martedì, giugno 25

Il falso miracolo della “rivoluzione dell’idrogeno”

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La letteratura sui mezzi per uscire dalla crisi climatica è piena di scenari tecnologici più o meno elaborati i cui autori si vantano di aver trovato il modo per soddisfare i bisogni dell’umanità facendo completamente a meno dei combustibili fossili. Questi scenari sono in genere falsi per tre motivi.

Primo, si tratta spesso di scenari nazionali che non integrano le “emissioni grigie” (che risultano dalla produzione nei paesi del Sud di beni che sono consumati nei paesi sviluppati e che dovrebbero essere imputati a essi). Ora, la minaccia climatica è globale e richiede uno stop alle emissioni nel mondo intero, tenendo conto delle responsabilità differenziate tra paesi del Nord e del Sud.

Secondo, gli autori non interrogano per niente la finalità della produzione, i trasporti e i servizi. Si accontentano di dimostrare che il futuro sistema a 100% rinnovabili procurerà l’energia necessaria per le attività esistenti, come se fossero tutte intoccabili. Un buon esempio di questa sottomissione all’ordine esistente è l’atteggiamento assunto rispetto all’esercito e all’industria degli armamenti. In genere questo settore viene semplicemente ignorato, come se andasse da sé di continuare a produrre e a utilizzare le armi mentre il mondo sfiora la catastrofe. L’ecologista statunitense Amory Lovins va anche oltre: nella sua opera “Reinventare il fuoco”, l’inventore del concetto del Negawatt spiega lungamente ai militari come le energie rinnovabili potrebbero aumentare l’operatività delle truppe… [1]

Terzo, invece di spiegarci come passare dal sistema fossile attuale ad un sistema a 100% rinnovabili, questi scenari ci spiegano solamente che un sistema a 100% rinnovabili è possibile. È un grosso errore metodologico poiché la transizione consiste proprio nel produrre componenti del sistema che sostituirà quello vecchio. Ed è qui il problema. Perché cambiare il sistema energetico è un’impresa gigantesca, che necessita energia, e questa energia è oggi al 85% fossile. Detto altrimenti, con tutti le altre variabili ferme, la transizione è fonte di emissioni supplementari, che vanno compensate, altrimenti il budget del carbonio (bilancio del ciclo del carbonio, NdT) esplode.

Come compensarle? Si può migliorare l’efficienza energetica ma ciò non basta. Da un lato le possibilità non sono infinite; dall’altro, in un sistema produttivistico, ogni guadagno in efficienza viene sfruttato per aumentare la produzione (è quel che si chiama “l’effetto rimbalzo”). Bisogna quindi ridurre per forza il consumo globale di energia, il che può volere dire sopprimere delle attività produttive e/o di trasporto [2]. In altri termini, bisogna mettere in questione la vacca sacra del capitalismo: la crescita.

La vacca sacra della crescita

Non essendo fatto niente o quasi niente dal Vertice della Terra di Rio nel 1992 in poi, il budget del carbonio si è ridotto brutalmente (infatti se si tengono in conto le retroazioni positive del sistema Terra, non è escluso che il bilancio netto sia già negativo!) Per questo la soppressione di certe produzioni e attività è diventata assolutamente indispensabile. Questa conclusione solleva evidentemente quesiti maggiori: quali attività bisogna sopprimere in funzione di quali criteri, e come evitare un’esplosione della disoccupazione, della miseria, delle disuguaglianze?

Gli scenari che fanno “come se “ il passaggio alle rinnovabili fosse già dato, bypassano questi quesiti. Per questo la transizione vi è trattata come una questione essenzialmente tecnica, riservata alle/gli esperti/e. Ora il problema è politico e sociale e addirittura di civiltà. Il significato profondo del riscaldamento della Terra è in effetti il seguente: con la sua frenesia di crescita infinita su un pianeta finito il capitalismo ci porta sull’orlo dell’abisso. O l’umanità abbatterà il capitalismo, oppure l’accumulazione capitalistica trasformerà il globo in un forno e getterà l’umanità in un cataclisma inimmaginabile.

Non stupisce che gli scenari di transizione scritti dai tecnocrati mainstream dissimilano questa posta in gioco della transizione. La ricerca scientifica è sempre più sottoposta agli imperativi della produzione capitalistica. Ciò si vede nelle pubblicazioni del GIEC. Il quinto rapporto di questo organo lo scrive nero su bianco: “i modelli climatici suppongono mercati che funzionano pienamente e comportamenti di mercato concorrenziali”. La vacca sacra non va toccata! E’ fuori questione immaginare una società basata sulla condivisione o sullo scambio, sulla cooperazione piuttosto che sulla concorrenza, sui bisogni reali piuttosto che sui bisogni indotti, sulla messa in comune delle risorse piuttosto che sulla loro appropriazione da parte di una minoranza e l’espropriazione della maggioranza [3].

