mercoledì, aprile 24

Manifesto per lo sciopero femminista e delle donne* – 14 giugno 2019

0

I collettivi di donne per lo sciopero femminista del prossimo 14 giugno 2019 hanno reso pubblico oggi il manifesto che qui presentiamo in vista dello sciopero delle donne del prossimo 14 giugno (Red)

 

Manifesto per lo sciopero femminista e delle donne* – 14 giugno 2019

Dalle parole allo sciopero

Un po’ ovunque nel mondo assistiamo a un rinnovo dei movimenti femministi: #metoo ha contribuito a liberare la parola delle donne* e, grazie ai social media, ha avuto una eco planetaria. Un esempio: lo straordinario sciopero delle donne* in Spagna l’8 marzo 2018.

Anche in Svizzera, il sessismo, le disuguaglianze e le violenze contro le donne* persistono, malgrado un discorso politicamente corretto sulla parità e malgrado il fatto che la parità sia iscritta nella Costituzione federale dal 1981.

Se le donne vogliono, tutto si ferma!

Nel paese della cosiddetta pace del lavoro, le donne* hanno già fatto uno sciopero che ha mobilitato 500’000 persone! Era il 14 giugno 1991, dieci anni dopo l’entrata in vigore dell’articolo costituzionale sulla parità. Quel giorno, le donne hanno incrociato le braccia: lo sciopero non si è svolto solo sui luoghi di lavoro, ma anche nelle case, dove hanno smesso di fare le pulizie e hanno appeso le loro scope alle finestre; non hanno cucinato e non si sono occupate dei bambini e delle bambine.

Lo sciopero delle donne del 1991 aveva sorpreso tutti e tutte. Un immenso slancio verso la parità aveva scosso il paese: abbiamo ottenuto da allora alcuni risultati concreti, come la Legge federale sulla parità tra uomini e donne, un congedo maternità, lo splitting e i bonus educativi nell’AVS, la soluzione detta dei termini in materia di aborto e misure contro la violenza domestica.

Oggi abbiamo bisogno di un nuovo slancio! Il 22 settembre 2018, 20’000 donne* e uomini solidali hanno manifestato a Berna per la parità e contro le discriminazioni. È stato l’inizio di una mobilitazione che vogliamo portare avanti fino allo sciopero femminista e delle donne* del 14 giugno 2019!

La parità stagna: le donne* si mobilitano!

Noi tutte siamo esposte al sessismo, alle discriminazioni, agli stereotipi e alle violenze, sui luoghi di lavoro, a casa o nelle strade. Ma sappiamo anche che oppressioni specifiche fondate sull’appartenenza di razza, di classe o sull’orientamento sessuale e l’identità di genere si combinano e fanno sì che alcune di noi possono subire diverse discriminazioni. Uno degli obiettivi dello sciopero è fare vivere la solidarietà tra le donne* del mondo intero.

Forti delle nostre diversità, rifiutiamo ogni strumentalizzazione delle nostre lotte, in particolare a fini razzisti. Rivendichiamo il diritto di vivere libere in una società che garantisce uguali diritti a tutte*.

Durante questi ultimi 20 anni, abbiamo assistito all’ascesa di politiche neoliberali: i servizi pubblici sono stati messi sotto pressione, le prestazioni sono state ridotte, settori come quello della salute sono stati sottoposti alla logica di mercato, le condizioni di lavoro e di pensione sono peggiorate. L’economia capitalista vuole massimizzare i profitti a scapito dell’essere umano e dell’equilibrio ecologico. Le donne* sono le prime a subirne le conseguenze in quanto lavoratrici precarie, migranti o madri, spesso uniche responsabili della casa e dei figlie e delle figlie.

Come dicono le islandesi: “Non cambiamo le donne, cambiamo la società!”. La parità non può realizzarsi in un mondo in cui conta solo il denaro, la parità richiede la costruzione di una società in cui ciò che conta è il rispetto e il benessere di ogni essere umano.

