito con chiarezza ammirevole sull’interdipendenza di ineguaglianze di genere e di classe, e accenna alla possibilità di un tentativo di sindacalizzazione tra gli impiegati del settore digitale.’

Questi due scioperi, gli ultimi di una lunga serie di scioperi aventi donne come protagoniste, dagli scioperi internazionali dell’8 marzo a quelli delle lavoratrici del settore alberghiero e dell’istruzione negli Stati Uniti, ci pone di fronte a un apparente dilemma. Di cosa stiamo parlando, quando parliamo di scioperi delle donne? Di lotta di classe o di una nuova ondata femminista?

La terza ondata femminista

Dopo più di due anni di mobilitazioni a livello internazionale, due scioperi transnazionali dell’8 marzo, la recente espansione del movimento in Cile, dove un’ondata di occupazioni e scioperi contro le molestie e la violenza sessuale ha investito scuole e università in tutto il paese, e in Brasile, dove l’hashtag #EleNao, lanciato da alcune celebrità femminili in risposta all’ascesa elettorale di Jair Bolsonaro, ha innescato un processo di mobilitazione femminista sfociato in una serie di manifestazioni di massa, è arrivato il momento di dire chiaramente che ci troviamo nel bel mezzo di una nuova ondata femminista. Un’ondata che ha al suo interno articolazioni politiche e su base geografica diverse e anche divergenti, ma che nel suo insieme ha posto questioni come la violenza di genere, le disparità salariali, i diritti riproduttivi e il lavoro di riproduzione delle donne, così come le libertà sessuali, al centro del dibattito politico e culturale di ogni singolo paese investito dalle mobilitazioni.

Per cogliere fino in fondo la dirompenza di questo fenomeno, però, è bene fare un po’ di chiarezza sui termini. Quella attuale non è la quarta o addirittura la quinta ondata femminista. È la terza e arriva dopo ben quarant’anni dalla fine della seconda. Negli scorsi decenni c’è stata una certa tendenza a dare l’etichetta di ‘ondata femminista’ a movimenti di pensiero, che hanno avuto luogo soprattutto all’interno delle aule universitarie e dei loro dintorni. Queste correnti di pensiero hanno dato luogo a momenti di svolta certamente importanti all’interno della teoria femminista, e, tuttavia, non avevano radici in processi di mobilitazione sociale e politica di massa minimamente paragonabili al movimento femminista degli anni Sessanta e Settanta. Dunque, se con ‘ondata’ si vuole indicare un processo di soggettivazione sociale e politica che ha luogo attraverso un’insorgenza di massa, il termine mal si adatta a indicare correnti di pensiero o svolte del dibattito. Peraltro, le svolte del pensiero femminista a cui si è attribuita l’etichetta di ‘ondata’ fanno riferimento per lo più alla periodizzazione del dibattito femminista anglo-americano: utilizzando la categoria di ‘ondata’ si finisce così per universalizzare indebitamente una particolarità geografica, che andrebbe invece ‘ri-provincializzata’.

Questo, ovviamente, non vuol dire che le evoluzioni del dibattito teorico degli anni precedenti non abbiano avuto alcuna influenza sulle riflessioni e le parole d’ordine del movimento. Al contrario, il transfemminismo e l’anti-essenzialismo del movimento ha certamente un debito con la teoria queer e trans, il suo internazionalismo e antirazzismo sono fortemente influenzati dalle riflessioni su intersezionalità e sul rapporto tra capitalismo e razzializzazione. Tuttavia, la nozione di una proliferazione di ‘ondate’ suggerisce un continuum storico di mobilitazione femminista dalla seconda ondata a oggi, oscurando la natura d’evento dell’attuale movimento femminista: e dunque la sua potenziale dirompenza politica e sociale.

