giovedì, giugno 20

Governi progressisti in America latina: un bilancio

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Invitato ad una serie di incontri con le comunità indiane del Chiapas a Oaxaca, Raùl Zibechi il 29 novembre scorso ha accordato a Gloria Muñoz Ramirez del portale www.desinformemonos.org quest’importante intervista

Qual è il tuo bilancio dei governi progressisti dell’America latina?
E’ un bilancio negativo. Il bilancio si chiama Bolsonaro, Macri, un Venezuela distrutto. Il bilancio si chiama anche Daniel Ortega, genocidario e stupratore. Come già disse Chico de Oliveira (1), fondatore in Brasile del Partito dei lavoratori, “il lulismo è stato un momento di regressione politica”.
Dicendo questo, non si allude ai milioni di persone usciti dalla povertà – ma che ci stanno tornando ora – né di certe questioni interessanti che lo sono diventate ancora di più come, per esempio, le quote per gli studenti afro-discendenti nelle università brasiliane. Si parla della distruzione della potenza emancipatrice dei popoli con la dispersione dei movimenti sociali, l’accesso dei dirigenti ai ministeri, la corruzione.
Non c’è un solo paese con governi progressisti nel quale non siano stati accertati fatti di corruzione. Quello che fu il vice-presidente del mio paese, Raùl Sendic, ha dovuto rassegnare le dimissioni a causa di un fatto di corruzione. In Argentina, addirittura, nascondevano in un convento borsoni pieni di soldi per sfuggire alle accuse di appropriazione indebita.
Il bilancio è negativo, il che non significa non capire la gente che quei governi li ha votati, li ha sostenuti e li sostiene tuttora perché di fronte c’è una destra che fa paura. Però, il bilancio resta negativo.

Concretamente, dal punto di vista economico?
Non ci sono state né una riforma agraria, né quella del sistema fiscale e nessuna riforma strutturale. L’incremento dei redditi dei settori popolari è un fatto, però questo si è manifestato sotto forma bancaria e finanziaria. Infatti, se la gente ha potuto avere un po’ più di soldi grazie agli aiuti sociali, li ha ottenuti beneficiando delle carte di credito o di debito, che gli permettono di prelevare in banca il denaro dell’aiuto sociale, ma che utilizza per fare compere – televisori al plasma, motociclette, automobili – nei grandi centri commerciali. Si tratta di un’integrazione tramite il consumo.
Durante il periodo di Lula in Brasile, il settore economico che più si è arricchito e che ha registrato i più importanti introiti di tutta la sua storia è stato quello delle banche. C’è stata, è vero, una integrazione degli strati popolari, però questo è avvenuto tramite il consumo. E questo, non solo è spoliticizzante: arricchisce l’intermediario, cioè le banche.

E i mega-progetti nei territori indigeni?
L’estrattivismo, la soja, l’espansione dell’industria agro-alimentare hanno provocato l’esodo e hanno relegato nelle riserve le popolazioni indigene. C’è, in questo senso, un caso in Brasile veramente demenziale. Si tratta del progetto di costruzione della terza più grande diga al mondo noto con il nome di Belo Monte (2). Si prevede di deviare cento chilometri del corso del fiume Xingù, e in questo bacino che si svuota gli abitanti vengono privati dei mezzi per sopravvivere. Ed è così che i popoli originari di pescatori, gli abitanti delle rive, che vivevano grazie al fiume, si trovano davanti all’alternativa: emigrare o morire di fame. Per di più, mai e poi mai sono stati rispettati i confini delle zone indigene protette.
Da un altro lato, abbiamo anche un esempio paradigmatico in Bolivia. Lì, il movimento popolare contava su cinque organizzazioni che avevano concluso un accordo unitario. Però, dopo la marcia del 2011 in difesa del Territorio indigeno e del parco nazionale Isiboro-Secure (TIPNIS) (3), il governo ha incominciato una politica di divisine delle organizzazioni.
Ci sono un paio di organizzazioni storiche delle popolazioni indigene – e in pochi, al di fuori della Bolivia, lo sanno – il Consejo Nacional de Ayllus y Marquas del Qullasuyu (CONAMAQ) e la Confederazione dei popoli indigeni di Bolivia (CIDOB) contro le quali Evo Morales e Alvaro Garcia hanno operato un colpo di mano. E grazie al sostegno della polizia hanno messo alla testa di queste due associazioni dei dirigenti ligi al potere in sostituzione dei dirigenti storici arrestati e fatti dimettere dal governo. Si tratta di un vero e proprio golpe e questo è successo in Bolivia!
Ma se il progressismo ha finito per far posto alla regressione, per i popoli indigeni la regressione è stata doppia o fors’anche tripla perché, oltre tutto, sono stati pure folklorizzati. Certo, oggi nei parlamenti ci sono uomini con il cappello con le piume e donne in abiti tradizionali, però sono semplicemente lì per il folklore, non per rappresentare politicamente i loro popoli costretti a migrare. Da questo punto di vista, non c’è differenza tra i governi progressisti ed i governi, come quello della Colombia o del Perù, conservatori. In un caso come nell’altro, l’attitudine anti-indigena è una costante.