Il 14 giugno 2019 sciopereremo sui luoghi di lavoro, nelle nostre case ed occuperemo lo spazio pubblico:

1. Perché siamo stufe delle disparità salariali e delle discriminazioni nel mondo del lavoro.
A causa delle disparità, subiamo di più il precariato, la disoccupazione e la povertà. Svolgiamo la maggior parte dei lavori precari e mal retribuiti, mentre solo poche di noi accedono a posti di responsabilità. Le professioni femminilizzate sono svalorizzate, perché le competenze richieste non sono riconosciute. Vogliamo un salario uguale per un lavoro di valore uguale, vogliamo una revisione della Legge sulla parità che preveda controlli e sanzioni. Vogliamo che il settore dell’economia domestica sia sottoposto alla Legge sul lavoro e vogliamo gli stessi diritti per tutte*, qualunque sia il nostro lavoro.

2. Perché vogliamo delle rendite che permettano di vivere dignitosamente.
Le assicurazioni sociali non prendono in conto i nostri percorsi di vita e non rispondono ai nostri bisogni. Non sono tenuti in conto i rischi e la pesantezza specifici ai mestieri femminili. La disoccupazione, la precarietà e la povertà hanno spesso un volto femminile, in particolare per le donne meno giovani. Ci opponiamo all’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne, perché subiamo diverse discriminazioni durante tutta la nostra vita attiva. Vogliamo assicurazioni sociali, in particolare una previdenza vecchiaia, che tengano conto dei nostri bisogni e della nostra realtà.

3. Perché vogliamo che il lavoro domestico, educativo e di cura, così come il suo carico mentale, siano riconosciuti e condivisi.
Non abbiamo nel nostro DNA il gene del lavoro domestico, ma questo lavoro continua ad essere attribuito principalmente a noi donne. Il carico fisico e mentale che implica tutto questo lavoro non è preso in considerazione. Questo lavoro è svalorizzato al punto da diventare invisibile. Si tratta però di un lavoro indispensabile al funzionamento stesso dell’economia e della società. Permette ai partner, ai figli e alle figlie e alle altre persone care di realizzarsi nella vita. Vogliamo che il tempo di lavoro domestico sia condiviso e che sia riconosciuto in tutte le assicurazioni sociali, in particolare nelle nostre pensioni.

4. Perché ci sfiniamo a lavorare, vogliamo ridurre il tempo di lavoro.
Il tempo di lavoro professionale è stato definito sul modello del padre che lavora a tempo pieno e della madre casalinga. Questo modello, costruito su stereotipi della mascolinità e della femminilità, è ormai superato. Nel diritto del lavoro non vi è praticamente quasi nessuna disposizione per conciliare vita professionale e vita famigliare. Il congedo maternità è stato ottenuto solo nel 2005, dopo anni di lotta. Il sovraccarico di lavoro e lo stress nuocciono alla salute delle persone e all’ambiente. Per uscire dalla trappola del lavoro a tempo parziale, esigiamo una forte riduzione del tempo di lavoro legale. Vogliamo lavorare meno per vivere meglio. Vogliamo più congedi nel corso della vita attiva, per avere il tempo di assumersi le responsabilità famigliari.

5. Perché il lavoro educativo e di cura deve essere una preoccupazione collettiva.
Per far sì che le madri possano proseguire la loro attività professionale, è indispensabile sviluppare l’accoglienza dei bambini e delle bambine. Ma questo non basta: servono anche maggiori strutture per le persone anziane o malate. Invece non solo questi servizi non sono rafforzati, ma le attuali politiche di riduzione delle entrate fiscali, di privatizzazione e di tagli budgetari li rimettono addirittura in discussione! Vogliamo lo sviluppo di servizi pubblici di qualità, in particolare strutture d’accoglienza per i bambini e le bambine e infrastrutture di qualità per la presa a carico delle persone anziane e/o dipendenti.

