lunedì, dicembre 10

Verso lo sciopero delle donne. Riflessioni sull’oppressione di genere e di classe

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Vorrei iniziare questo intervento partendo da una considerazione magari banale, ma importante. In questi ultimi anni i movimenti di contestazione e di mobilitazione più importanti a livello internazionali sono stati movimenti femministi e organizzati da donne attorno a tematiche quali la violenza, la negazione dell’autonomia e l’autodeterminazione delle donne.

Pensiamo per esempio al movimento che ha seguito l’elezione di Trump in America, alle mobilitazioni contro Bolsonaro in Brasile, ai movimenti di sciopero in Argentina e in Spagna al movimento Non una di meno in Italia. Sembra quasi che la rinascita dei movimenti sociali passi oggi attraverso la mobilitazione delle donne e le mobilitazioni femministe.

Anche in Svizzera, con dimensioni e dinamiche magari, si sta sviluppando una mobilitazione femminista che è all’origine della proposta di lanciare un nuovo sciopero delle donne per il prossimo 14 giugno.

Questa proposta nasce dall’iniziativa di alcune donne dei sindacati romandi e di associazioni femministe dei cantoni francofoni, ma rapidamente ha preso piedi in tutto il paese. Questa proposta ha infatti fatto partire una dinamica dal basso molto interessante in tutti i cantoni, Ticino compreso grazie in particolare all’azione del collettivo iolotto. La manifestazione sindacale del 22 settembre nata per essere una mobilitazione per la parità salariale tra uomo e donne si è rapidamente trasformata in una mobilitazione per lo sciopero delle donne con rivendicazioni che andavano al di là della, seppur importante, parità salariale.

Queste mobilitazioni femministe hanno dinamiche, contenuti e modalità di mobilitazione proprie, ma anche alcune caratteristiche simili.

Innanzitutto si tratta di movimenti cha nascono da basso, organizzati dalle donne, spesso giovani donne, per le donne rifiutando il principio della delega alle organizzazioni sindacali o alle donne rappresentanti dalle istituzioni. Che praticano l’auotorganizzazione.

Si tratta spesso poi di movimenti che nascono su rivendicazioni particolari o a seguito di episodi singoli, ma che poi rapidamente allargano l’orizzonte della mobilitazione e si politicizzano. Sono movimenti che riescono a mantenere un livello di mobilitazione e di organizzazione sul lungo periodo. Si tratta poi di movimenti che sanno essere molto ben presenti nei media e in particolare sui social, ma che occupano anche la scena politica pubblica con manifestazioni, iniziative di lotta e assemblee, mostrando una forza e una determinazione importante.

Come possiamo spiegarci questa dinamica?

Da una parte questa rabbia nasce da un attacco sistematico e generalizzato ai diritti delle donne che hanno assunto in questi anni una forza importante. I governi di tutto il mondo portano avanti politiche di negazione dei diritti economici, sociali e civili delle donne e hanno reso legittimi discorsi maschilisti e omofobi.

Dall’altra parte il movimento femminista tradizionale o “istituzionale” ha mostrato apertamente la sua sconfitta e inutilità. Anni di politiche per le pari opportunità e per una migliore rappresentanza delle donne in politica o nei luoghi del potere non hanno prodotto nessun risultato e portato a nessun miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza delle donne. L’esigenza e la necessità di un femminismo radicale che rimetta in discussione i meccanismi stessi del sistema capitalistico e patriarcale è oggi più attuale che mai.

Bisogna infatti partire dal presupposto che il sistema capitalistico si fonda sulla violenza (economica, sociale, culturale, psicologica e fisica contro le donne). Queste forme di violenza non sono il sintomo del malfunzionamento del sistema, ma sono strutturali al sistema stesso. Il capitalismo ha trovato nel patriarcato un alleato fondamentale.

Nel sistema capitalistico il patriarcato assume connotazioni particolari che si fondano in primo luogo sulla divisione sessuale del lavoro che inizialmente ha relegato le donne alla sfera del lavoro domestico e riproduttivo e poi le ha integrate nel mercato del lavoro salariato sotto forma di lavoratrici precarie, sotto pagate, ipersfruttate e vittime di violenze e molestie.