Veniamo adesso alla questione delle libertà, di parola, di manifestazione: cosa hanno fatto in merito questi governi? Hanno preso la testa del linciaggio di chi, a sinistra, esprime dubbi o dissente dal loro operato?
Durante i primi anni, le libertà di manifestazione, di critica furono incoraggiate. Ma poi, con la crisi del 2008, quei governi hanno innescato la retromarcia. Ancora una volta è paradigmatico quanto è successo in Brasile nel giugno del 2013. Durante tutto un mese, circa 20 milioni di giovani sono scesi in piazza in 353 città per contestare l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici che in Brasile son cari (circa 1,8 euro per tragitto). Però, rapidissimamente, il movimento assunse un aspetto più fondamentale, di lotta contro le disuguaglianze. Per esempio, San Paulo è la città con più eliporti ed elicotteri al mondo, semplicemente perché la borghesia locale disprezza il fatto di spostarsi per terra in automobile.
Questa rivolta contro le ineguaglianze ha messo in evidenza i limiti del progressismo che si era limitato a ridurre di poco le disuguaglianze salariali senza però attaccare direttamente né la ridistribuzione globale delle ricchezze, né le disuguaglianze. Di fronte a questo movimento, il governo di Dilma, il PT, ma anche tutta la sinistra, decisero di far ricorso alla polizia.
Poiché il compito di un governo di sinistra dovrebbe essere quello di schierarsi con la gente, il ricorso alla repressione generò un vuoto politico ed una demoralizzazione molto forti: e di questo la destra sta approfittando ancora oggi. L’anno 2013 fu uno spartiacque, in Brasile ed in tutta la regione. Sono i movimenti, la gente che non ne può più di essere spremuta come un limone, che non sopporta più di essere presa per i fondelli, due o tre delle ragioni principali della crisi del progressismo in America latina.

E i media? Qual è stato il loro ruolo?
Varie dinamiche sono in corso. Ci sono paesi dove lo Stato ha assunto il controllo dei media, come in Venezuela, chiudendo certe emittenti, addomesticandole o, addirittura, comprandole. In Venezuela, la maggioranza degli organi di informazione sono o statali o pro-governativi. L’altro esempio è quello dell’Argentina, paese nel quale vi sono circa 200 mezzi di comunicazione culturale, autogestiti, cartacei o virtuali, che possono contare dai cinque ai sette milioni di lettori al mese in un paese di 40 milioni di abitanti. Sono media minoritari che però non sono completamente marginali. E quando c’è un conflitto, come quando la Monsanto ha avuto l’intenzione di realizzare una fabbrica nelle isole Malvine, del quale dall’Uruguay avremmo voluto saperne un po’ di più, non abbiamo trovato nulla, né sulla stampa di destra – La Nacion, El Clarin– né su quella di sinistra, come Pagina 12. Per informarci abbiamo dovuto ricorrere a quei media comunitari e alternativi. Non sono media marginali: si appoggiano su una massa critica sufficiente per informarci su quanto gli altri non ci dicono.

