lunedì, febbraio 18

Edilizia, vittoria sindacale? Un rinnovo contrattuale con alcuni sì…e tanti ma…

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Lo scorso 3 dicembre, gli impresari costruttori e le organizzazioni sindacali hanno annunciato il raggiungimento di un accordo sul rinnovo di quattro anni del Contratto Nazionale Mantello dell’edilizia (CNM) e sul rifinanziamento del prepensionamento a 60 anni.

I media in generale hanno presentato l’accordo come una vittoria delle organizzazioni sindacali, soprattutto di Unia, le quali sarebbero riuscite ad annullare le pesanti rivendicazioni avanzate dagli impresari in sede di trattative. Addirittura, gli edili escono da questo confronto con un “importante” aumento salariale: 80 franchi nel 2019 e altri 80 a partire dal 2020.

Gli annunci mediaci tonitruanti non devono però cancellare la necessità di un bilancio, anche critico, dell’accordo concluso. Un esercizio imprescindibile per non farsi travolgere al prossimo rinnovo, magari in contesto di crisi o di contrazione produttiva del settore dell’edilizia.

CNM: schiacciati in difesa

Un primo da elemento da considerare è che la barra del timone è sempre stata saldamente nelle mani degli impresari. Il fronte sindacale aveva elaborato un pacchetto rivendicativo che praticamente non ha neppure raggiunto il tavolo delle trattative. Gli impresari hanno saputo imporre la trattativa esclusivamente attorno alle loro rivendicazioni. E il pacchetto era pesante: flessibilità estrema (300 ore), dequalificazione dalla forza lavoro (rafforzamento dei falsi manovali sui cantieri), la cancellazione del divieto di lavorare in caso d’intemperie e, infine, la facoltà di ingaggiare “stagisti” per 4 mesi non sottoposti al CNM (in particolare ai minimi salariali). In cambio, 150 franchi di aumento senza possibilità di ridiscutere nuovi adeguamenti durante i 4 anni di validità del CNM.

Questa strategia padronale è tanto semplice quanto efficace. Si mette una posta padronale elevata sul tavolo, escludendo così le “puntate” sindacali, per poi ritirarla in cambio di alcuni “piccole concessioni” richieste ai lavoratori, naturalmente marginali rispetto alle rivendicazioni iniziali. A questo punto il risultato è raggiunto: il peggio è stato respinto. In realtà, ancora una volta, si è verificato l’effetto “piallatura” del CNM, ossia l’erosione continua di alcuni disposti contrattuali. Anche in questa tornata, i sindacati hanno fatto delle piccole concessioni: più flessibilità nel settore delle pavimentazioni stradali, un maggiore accumulo delle ore supplementari, limitazione della possibilità di cumulare i supplementi salari, ecc. Però, dal punto di vista dei diritti dei lavoratori, nessun passo in avanti concreto, ancora una volta, è stato compiuto.

I padroni hanno concesso 160 franchi di aumento. Vero, però questo risultato va contestualizzato. In primo luogo, è da 4 anni che gli operai edili non ricevono il benché minimo adeguamento salariale. E ciò in un contesto nel quale il costo della vita è aumentato continuamente e, soprattutto, la produzione nell’edilizia cavalca risultati record da 15 anni. Se calcoliamo i mancati adeguamenti degli ultimi 4 anni e il fatto che i 160 franchi ottenuti saranno gli unici aumenti per i prossimi 4 anni, l’incremento spalmato su 8 anni è di 20 franchi all’anno, ossia lo 0,45% annuo… A titolo di paragone, la cifra d’affari dell’edilizia, sul periodo 2004-2017, è cresciuta del 3,46% all’anno…

Il costo del salvataggio del prepensionamento scaricato integralmente sui lavoratori