I socialdemocratici e i verdi si allineano su questa tendenza dominante. Non è una sorpresa: questi partiti hanno optato per la gestione del produttivismo capitalistico. Ma che una organizzazione della sinistra radicale taccia sul fatto che la tendenza alla crescita illimitata entri in contraddizione con la transizione energetica necessaria, e non ponga nessun interrogativo su ciò che si produce, è sorprendente. Ora, è ciò che fa il PTB (Parti du Travail de Belgique, ndt).

Non basta pianificare

In un volantino distribuito nella manifestazione “Claim the climate”, il 2 dicembre a Bruxelles, e nel dossier postato sul suo sito (“Red is the new green”), il PTB fa appello alle masse: “Scoprite la grande rivoluzione dell’idrogeno” [4]. Temete che la lotta contro il cambiamento climatico sconvolga il vostro stile di vita? Il PTB vi rassicura. L’idrogeno risolverà tutto: i treni andranno all’idrogeno, gli autobus idem, le macchine pure, l’energia rinnovabile eccedente verrà stoccata sotto forma d’idrogeno, l’elettricità prodotta con l’idrogeno verrà distribuita su un “smart grid”, l’idrogeno verrà addirittura utilizzata per un “funzionamento più ecologico dell’industria petrochimica”.

Dire che questo “piano” è puramente tecnologico sarebbe esagerato. Il PTB mette sotto accusa “il caos della concorrenza” per il profitto e reclama “una pianificazione ecologica”. Ok, siamo d’accordo – a condizione di precisare che la pianificazione dev’essere democratica e decentrata [5]. Ma il problema climatico non si limita alla mancata pianificazione provocata dal caos della concorrenza. Il nodo della questione è che per la riuscita della transizione bisogna imperativamente rompere con la crescita – pianificata o non – e che il capitalismo non ne è capace. “Red is the new green” è muto a questo proposito.

Ho scritto “piano” tra virgolette qui sopra perché la proposta del PTB è solo un’idea generale di piano. Un piano dovrebbe contenere le cifre. Bisognerebbe provare che il Belgio possa sostituire i combustibili fossili e il nucleare con l’idrogeno rispettando la sua quota carbonio, facendosi carico delle “emissioni grigie” e… senza diminuire il consumo di energia. Questa dimostrazione non viene fatta e non è fattibile.

E’ vero che l’idrogeno offre una soluzione razionale di stoccaggio dell’energia prodotta dalle fonti rinnovabili, ma non è una soluzione miracolosa che permetterebbe di salvare il clima senza toccare la vacca sacra della crescita. Gli articoli che affermano il contrario sono scritti da addetti del “capitalismo verde”. In realtà il “piano” del PTB non va oltre ciò che si può leggere nella grande stampa sulle promesse dell’idrogeno. “Red is the new green” da pure l’impressione dell’improvvisazione. Il PTB riesce persino in un tour de force: proporre una “rivoluzione energetica” pianificata omettendo di dire che ciò richiede la socializzazione del settore dell’energia…che è condizione indispensabile della pianificazione!

A discapito del loro ottimismo tecnologico, i tecnocrati del capitalismo verde ammettono che non basta sostituire il petrolio, il carbone e il gas naturale con le rinnovabili: bisogna inoltre aumentare l’efficienza e la sobrietà energetiche. Trattano questi temi come temi tecnici, svuotandoli del loro contenuto sociale e politico. Ma li trattano. Il PTB no. Nel “piano” si trova una piccola frase che indica che i trasporti pubblici (gratuiti) dovrebbero avere la priorità sull’auto individuale e un’altra, ancora più piccola, che dice che i treni ad alta velocità dovrebbero essere favoriti per gli spostamenti a media distanza (un’allusione implicita all’aereo). E basta. In modo generale, l’efficienza e la sobrietà sono assenti dalla “grande rivoluzione dell’idrogeno”. Eppure l’esperienza storica dimostra che la pianificazione non basta a eliminare gli intoppi. Al contrario: una pianificazione burocratica può sperperare ancora di più del capitalismo…