C’è però stata una polarizzazione tra i media che stanno con i governi, in questo caso progressisti, e quelli in mano all’estrema destra…
Certo. In Brasile sta succedendo qualcosa di incredibile. Bolsonaro sta conducendo una campagna contro la rete Globo – che è egemonica – e contro la Folha de Sao Paulo, il quotidiano delle élites, grazie ai social network e ai mezzi di comunicazione evangelici posizionati all’ultradestra. È in corso una riconfigurazione dei media molto interessante e che va seguita. Per esempio, Bolsonaro minaccia di far chiudere la Folha de San Paulo, il che sarebbe scandaloso, altrettanto come si chiudesse un giornale di destra in Messico (4). È la stessa logica applicata da Trump contro i media. Al contempo, stanno emergendo nuovi media, come quelli in mano agli evangelici, che sono una vera forza politica e sociale da seguire da vicino perché stanno oramai competendo, per esempio, con la rete Globo in Brasile. Dall’altro lato, nella maggior parte dei paesi, esistono mezzi di informazione come i nostri, alternativi, le cui forze però sono assai differenti.

Ci sono altri media, né alternativi, né marginali quali Brecha in Uruguay o Pagina 12 in Argentina. Quale ruolo giocano?
Devo dire che Brecha era già critico prima dell’arrivo dei governi progressisti e ha continuato ad esserlo perché siamo sempre stati un giornale critico. Pagina 12 invece è diventato kirchnerista e continua ancora oggi a beneficiare di aiuti pubblici. Come sempre, ci son due facce della medaglia: la buona e la cattiva. In questo caso, la cattiva è che i progressisti ci creano un sacco di problemi e ci distruggono. Però, il lato buono è rappresentato dal fatto che lo scenario si chiarisce nel senso che non ci son vie di mezzo: o con il governo o contro di lui. Quando stai dalla parte del governo, la scusa è che si tratta di un governo di sinistra, ma in fin dei conti, è con il governo che stai, e questo è quello che conta. Dall’altro lato, ci sono coloro che difendono il loro lavoro autonomo, al di fuori delle istituzioni…
Pagina 12 fa fatica mentre negli anni Novanta era un quotidiano molto importante – e non solo in Argentina – con un’estetica particolare e delle prime pagine molto suggestive. Ci sono altri media che son restati fedeli alla loro traiettoria. Non vorrei esagerare, però credo che Brecha è il solo quotidiano che in America del Sud abbia attraversato il progressismo con molte difficoltà economiche. Solo con Brecha non riusciamo a vivere, stiamo male economicamente, però manteniamo la nostra dignità ed una posizione indipendente malgrado alcune sfumature. Ci sono infatti tra noi alcuni giornalisti più vicini che altri al governo, ma che restano critici.

E qual è il costo di un posizionamento critico nei confronti dei governi progressisti?
Il costo è l’isolamento: non esisti più, non ti chiamano per proporti interviste. La nostra situazione economica personale si deteriora. Dobbiamo trovare lavoretti per sopravvivere e questo è un costo importante. Il fatto che – grazie anche alle prebende offerte dal governo – al giorno d’oggi i salari dei giornalisti sono molto bassi – ed è il caso di Brecha – ha provocato un grande ricambio generazionale e di genere. Oggi, la maggioranza dei lavoratori del giornale è costituita da giovani e da donne. Gli altri, quelli che vogliono più soldi se ne sono andati con il governo o a fondare giornali pro-governativi, mentre noi, anche se guadagniamo poco, siamo sempre qui.