L’altro capitolo fondamentale delle trattative era rappresentato dalle difficoltà finanziarie del prepensionamento. Anche qui gli impresari hanno attaccato pesantemente: o si aumenta l’età di prepensionamento da 60 a 62 anni, oppure si tagliano le rendite del 20-30%. I padroni erano ben consci dall’intangibilità del prepensionamento per gli operai edili alle condizioni attuali. E su questo hanno giocato. Infatti, l’accordo raggiunto ne lascia immutati i parametri fondamentali: 60 anni e rendite. Ma il risanamento di questo sistema è scaricato integralmente sugli operai. I contributi dei lavoratori al prepensionamento saranno aumentati dello 0,50% nel 2019 e di un ulteriore 0,25% a partire dal 2020, per un incremento totale dello 0,75% (passando dall’attuale 1,5% al 2,25%). Ma il costo finanziario non si limita a questo. L’accumulo di capitale del II° pilastro durante i 5 anni di prepensionamento sarà decurtato di alcune migliaia di franchi, ciò che determinerà parallelamente anche una perdita sulla rendita LPP, a partire dai 65 anni, di ulteriori 120 franchi circa al mese.

Anche in questo frangente vale il discorso fatto in precedenza: l’attacco padronale si è “dissolto” ma il salvataggio finanziario del prepensionamento è stato fatto assumere integralmente dai lavoratori… Anche qui si è dovuto subire in pieno la strategia padronale, senza riuscire, per esempio, a suddividere per lo meno l’onere del rifinanziamento del prepensionamento…

Una vittoria difensiva grazie alla mobilitazione degli edili?

Sottolineiamo subito un aspetto importante quanto doveroso. Gli operai edili costituiscono l’unico settore di lavoratori, esclusi i dipendenti pubblici romandi, in grado ancora oggi di mobilitarsi in maniera organizzata, stimolando azioni di sciopero in diversi cantoni. Lo strumento dello sciopero nell’edilizia è una forma di lotta che ormai ha guadagnato in legittimità e che si ripete nel tempo.

Diverse migliaia di operai edili ne hanno fatto l’esperienza. Soprattutto lo sciopero ha superato lo scoglio generazionale di coloro che avevano partecipato alle lotte d’inizio anni 2000 per il prepensionamento e che ormai hanno abbandonato i cantieri. Centinaia di ventenni e trentenni, assenti dal mercato del lavoro nei primi anni 2000, si sono confrontati con la mobilitazione collettiva e con il ricorso allo sciopero. Per diversi di loro è già la seconda esperienza di sciopero (2015 e 2018). Il capitale di lotta sembra dunque aver superato la sfida del “trapianto generazionale”. Naturalmente, quanto detto vale solo per alcune regioni della Svizzera. Osservazione che ci traghetta al bilancio della mobilitazione e, quindi, ad affrontare la questione del contributo di quest’ultima sull’accordo trovato.

La mobilitazione degli edili soffre di un grande male: uno squilibrio geografico decisivo. E questo male sembra ormai diventato un male endemico. Approfondiamo la questione. Anche in questo caso i media hanno dato molto risalto agli scioperi scaglionati degli operai edili. Però non sono stati colti due elementi per noi importanti. In primo luogo, la mobilitazione di fine 2018 ha avuto gli stessi numeri di quella del 2015: 12’000 contro gli 8’500 del 2015, tenuto conto che a questa data il canton Vaud non aveva partecipato alla mobilitazione nazionale, mentre quest’anno ha portato a scioperare circa 4’000 operai. Più importante ancora, queste mobilitazioni continuano a essere esclusivamente “latine”, ossia romande e ticinesi. I cantoni svizzero tedeschi determinanti politicamente ed economicamente (Zurigo, Berna, Argovia, Lucerna e Basilea) hanno ancora una volta inscenato una mobilitazione debolissima: non più di 1’500 operai in lotta possono essere messi in conto alle federazioni sindacali della Svizzera tedesca. Questa grande regione raggruppa tra il 65 e il 70% della forza-lavoro totale impiegata nel settore principale dell’edilizia svizzera. Meno del 3% degli operai edili attivi in questa porzione decisiva del paese si è mobilitata a fine 2018…