Mentre la seconda ondata femminista, negli anni Sessanta e Settanta, aveva come centri propulsori un nucleo di paesi occidentali a capitalismo avanzato, l’attuale ondata femminista è nata dalla “periferia” – dall’Argentina e dalla Polonia – e si è estesa rapidamente a livello globale, assumendo una dimensione di massa in una serie di paesi tra i maggiormente colpiti dalla crisi e dalle politiche di austerità e contenimento del debito (Italia, Spagna, Brasile, Cile…). L’uso di tecnologie digitali e social media ha contribuito enormemente al carattere immediatamente transnazionale del movimento, favorendo non solo il coordinamento delle azioni di lotta, ma anche la circolazione di documenti, idee, slogan, analisi e informazione, favorendo una dinamica di espansione della mobilitazione e di approfondimento continuo della riflessione teorica. Ma è soprattutto lo sciopero a costituire la novità più rilevante della nuova ondata. Non soltanto perché lo sciopero ha messo al centro del dibattito il lavoro delle donne, il ruolo delle donne nella riproduzione sociale e il rapporto tra produzione di merci e riproduzione, ma perché è diventato il motore principale di un processo di soggettivazione, attraverso cui sta emergendo una nuova soggettività femminista anticapitalista fortemente critica del femminismo liberale (che pure è presente all’interno della nuova ondata: basti pensare alla Women’s March negli Stati Uniti, trasformatasi in un’appendice progressista del Partito democratico, o alle declinazioni carcerarie del #metoo).

La portata potenziale dell’attuale processo di soggettivazione femminista emerge più chiaramente quando si prende in considerazione la differenza fondamentale tra questa ondata e le prime due. In termini estremamente schematici, la prima ondata femminista – tra ultimi decenni dell’Ottocento e primi decenni del Novecento – ebbe luogo all’interno del processo di nascita e consolidamento del movimento operaio: dalla nascita della socialdemocrazia tedesca alla formazione di sindacati e partiti socialdemocratici e comunisti in tutta Europa e negli Stati Uniti. All’interno di questo processo storico di politicizzazione di massa e di irruzione della classe operaia sulla scena politica, la prima ondata femminista rivendicò la piena realizzazione della promessa universalistica propria sia del liberalismo democratico che del socialismo attraverso la parola d’ordine dell’uguaglianza: uguaglianza di capacità e di diritti. La seconda ondata femminista ebbe luogo all’interno di un altro processo di soggettivazione di classe, quello dell’insorgenza della nuova sinistra nei paesi a capitalismo avanzato e delle lotte anticoloniali e di liberazione nazionale. All’interno di questo processo, la seconda ondata si appropriò della parola d’ordine della differenza, presa a prestito dal nazionalismo nero, per denunciare il sessismo all’interno del movimento ed esprimere una parzialità troppo spesso messa a tacere.

Il contesto della terza ondata femminista è radicalmente differente, in quanto il nuovo movimento femminista non è l’espressione di una parzialità o di un punto di vista all’interno di un processo di soggettivazione di classe più ampio. L’esplosione del movimento femminista è stata, ovviamente, preceduta da altre mobilitazioni internazionali, la stagione di lotte a visibilità internazionale del 2011-2013 (in particolare, Occupy, Indignados, Taksim Square), con la quale presenta alcuni elementi di continuità. Come questi movimenti precedenti, anche il movimento femminista è nato al di fuori e indipendentemente dall’insieme dei partiti e delle organizzazioni della sinistra tradizionali (o di quel che ne rimane). E come nel 2011-2013, una delle caratteristiche del movimento femminista è la rapidità con cui da rivendicazioni specifiche e parziali – la denuncia dei femminicidi e l’attacco al diritto all’aborto – si è passati a una condanna complessiva del sistema (il modo di produzione capitalista e le istituzioni dello stato). Tuttavia, al carattere anti-sistemico delle mobilitazioni del 2011-2013 non è corrisposta né una capacità di sedimentazione organizzativa né una capacità d’individuazione di pratiche di lotta all’altezza della radicalità dell’analisi e delle aspirazioni. Da questo punto di vista, il movimento femminista è nato dalle ceneri della stagione di movimento precedente, ne ha ereditato alcune caratteristiche, ma al tempo stesso ha compiuto un passo avanti cruciale: l’assunzione e reinvenzione dello sciopero come pratica di lotta principale e condivisa a livello internazionale. Lungi dall’esprimere una parzialità, un punto di vista specifico, all’interno di un processo di soggettivazione di classe più ampio, attraverso gli scioperi delle donne il movimento femminista si sta ponendo sempre di più come il processo di soggettivazione di classe di questa fase.