Ci stai dicendo di prepararci a tempi duri se vogliamo continuare ad essere critici, nel caso del Messico, verso Andrés Manuel López Obrador?
Intendiamoci sulla nozione di “tempi duri”. Il sentirsi isolato è duro, però ti rende forte. E, in più, non aspiriamo ad arricchirci. Per esempio, tra i 35 lavoratori de La Brecha, solo cinque o sei hanno un’automobile, siamo in molti ad utilizzare i trasporti pubblici. E questo mi sembra molto importante perché dimostra che in questo momento la semina c’è stata. Non la si vede ma, in qualsiasi momento, i semi possono diventare fiori.
Però, il caso vostro, in Messico, è diverso. Per due ragioni. Iniziato nel 2000, il ciclo progressista in America latina s’è spento nel 2014. Questo ciclo è stato reso possibile dai prezzi elevati delle commodities (materie prime), del petrolio, della soja, del minerale ferroso: in quei tempi di boom economico, alle borghesie non importava molto che si alzassero un po’ le tasse se la cosa permetteva di mantenere tranquilli i settori popolari. Però, oggi viviamo dopo la crisi del 2008. Ovunque, le classi dominanti sono diventate più brutali, più bestiali. L’uno per cento detiene una quantità di ricchezza mai immaginata. Ma le classi dominanti sono diventate sempre più intransigenti, più oltranziste, schierate contro i popoli.
Il governo di Lopez Obrador entra in funzione in un momento in cui le classi dominanti non sono disposte a cedere assolutamente niente. La situazione spingerà il governo ad allinearsi agli interessi imprenditoriali in tempi molto brevi.
Sto in Messico da pochi giorni, però ho già avuto modo di assistere a qualcosa di sorprendente. Alla televisione ho visto alcuni deputati del PAN (5) sventolare in parlamento uno striscione sul quale stava scritto “No alla dittatura obradorista”. Sono terribili! Già dal primo giorno si oppongono, non gli danno spazio alcuno. Il messaggio è chiaro: o ti sottometti completamente o, grazie alla nostra implacabile opposizione, farai la fine che ha fatto Dilma in Brasile.

Qual è la portata dell’elezione di Obrador per il continente americano?
Mi piacerebbe tanto dire che ha una certa portata per la regione, però credo che non rappresenti niente. Dal punto di vista dell’integrazione regionale latino-americana, il suo apporto è nullo. E in termini di svolta a sinistra nella regione, non c’è da illudersi: da quanto posso capire, la sua politica estera sarà totalmente allineata con il nuovo NAFTA e le politiche di Donald Trump. Quindi, non mi aspetto nulla.
Magari, dieci o quindici anni fa si sarebbe potuto approfittare di un clima particolare, però oggi, con una guerra commerciale in corso tra Stati Uniti e Cina, con un irrigidimento delle relazioni internazionali ed una forte intransigenza – come nel caso delle forti polemiche fra Trump e Macron la scorsa settimana -, non ci sono margini per un’altra politica.

Cosa ci puoi dire dei movimenti sociali e dei loro rapporti con i governi progressisti?
I governi progressisti si sono rilevati essere campioni nell’arte di disattivare i movimenti e la protesta sociali. Hanno abbagliato le basi dei movimenti con delle timidissime politiche sociali, cosmetiche, che hanno entusiasmato tanta gente che, alla fine, non ha ricevuto niente. E hanno cooptato i dirigenti dei movimenti.
Il personale politico dei governi progressisti viene dal basso, i quadri, i tecnocrati che gli stanno di fronte conoscono molto bene la cultura organizzativa dei movimenti sociali e sanno molto bene quali corde toccare per indebolirli, e questo è molto pericoloso.
Ci son due cose che minacciano i movimenti sociali. La prima è il fatto che, grazie al progressismo, lo Stato ritrova legittimità e uno Stato legittimo, uno Stato forte, è pericoloso. Poi, c’è il fatto che l’appropriarsi da parte di chi sta in alto dei saperi venuti dal basso ci indebolisce. La congiunzione di questi due fattori può essere devastante per i movimenti popolari. Un esempio è rappresentato dalla Bolivia dove, a nome dei movimenti sociali di cui pretendono essere i rappresentanti, Evo Morales e Alvaro Garcia hanno perpetrato veri e propri colpi di stato contro questi stessi movimenti sociali.
In Argentina c’è il caso dei piqueteros (6) il cui movimento è stato disperso, neutralizzato, distrutto dalle politiche sociali. In un manuale del Ministero dello sviluppo sociale, diretto dalla sorella di Kirchner, si può addirittura leggere che il funzionario ideale del Ministero è “quel militante degli anni Novanta che si oppose ed organizzò la gente nelle basi sociali e nei territori contro il modello neoliberista”. i quadri politici, i militanti e le competenze vengono aspirati nell’apparato di stato e questo è un problema fondamentale.
Il terzo esempio potrebbe essere quello dei compagni del Movimento dei senza terra e dei senza tetto in Brasile, due movimenti sociali molto ampi, dai percorsi impeccabili che, pur riconoscendo che i governi di Lula e Dilma hanno distribuito meno terre di quelle distribuite da Fernando Henrique Cardoso, li hanno appoggiati per poter beneficiare dei cospicui aiuti elargiti all’educazione, alla costruzione di case, etc. Sono dei movimenti potenzialmente rivoluzionari che sono però stati completamente neutralizzati.