6. Perché rivendichiamo la libertà delle nostre scelte per quel che riguarda la sessualità e l’identità di genere.
La sessualità femminile è poco conosciuta e disprezzata (lei è una facile, lui un seduttore). L’educazione al consenso è praticamente inesistente. L’eterosessualità è considerata come l’unica norma da seguire ed è all’origine sia del rifiuto di tutte le altre forme di sessualità, in particolare quelle delle persone lesbiche, gay, bisessuali ed anche delle persone trans*, queer e intersessuali (LGBTQI-fobie), sia di disparità in termini di diritti. Ancora oggi, il mondo medico considera le trans-identità come una patologia e continua a compiere mutilazioni genitali sulle persone intersessuali. Vogliamo che le leggi e le istituzioni ci diano gli stessi diritti e doveri che le persone che formano una coppia eterosessuale, che sia in termini di matrimonio, di adozione o di figliazione automatica. Vogliamo un accesso adeguato alle cure, che ci rispetti, che non ci stigmatizzi e che non ci mutili.

7. Perché il nostro corpo ci appartiene, esigiamo di essere rispettate e libere delle nostre scelte.
Rifiutiamo le ingiunzioni onnipresenti in tutto l’arco della nostra vita. Ci sono imposti o proibiti capi di abbigliamento e modi di vestirci. Il potere patriarcale ci sottomette al culto della magrezza e della giovinezza. Il corpo medico è poco formato in ambito di salute sessuale, riproduttiva e di salute generale delle donne, al punto che un attacco cardiaco può essere confuso con una semplice crisi d’ansia. La società continua a normare la maternità e la non-maternità, il nubilato, le relazioni intime. Vogliamo la libera scelta nell’ambito della riproduzione, vogliamo la gratuità e la scelta dei metodi di contraccezione, il diritto a un aborto libero e gratuito e l’accesso gratuito ai trattamenti nel caso di una transizione basata sull’autodeterminazione.

8. Perché rifiutiamo la violenza sessista, omofoba e transfobica, non chiniamo la testa.
In Svizzera, ogni mese due donne muoiono per mano del loro (ex)partner. Nell’arco di una vita, una su cinque subisce violenze fisiche e/o sessuali all’interno di una relazione di coppia. Le aggressioni sessiste, misogine e contro le persone LGBTIQ nello spazio pubblico sono allarmanti. Se il femminicidio è una realtà, è perché gli atti di violenza ordinaria sono banalizzati in tutte le sfere della società. Le molestie sul luogo di lavoro o di formazione, in strada o sui social ci concernono tutte. Non dobbiamo sopportare queste violenze! Esigiamo un piano nazionale di lotta contro le violenze sessiste, che metta in opera la Convenzione d’Istanbul e che preveda le risorse necessarie per garantire la nostra sicurezza e quelle dei nostri figli e delle nostre figlie. Rifiutiamo l’isolamento in cui ci rinchiudono queste violenze e ci organizziamo in modo solidale per difenderci e sostenerci.

9. Perché vogliamo che la vergogna cambi campo.
Non accettiamo l’impunità degli autori di violenze sessiste. Esigiamo programmi di prevenzione precoce nelle scuole e la formazione dell’insieme del personale legato a questo ambito: il corpo medico, la polizia, i servizi sociali, gli/le avvocati/e e i/le giudici. Tutte le donne* vittime di violenza devono essere ascoltate, accolte, rispettate, protette e sostenute. Le molestie in tutte le loro forme e in qualsiasi luogo avvengano, compresi i luoghi di formazione, devono essere combattute politicamente e non soltanto condannate moralmente.