L’arcano della classe

La tradizione marxista è attraversata da un paradosso. Da un lato, per il marxismo la nozione di lotta di classe è uno strumento euristico fondamentale per l’interpretazione della natura del capitalismo e dei processi storici capitalistici, e ne costituisce l’orizzonte politico-programmatico. Dall’altro, cosa sia esattamente una classe è forse la questione più controversa e ambigua all’interno non solo del dibattito marxista, ma degli stessi scritti di Marx. In Marx, il termine classe a volte designa un’entità metafisica o un momento di una filosofia della storia che sfocia nella negazione della negazione. Altre volte, indica e definisce la classe operaia industriale sulla base solo di criteri sociologici ed economici oggettivi e non storico-politici. In Miseria della filosofia, Marx distingue tra ‘classe in sé’ e ‘classe per sé’, ma la distinzione è solo accennata ed è tutt’altro che chiara. Infine, in una serie di scritti politici sembrerebbe che un gruppo sociale non possa essere considerato come classe, se non agisce politicamente come una classe, in un rapporto antagonistico con un’altra [1]. Queste ambiguità hanno avuto un peso considerevole nel dibattito marxista successivo e hanno dato luogo a teorie divergenti. Schematizzando, è possibile distinguere tre approcci principali: oggettivista o sociologico, metafisico (dove ‘classe’ è una categoria astratta indicante il soggetto di una storia progressiva), e politico.

Per comprendere in che senso il nuovo movimento femminista debba essere inteso come un processo di soggettivazione di classe è necessario far riferimento a quest’ultimo approccio. Per E. P. Thompson, “classe” è una categoria storica prima ancora che teorica, una categoria che deve dunque essere articolata a partire dall’osservazione empirica dei comportamenti individuali e collettivi concreti che – nel corso del tempo – esprimono un carattere di classe e creano delle istituzioni di classe (sindacati, partiti, associazioni, camere del lavoro, ecc.) [2]. Questo vuol dire che la nozione di classe è una nozione dinamica, che fa riferimento a un processo storico piuttosto che esprimere l’essenza di un’entità statica. In altri termini, intesa come categoria storica, la nozione di classe non può essere ridotta alla categorizzazione sociologica di gruppi sociali sulla base di criteri classificatori e quantitativi. Ad esempio, la definizione della classe lavoratrice come l’insieme di tutti i lavoratori salariati oppure di tutti coloro che, impiegati o meno, non hanno altre risorse se non la vendita della propria forza lavoro, per quanto non sia di per sé falsa, è vaga, astratta e incompleta. Insomma, questa definizione contiene un elemento di verità, ma se presa come una definizione completa conduce a malintesi ed errori politici e analitici dalle conseguenze rilevanti [3]. Al contrario, per Thompson la classe è il punto di arrivo e non il punto di partenza di un processo di formazione. Per quanto paradossale possa sembrare, la classe è il prodotto della lotta di classe e non il suo presupposto [4].
Daniel Bensaïd articola una posizione simile a quella di Thompson, in Marx l’intempestif:

Mentre la sociologia positivista pretende di “trattare i fatti sociali come cose”, egli [Marx] li tratta sempre come rapporti. Non definisce una volta per tutte il suo oggetto sulla base di criteri e di attributi. Segue la logica delle sue molteplici determinazioni. Non “definisce” una classe. Coglie le relazioni conflittuali tra le classi. Non fotografa un fatto sociale etichettato come classe. Mira al rapporto di classe nella sua dinamica conflittuale: Unaclasse isolata non è un oggetto teorico, ma un nonsenso [5].