E in Messico, un paese che conosci da un quarto di secolo?
Ci sono in Messico molti movimenti potenti. I movimenti urbani hanno conosciuto un lungo periodo di dispersione operato ai loro danni dai governi del PRD (7), ma ciò che più mi preoccupa sono i movimenti indigeni che, seppur minoritari, rappresentano qualcosa di importante. Mi preoccupa il rischio di isolamento di questi movimenti e la possibilità di duri colpi e repressione chirurgica nei loro confronti. Temo purtroppo che nei prossimi sei anni si sviluppi un processo di indebolimento dello zapatismo, del Consiglio nazionale indigeno, il CNI, e di altri movimenti indigeni e popolari, di tutte queste forze che hanno sin qui opposto resistenza ai grandi progetti.
È in corso attualmente un’operazione assai raffinata. Le consultazioni (8) sin qui fatte e quelle che si faranno sono meccanismi di disarticolazione della contestazione. Domani puoi dire di essere contro il piano Tren Maya (9) par tale o talaltra ragione. Ti diranno “vai a votare”. In quel tipo di consultazione, quella sull’aeroporto (10) per esempio, si può anche esprimere un milione di persone. Credo che alle prossime consultazioni potrà partecipare anche più gente. E se più gente va a votare, più alta sarà la legittimità di queste consultazioni illegali che non hanno né portata giuridica, né alcun altra validità.
Supponiamo che le consultazioni riprendano. Il messaggio dei progressisti e di Lopez Obrador è che il conflitto comporta seri rischi, che non vale la pena, e che i problemi potranno essere risolti sostenendo il governo. Il meccanismo delle consultazioni serve ad addomesticare la protesta ed a sviarla verso le urne. “Ma perché diamine dovrei oppormi fisicamente alla costruzione di una strada se posso oppormi votando? E se dovessi perdere, potrei per lo meno avvalermi di un processo democratico che mi ha permesso di dire no senza farmi rompere le ossa dalla polizia…” Quello che sta succedendo è la delegittimazione della contestazione, del conflitto con il conseguente isolamento di chi protesta, che diventa poi rapidamente bersaglio della repressione governativa. Questo è il rischio.
Spero veramente che queste consultazioni non abbiano l’ultima parola. Con le consultazioni, i popoli hanno due opzioni: o pensano di essere abbastanza furbi per giocarsele, ciò che io non credo, oppure dicono “fate pure tutte le consultazioni che volete, però, perché il treno non passi da queste parti, bisognerà fare come gli altri popoli dell’America latina”.
Per fortuna, in alcuni casi come quello delle comunità zapatiste o Cheran (11), ci sono resistenze. Subiranno degli attacchi, non credo di sbagliarmi affermandolo. Ma non è la stessa cosa essere attaccati quando hai paura o quando tieni fermamente le tue basi, com’è il caso degli zapatisti.
D’altra parte, sono convinto che Lopez Obrador se ne andrà dopo un primo mandato e che non potrà essere rieletto anche se immagino che alla rielezione ci pensi già, eccome! Passeranno sei anni, MoReNa (12) se ne andrà, oppure no, ma lo zapatismo resterà in piedi perché esprime cinque secoli di lotte che non possono scomparire solo perché il governo ti fa dei sorrisini ed ha delle buone maniere.

E la resistenza?
Ci sarà resistenza. Ciò che han fatto i governi progressisti è rafforzare il capitalismo: con loro c’è stato più capitalismo, più transnazionali, più monopoli. Questi megaprogetti per il sud del paese servono a cooptarlo al resto del Messico perché, lo sappiamo tutti, è la zona più ribelle. I popoli resisteranno. Ci sono tantissime persone che, come diciamo noi uruguaiani, non son pronte “a mandar giù la pillola”, a lasciarsi ingannare. La gente sta attenta, anche perché quindici anni di esperienze nel sud del paese lasciano tracce. Quindi, siamo un pochino ottimisti!