10. Perché quando veniamo da un altro paese, viviamo discriminazioni molteplici.
Se partiamo, è a causa di un’economia mondializzata che ha impoverito i nostri paesi d’origine, a causa delle guerre e della violenza che subiamo. Qui, le nostre formazioni e i nostri diplomi non sono riconosciuti. Per questo siamo spesso confinate alle attività domestiche e ai mestieri di cura. Ci occupiamo dei bambini e delle bambine, delle persone anziane, delle case. Compiti invisibili, non riconosciuti e non valorizzati. In alcuni casi siamo a disposizione dei nostri datori 24 ore su 24, a volte senza statuto legale. Vogliamo un vero e proprio accesso alla giustizia, senza il rischio di essere espulse. Domandiamo che il nostro statuto sia regolarizzato e rivendichiamo una legislazione che ci protegga contro le molteplici forme di discriminazioni che subiamo in quanto donne, migranti e lavoratrici.

11. Perché il diritto d’asilo è un diritto fondamentale, chiediamo il diritto di restare quando le nostre vite sono in pericolo.
Il diritto d’asilo non tiene conto delle violenze specifiche al genere, né nel nostro paese d’origine, né durante il percorso migratorio, né nel paese d’accoglienza. Spesso le violenze che subiamo sono indicibili e, quando sono espresse, non sono ascoltate. Il nostro diritto di soggiorno dipende da quello del nostro marito: una logica inaccettabile. Rivendichiamo il diritto di essere protette nel paese in cui domandiamo asilo, qualunque sia il nostro stato civile, il colore della nostra pelle, la nostra nazionalità, il nostro orientamento sessuale, l’identità di genere o la nostra appartenenza religiosa.

12. Perché la scuola è il riflesso della società patriarcale, rinforza le divisioni e le gerarchie fondate sul sesso.
I percorsi scolastici e professionali dei e delle giovani sono condizionati da valori, norme, regole, modelli proposti dagli istituti scolastici, così come da pratiche, supporti e strumenti pedagogici, contenuti d’insegnamento, manuali scolastici, interazioni ed anche dall’istituzione stessa. Vogliamo che la scuola sia un luogo di emancipazione e di promozione della parità, tramite l’utilizzo di un linguaggio inclusivo, formazioni pedagogiche critiche, modelli femminili e familiari variegati, uno spirito cooperativo e solidale. A questo scopo, vogliamo che il corpo insegnante e l’insieme delle persone che intervengono nell’ambito pre-scolastico, scolastico e para-scolastico siano formati su questi temi.

13. Perché vogliamo corsi di educazione sessuale che parlino del nostro corpo, del piacere e della diversità.
La prevenzione in ambito della salute sessuale, in particolare per quel che riguarda le violenze, le gravidanze non desiderate, le infezioni sessualmente trasmissibili è importate. Ma occorre anche parlare di vita affettiva e sessuale, del corpo, delle sensazioni, del piacere e in particolare del piacere femminile. Per questo chiediamo che questi corsi siano dispensati da persone professioniste specializzate nel campo della salute sessuale e che si aumentino le ore di corso. Chiediamo un’educazione alla diversità sessuale, in cui vi sia spazio per parlare di orientamenti sessuali e identità di genere.

14. Perché gli spazi relazionali devono diventare luoghi di scambio e di rispetto reciproco.
Si devono poter esprimere nel proprio quotidiano nuove modalità di relazioni sociali senza violenza, in cui l’autogestione e la condivisione sostituiscano le pratiche autoritarie e standardizzate della società patriarcale e capitalista. Vogliamo una società in cui il lavoro produttivo sia al servizio degli interessi comuni degli essere umani e non del profitto capitalista, in cui l’equità sociale, l’equilibrio ecologico e la sovranità alimentare siano valori inalienabili.

15. Perché le istituzioni sono state concepite su un modello patriarcale e di classe, all’interno del quale siamo marginalizzate.
Nello spazio pubblico e politico, le discriminazioni di classe, di razza, d’orientamento sessuale, d’identità di genere o legate a un handicap si sovrappongono. Occorre dare maggiore spazio agli ambiti in cui agiamo al quotidiano – dalle associazioni di quartiere alle scuole – all’interno dei processi decisionali legati alle politiche pubbliche. Occorre aprire spazi di negoziazione all’interno stesso di questi territori, in dialogo diretto con le prime interessate. Solo così potremo essere maggiormente rappresentate in politica, nelle istituzioni e nei parlamenti.