Se la classe è il prodotto storico e dinamico della lotta di classe, ciò che rimane da chiarire è il rapporto tra questo processo di soggettivazione o di formazione attraverso la lotta e la posizione occupata da gruppi sociali determinati all’interno dei rapporti di produzione capitalistici. I rapporti sociali di produzione strutturano la società collocando gli individui in quelle che Ellen Meiksins Wood chiama “situazioni di classe”, la cui natura è determinata da fattori oggettivi [6]. Nel caso della situazione di classe lavoratrice, bisogna quindi far riferimento all’espropriazione e separazione dai mezzi di produzione (proletarizzazione), all’estorsione del plusvalore attraverso il lavoro salariato, così come alle modalità storicamente specifiche dei processi produttivi, la divisione del lavoro, e così via. Tuttavia, essere collocati in una “situazione di classe” non vuol dire automaticamente appartenere a una classe. Infatti, i rapporti di classe non si presentano mai all’esperienza vissuta in maniera immediata. Ad esempio, scrive Meiksins Wood, il lavoro di fabbrica non unisce gli operai all’interno di una classe, li unisce all’interno di un’unità produttiva determinata: ciò di cui gli operai fanno esperienza diretta è il loro sfruttamento all’interno di un luogo di lavoro determinato, non i rapporti di classe in generale. Ovviamente, la loro collocazione oggettiva all’interno dei rapporti di produzione crea le condizioni di possibilità perché gli operai raccolti in una unità produttiva facciano l’esperienza di un’unità superiore, ad esempio quella con gli operai di altre unità produttive nello stesso territorio, o nella stessa nazione, o a livello mondiale, ma questa unità superiore non è un’immagine fedele della strutturazione e divisione della società attraverso i rapporti di produzione. È piuttosto il prodotto di un processo storico contingente e variabile, che Meiksins Wood chiama “formazione di classe”. Perché gli individui collocati in “situazioni di classe” si costituiscano in classe, è necessario che lottino come una classe, facciano cioè l’esperienza di un antagonismo con altre classi. Per sintetizzare, una classe non è una cosa, un’entità statica, ma un rapporto sociale e un aggregato al tempo stesso politico e sociale, che si costituisce attraverso processi storici contingenti e specifici.

Le conseguenze politiche di quest’approccio teorico sono enormi. Infatti, se la classe è il risultato dinamico, variabile e contingente di un processo storico di auto-costituzione attraverso la lotta, uno dei peggiori errori politici che si possano commettere è quello di imporre alla storia modelli astratti già pronti rispetto a cosa conti come lotta di classe e cosa no. Si rischia, infatti, di continuare a crogiolarsi nella nostalgia per le forme e le esperienze del passato (o per quelle che sono mero frutto della nostra immaginazione), anziché riconoscere i processi di soggettivazione di classe che hanno luogo sotto il nostro naso.


La nuova classe: femminista, antirazzista, internazionalista

La logica dei “movimenti paralleli”, come nota Lise Vogel [7], ha caratterizzato la stragrande maggioranza delle teorizzazioni e strategie politiche della storia del movimento operaio: da un lato c’è la lotta di classe, dall’altro il movimento delle donne, quello per l’ambiente, quello contro il razzismo, quello per le libertà sessuali e così via. All’interno di quest’impostazione, nel migliore dei casi ci si è chiesti come unire questi movimenti tra di loro, nel peggiore si sono accusati i vari movimenti ‘di settore’ di dividere l’unità della classe, di esprimere tendenze liberali, o di distrarre l’attenzione dalla questione veramente centrale: lo sfruttamento. Spesso ci si è lanciati in gerarchizzazioni in base a un presunto ordine d’importanza.