Questo drammatico scenario perdura ormai da troppo tempo, senza che le direzioni sindacali nazionali, in particolare Unia, si preoccupino di porvi rimedio. Drammatico perché è assolutamente velleitario pensare di ingaggiare un qualsivoglia rapporto di forza con il padronato edile senza essere in grado di mobilitare fortemente la forza-lavora della Svizzera tedesca. Fino a quando le direzioni operaie, in particolare Unia, persisteranno nello sviluppo di un lavoro sindacale ancorato alla pace del lavoro, del partenariato sociale, rifiutando il conflitto sociale quale strumento dell’azione sindacale, il rapporto di forza nazionale non raggiungerà mai il livello necessario per passare da una posizione difensiva a una offensiva. Peggio ancora, quando il margine di profitto nell’edilizia inizierà a contrarsi – in concomitanza della fine dell’onda lunga di espansione più che decennale del settore – e gli impresari dovranno attaccare frontalmente i diritti e le condizioni di lavoro degli operai edili, una pesante sconfitta sarà lo scenario più probabile.

L’alta congiuntura nell’edilizia ancora una volta determinante

Gli impresari edili continuano ad accumulare profitti ininterrottamente dal 2002. È infatti da questa data che l’edilizia principale svizzera ha conosciuto una crescita ascendente continua.

L’indice della produzione calcolato dell’istituto BAK di Basilea indica chiaramente questo punto di rottura: nel 2002 era di 120 (1980=100) per salire continuamente fino all’attuale 170, livello che dovrebbe mantenersi addirittura fino al 2024. Il valore aggiunto (ricchezza prodotta) nel settore della costruzione generale è passato da 24,91 miliardi nel 2005 ai 34,5 miliardi di franchi nel 2017, pari a una crescita del 38,5%. Nel settore dell’edilizia principale, la cifra d’affari è passata da 15,85 miliardi nel 2005 ai 20,79 miliardi di franchi del 2017 (+ 31%). Potremmo snocciolare altri dati a conferma della redditività dell’edilizia elvetica. Questo quadro estremamente positivo ha sicuramente pesato in maniera determinante nel raggiungere l’accordo citato. Detto altrimenti, gli impresari non hanno voluto affondare il colpo, giudicando il “costo” del CNM attuale come assolutamente sopportabile rispetto al tasso di profitto realizzato. In questa fase di elevato fermento produttivo, sarebbe stato più controproducente destabilizzare il contesto con, per esempio, un vuoto contrattuale nazionale. In sostanza la priorità padronale è focalizzata principalmente nel continuare a sfruttare l’onda lunga di sviluppo dell’edilizia elvetica. Il confronto decisivo sarà rinviato al momento del cambiamento di congiuntura. Le direzioni sindacali hanno tratto fin troppo beneficio da questo contesto particolarmente favorevole ed eccezionale. Sarebbe meglio non aspettarne passivamente la fine…

In conclusione

Sulla scorta di quanto sviluppato in precedenza, l’accordo ottenuto va sicuramente sottoscritto. E ciò perché è il massimo che si poteva ottenere considerando le profonde debolezze strutturali dell’organizzazione collettiva degli operai edili, debolezze mai aggredite con fermezza dalle direzioni sindacali. Ciò che preoccupa profondamente chi cerca, sulla base di bilanci anche critici, di determinare le strategia sul corto termine, è il predominare di un orientamento solidamente vincolato alla pace del lavoro, al partenariato sociale, ecc. Una volta firmato l’accordo, le probabilità che le direzioni sindacali ritornino a privilegiare questo orientamento sono elevatissime. In prospettiva, la difesa degli interessi dei lavoratori non può dipendere esclusivamente dalla buona congiuntura del settore, quindi dal benvolere padronale. Dopo la firma dell’accordo, è necessario iniziare subito un cambiamento di orientamento generale, in particolare costruendo in Svizzera tedesca un sindacato presente assiduamente sui cantieri, capace di stabilire dei rapporti di prossimità e di fiducia con i lavoratori, organizzandoli sul principio che il conflitto sociale è determinante per ottenere qualsiasi miglioramento immediato e futuro. E questo lavoro richiederà molto tempo. Perciò è vitale iniziarlo subito, senza perdersi in bilanci autocelebrativi e acritici, pericolosi perché deformano la realtà e riproducono gli effetti nefasti del partenariato sociale, utile solo a difendere gli interessi padronali.

 

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