Non chiaro sui TEN

Perché la battaglia contro il produttivismo è così importante oggi? Perché senza restrizioni sulla produzione e sui trasporti il budget del carbonio sarà probabilmente superata a breve termine, il ché significa che la soglia di pericolo del riscaldamento (1,5%) lo sarà ugualmente. I governi capitalisti tenteranno di rassicurarci dicendo che le “tecnologie a emissioni negative” (TEN) consentiranno di raffreddare la Terra nella seconda metà del secolo, togliendo CO2 dall’atmosfera. La storia del capitalismo è costellata da questo tipo di fughe in avanti tecnologiche, ma quella che si prepara con le TEN potrebbe avere conseguenze gravissime. Queste tecnologie, infatti, sono ipotetiche e potrebbero essere pericolose. Nel contesto attuale implicano un’appropriazione generalizzata degli ecosistemi da parte dei mercati.

Soprattutto la situazione è così grave che un “superamento temporaneo” potrebbe bastare a provocare catastrofi definitive, come un innalzamento del livello degli oceani di parecchi metri.

Quel che è imbarazzante è che il PTB… non è chiaro sui TEN. Qualche tempo fa tre suoi membri avevano scritto che “Le nuove tecnologie per captare la CO2 dei gas di combustione o per toglierla dall’atmosfera sono oggi sufficientemente perfezionate per essere applicate” [6]. “Red is the new green” riprende l’idea e la precisa: il testo propone di captare la CO2 liberata da “certi grandi impianti di combustione industriali” per combinarla con l’idrogeno e produrre così metano e metanolo. “Il metano può sostituire il gas naturale e il metanolo può servire come materia prima per l’industria petrochimica. Così creiamo dei circuiti quasi chiusi.” “Circuiti quasi chiusi”? No. Nella misura in cui la CO2 delle combustioni industriali proverrà sempre dai combustibili fossili, l’industria petrochimica e gli impianti a gas continueranno a utilizzare carbone fossile. La produzione di metano e di metanolo sarà allora una valorizzazione del rifiuto CO2, non una sua soppressione.

La sinistra radicale non può permettersi di giocare con degli scenari tecnologici che bypassano la questione della crescita. Non può neppure – è legato – avventurarsi nelle acque fosche del “superamento temporaneo con il raffreddamento ulteriore attraverso le TEN”. Deve invece dire la verità sull’estrema gravità della situazione e rispondervi con rivendicazioni anticapitalistiche, quindi anti-produttivistiche. Solo la verità è rivoluzionaria. La verità è che non c’è soluzione senza produrre meno. La risposta anticapitalista consiste nel condividere di più. Condividere le ricchezze, il lavoro necessario, le risorse. Condividere lo spazio, accogliere le/i migranti. Condividere i mezzi, espropriare il capitale fossile e le banche che lo finanziano.

Condividere le esperienze di lotta e di controllo per imparare a riappropriarsi della decisione politica e della gestione dei territori. Condividere sobriamente i frutti della terra, uscire dall’agro-business per generalizzare una agro-ecologia contadina, di prossimità (è così che bisogna togliere CO2 dall’atmosfera, non fabbricando metanolo). La grande rivoluzione gassosa del PTB lo spinge in un’altra direzione.

1. Amory Lovins, « Reinventing Fire ». Traduzione francese: « Réinventer le feu : Des solutions économiques novatrices pour une nouvelle ère énergétique », distribuito dall’associazione Negawatt.


2. I miraggi dell’efficienza e la necessità di ridurre il consumo energetico sono sviluppati nel documento che Grégoire Wallenborn e io stesso abbiamo redatto per la campagna TamTam: « La transition énergétique sera politique et sociale ou ne sera pas »

3. Il rapporto speciale del GIEC sui 1,5°C segna un avanzamento, ma molto insufficiente, nella presa in considerazione delle scienze sociali.

4. https://fr.redisthenewgreen.be

5. Non è totalmente da escludere che il capitalismo arrivi a una svolta di pianificazione autoritaria – del tipo capitalismo di guerra – per tentare di arginare la minaccia climatica. Bisogna dunque insistere sulla necessità di una “pianificazione democratica”, dire che la decentralizzazione energetica apre delle opportunità formidabili per il controllo da parte delle comunità della produzione rinnovabile, alla base.

6. 9/11/2016, https://ptb.be/articles/cop22-ne-laissez-pas-le-debat-sur-le-climat-aux-…

*Fonte: https://www.gaucheanticapitaliste.org/le-faux-miracle-de-la-revolution-d…
Traduzione di Nadia Demond

 

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