E qual è il ruolo giocato da Trump e dagli USA?
Trump non è solo Trump, è di più. È l’espressione della più grande intransigenza delle classi dominanti, dei ricchi, del Pentagono – che conta quanto le classi dominanti. Questa gente sta sempre più schierandosi a favore della guerra, della militarizzazione dello scenario globale. La guerra commerciale contro la Cina è una guerra che per ora resta commerciale. Ma ci sarà una escalation ed è probabile che ci si trovi di fronte a guerre tra Stati con ricorso alle armi nucleari, cioè quello che gli zapatisti chiamano collasso.
Il regime di Trump comporta degli aspetti tipici del collasso: è una manifestazione della crisi del sistema, dell’imperialismo yankee, ma è anche la prova del fatto che può scommettere sul collasso prima di cambiare obiettivo se si rende conto che la situazione gli sfugge. E’ uno scenario orribile. E poco cambia che sia opera di Trump o di un democratico che continuerà sulle tracce del primo. Infatti, il governo di Trump non è una parentesi, ma una vera svolta strategica delle classi dominanti.
Gli USA scommettono sempre sulla subordinazione assoluta del Messico. È il cortile di casa che non son pronti ad abbandonare, anzi. E Lopez Obrador ha tutto il suo posto in questo progetto con la realizzazione di grandi opere al sud fatte per facilitare il trasporto di merci, commodities (materie prime), minerali, legno… I monopoli ne hanno perfettamente capito l’importanza, e … tanto meglio se si riesce a calmare una parte della popolazione.
Ciò che invece questo governo – né nessun altro, d’altronde – non riuscirà a diminuire, almeno nell’immediato, è il livello di violenza, i femminicidi, il narcotraffico, l’illegalità. Ciò è molto importante per gli USA che, dall’inizio della guerra ai narcos, mirano, tramite il Piano Merida (13) e la violenza, a distruggere il tessuto sociale. Sono questi i piani dell’impero che Lopez Obrador è oggi chiamato ad tradurre in atti. Con questo signore, non solo saranno applicati i piani di approfondimento del capitalismo, dei monopoli, ma diventerà realtà anche ciò che i compagni zapatisti hanno chiamato la quarta guerra mondiale, cioè il fatto di spogliare i popoli. E’ questo all’ordine del giorno!

Un ultima domanda: come interpreti il fenomeno migratorio che viviamo in questi giorni dall’America centrale fino al nord?
Credo che da questa massiccia marcia di migranti stia nascendo un movimento; infatti, prima la migrazione era un fatto individuale, concernente famiglie, piccoli gruppi, goccia dopo goccia, mentre adesso è massiccio, organizzato. Per mobilitare 7’000 persone in quel modo devi essere organizzato. Non è escluso che si tratti della prima di tante altre marce e, se così sarà, è molto positivo perché la migrazione solitaria ti espone facilmente alla repressione perché sei vulnerabile. Probabilmente la gente ha capito che emigrare in massa ti protegge.
Non so se, malgrado faccia lo smargiasso a parole, Trump potrà impedire loro di entrare sul suolo degli Stati Uniti. Il costo politico sarà altissimo.
Però la buona notizia è che qualcosa di nuovo sta nascendo, dal basso.

*l’intervista è stata condotta da Gloria Muñoz Ramirez per Desinformemos il 29 novembre 2018. La traduzione e le note sono state curate da Paolo Gilardi per il sito www.rproject.it