La nuova ondata femminista sta offrendo l’opportunità di superare le impasse di questa impostazione, perché ancor più delle precedenti ondate sta sfumando i confini (reali e immaginari) tra movimento di classe e movimento femminista. Per tornare agli esempi di Glasgow e di Google, la difficoltà nel dare una risposta alla domanda iniziale – si tratta di lotta di classe o di lotta femminista? – risiede nel fatto che la domanda è fondamentalmente sbagliata. Questi scioperi, così come gli scioperi transnazionali dell’8 marzo, e in particolare gli scioperi argentino e spagnolo, sono lotta di classe femminista. Il movimento femminista si sta configurando sempre di più come un processo di formazione di una soggettività di classe dalle caratteristiche specifiche: immediatamente antiliberista, internazionalista, antirazzista, ovviamente femminista e tendenzialmente anticapitalista, in eccesso e in tensione rispetto alle istituzioni tradizionali della sinistra e alle sue pratiche. Ovviamente, questo processo non è lo stesso nei singoli paesi, ed è decisamente più avanzato in alcuni paesi rispetto ad altri. E tuttavia, se si considera il movimento nel suo insieme, è quest’aspetto a rappresentarne la maggiore novità e a incarnare le potenzialità più interessanti.

Quando si parla di potenzialità bisogna anche parlare dei rischi di fallimento, delle condizioni necessarie, del lavoro da fare e delle strategie da adottare perché queste potenzialità si realizzino. La realizzazione delle potenzialità create dalla nuova ondata femminista richiede innanzitutto una capacità da parte del movimento di riflettere su se stesso e dunque di pensare strategicamente allo stesso livello in cui si è già posto con la sua prassi: quello di una contestazione anti-sistemica a livello globale. Questioni come il consolidamento di pratiche di lotta condivise – in primo luogo lo sciopero –, la sedimentazione organizzativa a livello non solo nazionale, ma transnazionale, e l’universalizzazione del movimento femminista attraverso la sua espansione a tutta la società e attraverso la sua capacità di parlare per il tutto, o “trasversalità”, per usare le parole di Veronica Gago, sono tra le questioni centrali che il movimento femminista dovrà discutere e affrontare nel prossimo periodo.

1. Per una raccolta di passi sulla classe tratti dagli scritti di Marx, e le tensioni tra le varie definizioni offerte in questi scritti si veda Bertell Ollman, “Marx’s Use of ‘Class’”:https://www.nyu.edu/projects/ollman/docs/class.php.
2. E. P. Thompson, “Eighteenth-Century English Society: Class Struggle Without Class?”, Social History, 3, 2 (1978), pp. 133-165.
3. David McNally, “The Dialectic of Unity and Difference in the Constitution of Wage-Labour: On Internal Relations and Working-Class Formation”,Capital & Class, 39,1 (2015), pp. 131-146. Si veda anche David Camfield, “Re-Orienting Class Analysis: Working Classes as Historical Formations”, Science & Society, 68, 4 (2004-2005), pp. 421-446.
4. E. P. Thompson,“Eighteenth-Century English Society…”, pp. 147-149.
5. Daniel Bensaïd, Marx l’intempestivo. Grandezze e miserie di un’avventura critica, Edizioni Alegre, Roma 2007, p. 152.
6. Ellen Meiksins Wood, “The Politics of Theory and the Concept of Class: E. P. Thompson and his Critics”, Studies in Political Economy, 9, 1 (1982), pp. 45-75.
7. Lise Vogel, Marxism and the Oppression of Women. Toward a Unitary Theory, Haymarket Books, Chicago 2013, p. 139.

* Fonte: http://www.palermo-grad.com/dagli-scioperi-delle-donne-a-un-nuovo-movime…

L’articolo è apparso contemporaneamente in spagnolo su Viento Sur e in inglese su Viewpoint Magazine.