La violenza di genere è perciò un fenomeno strutturale che tocca tutti gli ambiti della vita delle donne ed è figlia della società capitalistica e patriarcale.

Una violenza che si manifesta in molti modi e in molti ambiti della nostra vita:

1. Già da piccole ci vengono imposti modelli di comportamento stereotipati che cercano di far passare come naturali ruoli che sono socialmente determinati.

2. Nel mondo dell’educazione la violenza assume il carattere di una lettura della realtà sociale e dell’identità attraverso la lente del binarismo di genere, una griglia di lettura teorica che distingue due sessi (maschile e femminile) in maniera fissa e dicotomica. Gli esseri umani si distinguerebbero, sulla base di un mero dato biologico, in due categorie differenti e complementari. Questo binarismo di genere è direttamente legato all’eterosessualità e porta a considerare “anormali” e “innaturali” tutte le variazioni da questa classificazione.

3. Una lettura che attraversa anche il mondo della cultura e dei mass media che propongono ancora una narrazione strettamente sessuata della realtà.

4. Nel mondo del lavoro la violenza si manifesta attraverso il fenomeno della femminilizzazione del mercato del lavoro per il quale le donne sono si presenti nel mercato del lavoro salariato, ma vi sono entrate attraverso il meccanismo della flessibilità e della precarietà del lavoro, dei contratti atipici, dei salari bassi, dei tempi di lavoro spezzati e irregolari. I settori a manodopera prevalentemente femminile sono quelli che hanno condizioni di lavoro più precarie e salari più bassi, e capita anche che i settori tradizionalmente maschili che si “femminilizzano” subiscono un peggioramento notevole delle loro condizioni di lavoro e impiego.

5. Oltre al lavoro produttivo le donne svolgono ancora la stragrande maggioranza del lavoro riproduttivo, se è vero che oggi il modello di famiglia prevalente non è più quello dell’uomo che lavora a tempo pieno e la donna che non lavora, questo non significa che si sia raggiunta una vera condivisione del lavoro domestico. Oggi il modello prevalente di famiglia è quello nel quale l’uomo lavora a tempo pieno e la donna lavora a tempo parziale sobbarcandosi la stragrande maggioranza del lavoro di cura e domestico non retribuito.

6. A livello sociale sono ancora le donne che subiscono maggiormente le politiche di austerità e di tagli ai servizi, proprio perché spesso sono chiamate a supplire e a svolgere gratuitamente, o quasi, quel lavoro di cura o di assistenza che dovrebbe essere assicurato dal servizio pubblico.

7. La violenza passa poi anche sui nostri corpi sia come violenza domestica e fisica (in Ticino 3 chiamate a giorno per atti di violenza domestica 21 femminicidi in svizzera all’anno) sia come non riconoscimento delle identità “diverse” e delle preferenze sessuali non “normali”. Forme di violenza che hanno come unico scopo quello di mantenere un controllo sui nostri corpi e sulle nostre vite.

La lista potrebbe essere ancora lunga, ma credo che sia sufficiente per dimostrare da dove viene la “rabbia delle donne”, e l’importanza di costruire un movimento femminista radicale che sappia rimettere in discussione tutti gli elementi della discriminazione di genere e di classe. Credo che oggi, per un’organizzazione come la nostra, sia fondamentale assumere questa battaglia come centrale nel nostro processo di opposizione al sistema capitalistico e patriarcale.

Credo che infine meriti attenzione un’altra considerazione. E’ estremamente significativo che il movimento femminista (non solo in Svizzera) abbia riproposto l’utilizzo di uno strumento di lotta come lo sciopero. Una forma di lotta che la maggioranza ritiene superato e anacronistico. In realtà con il movimento delle donne lo sciopero ha riacquistato credibilità e ha assunto anche una valenza politica e sociale generale. Non si tratta “solo” di uno sciopero del lavoro salariato, ma anche del lavoro non retribuito mettendo quindi bene in evidenza il legame profondo tra queste due dimensioni del lavoro.

Un’occasione fondamentale per denunciare la natura intrinseca al sistema capitalistico della discriminazione e della violenza contro le donne.

* testo dell’intervento pronunciato alla conferenza cantonale della lista MPS-POP-Indipendenti del 10 novembre 2018