1. Francisco Maria Cavalcanti Oliveira, più noto come Chico de Oliveira, nato nel 1933, sociologo, è uno dei fondatori del PT con il quale ha rotto nel 2003 per aderire al PSoL
2. Il progetto di costruzione della terza più grande diga del mondo nella parte amazzonica dello stato del Parà, prevista dal piano “Programma di accelerazione della crescita” dovrebbe permettere la produzione dell’energia elettrica necessaria alle miniere di bauxite e alla trasformazione di quest’ultima in alluminio. La realizzazione del progetto, interrotta più volte, significherebbe l’inondazione di una zona di 500 km2.
3. Dopo la repressione da parte delle forze dell’ordine di una marcia su La Paz lanciata nell’agosto del 2011 da seicento rappresentanti delle nazioni autoctone per protestare contro il progetto di costruzione di una strada attraverso la riserva naturale, uno sciopero generale aveva costretto Evo Morales ad annullare, il 21 ottobre dello stesso anno, il progetto stradale.
4. O, per esempio, Il Corriere della Sera o La Stampa su ordine di Salvini.
5. PAN, Partito d’azione nazionale, partito della destra conservatrice che conta più di un centinaio di deputati – su 500 – e controlla sei stati – su 32. Vicente Fox, presidente dal 2000 al 2006 fu eletto sulle liste del PAN.
6. Il movimento dei piqueteros, letteralmente, quelli che fanno i picchetti, nasce nel bel mezzo degli anni Novanta quando, per protestare contro le chiusure di settori industriali, i lavoratori costituirono dei picchetti, dei posti di blocco, per bloccare le strade in segno di protesta. L’uccisione di due di loro da parte della polizia nel giugno del 2002 portò alle elezioni anticipate che videro il presidente uscente, Edouardo Duhalde, sconfitto da Nestor Kirchner.
7. Il Partito della rivoluzione democratica, nato nel 1989 da una scissione di sinistra del Partito rivoluzionario istituzionale, è uno dei tre più importanti partiti messicani ed è membro dell’Internazionale Socialista.
8. Consultas: il governo di Lopez Obrador ricorre a delle consultazioni popolari per legittimare certi progetti. Il problema è che queste consultazioni non hanno base legale nella misura in cui, contrariamente ai referendum costituzionali indetti da vari anni in Messico, esse sono organizzate dal governo stesso e non sulla base di una domanda popolare come richiesto dalla costituzione. Ed è tramite le strutture del partito di governo, il MoReNa, che le consultazioni sono organizzate.
9. Il progetto Tren Maya prevede la costruzione di una ferrovia di circa 1500 km attraverso tutta la penisola del Yucatan per garantire l’interconnessione delle varie zone della penisola. Si tratta del progetto faro di Lopez Obrador e che comporta alcune norme ecologiche. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, la realizzazione di grandi opere che modificano l’ambiente vitale delle popolazioni indigene deve essere sottoposto alla loro approvazione. Ora, nel caso del Tren Maya, Lopez Obrador ha organizzato una consultazione dell’insieme della popolazione messicana. In questo modo, abitanti di Città del Messico o del Nord del paese sono chiamati a pronunciarsi su un progetto che concerne in primo luogo le popolazioni indigene. Per di più la formulazione del voto verterà su un pacchetto più ampio comprendente la realizzazione della linea ferroviaria, ma anche alcune misure sociali quali l’aumento delle pensioni.
10. Nel caso della consultazione sulla costruzione di un nuovo aeroporto, la formulazione non lascia scelta sul fatto di costruire o no l’aeroporto: l’elettore ha da scegliere solo il luogo di costruzione: a Texcoco o a Santa Lucia? Quanto alla distruzione dell’ambiente nella valle di Messico che il megaprogetto comporta, nemmeno se ne parla.
11. Cheran, cittadina di circa sedicimila abitanti, indiani Purepechan, che si sollevarono nel 2011 contro la distruzione dell’ambiente e che da allora, come gli zapatisti, difendono strenuamente le loro posizioni.
12. MoReNa, Movimento della rigenerazione nazionale, il partito di Lopez Obrador
13. L’iniziativa di Merida, detta Piano Merida, è un accordi tra i governi messicano e statunitense che prevede aiuti massicci alle forze dell’ordine messicane per condurre la guerra ai narcotrafficanti. Un aiuto di 1,6 miliardi di dollari comprendente anche 22 aerei è stato fornito al Messico nel marzo 2017. Il 51% degli aiuti sono destinati alla guerra giuridica contro i narcos, il 49% restante finisce nelle tasche delle forze armate.

 

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