16. Perché noi, attrici culturali, siamo troppo spesso poco considerate e riconosciute.
Le pratiche artistiche e culturali, soprattutto quando sono frutto del nostro lavoro, sono troppo spesso considerate come passatempi e non come una professione in piena regola e che merita un’adeguata visibilità e remunerazione. Nel corso di tutta la storia e ancora oggi, siamo state spesso invisibilizzate, mentre il titolo e gli onori dei “grandi artisti” erano riservati esclusivamente agli uomini. Siamo confrontate a tutta una serie di discriminazioni di genere che ci impediscono di accedere ai posti di responsabilità più prestigiosi e meglio remunerati (programmazione, produzione, direzione artistica,…). Esigiamo che le istituzioni culturali e mediatiche modifichino i loro comportamenti quando attribuiscono posti, affidano mandati, conferiscono premi e versano salari. Chiediamo l’istaurazione immediata di un’informazione ampia ed aperta sulle discriminazioni di genere in tutti i luoghi culturali, così come nelle nostre istituzioni pubbliche e scolastiche.

17. Perché viviamo in una società che veicola rappresentazioni stereotipate della “donna”.
Nei media, nei film, nelle produzioni culturali, nei libri, dell’educazione e fin dall’infanzia siamo costrette ad identificarci ad alcuni modelli fissi di donne (bianca, eterosessuale, cis-genere, sexy, materna, emotiva, etc), modelli che al contempo ci stigmatizzano. Il nostro corpo è esposto in permanenza nei luoghi pubblici e secondo codici sessisti (cartelloni pubblicitari, manifesti di spettacoli o di film). L’uso comune di questi stereotipi partecipa alla cultura dello stupro e rafforza la banalizzazione delle violenze di genere. Rivendiamo il diritto a una rappresentazione plurale e positiva che permetta di valorizzarci. Esigiamo che le violenze di genere siano mediatizzate per quel che sono: un fatto sociale che avviene sia nella sfera privata sia in quella pubblica e che tocca la maggior parte di noi.

18. Perché siamo solidali con le donne del mondo intero.
Dappertutto le donne sono vittime di violenze specifiche. Lo stupro è ampiamente utilizzato come arma di guerra. Nei campi per rifugiati/e, anche in Europa, le donne sono esposte a violenze sessiste. L’aborto è ancora proibito in numerosi paesi. Diverse donne sono vittime di “crimini d’onore” che restano spesso impuniti. All’interno di fabbriche spesso di proprietà di multinazionali le donne lavorano in condizioni disumane e per salari da fame, mettendo in pericolo la salute o persino la vita. Sosteniamo con tutti i nostri mezzi una migliore protezione delle donne, siamo parte attiva dei movimenti di lotta delle donne del mondo intero.

19. Perché vogliamo vivere in una società solidale, senza razzismo, senza sessismo, senza omofobia e transfobia.
Queste categorie sono costruite per dividerci e per limitare i nostri diritti. Sia che siamo nate qui, sia che veniamo da altri paesi, siamo discriminate sulla semplice base del colore della nostra pelle, del tipo di capelli, del nome di famiglia, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale. Denunciamo il razzismo strutturale presente in tutte le sfere della società, che ha ripercussioni dirette su di noi a scuola, al lavoro, per strada. Esigiamo misure concrete per lottare contro queste oppressioni specifiche e che siano indagati e forniti dati precisi sugli effetti del razzismo, del sessismo e dell’omofobia in Svizzera. Vogliamo che le nostre differenze siano riconosciute e che la parità sia garantita a tutte*.

Per tutte queste ragioni, e per altre ancora, il 14 giugno 2019 sciopereremo!

* ogni persona che non è un uomo cis-genere (cioè un uomo che si riconosce nel genere che gli è stato assegnato alla nascita)

Share This