mercoledì, aprile 24

“Reddito” a 5 stelle: i poveri al lavoro, le imprese sul divano

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È stato varato il Reddito di Cittadinanza da parte del governo. Una misura che eredita la logica fondamentale delle politiche neoliberali europee, piegandole in chiave autoritaria. L’anticipazione di una nuova forma-Stato. Punitiva verso cittadini e funzionari pubblici, generosa verso le imprese.

Dopo un lunghissimo braccio di ferro dentro la maggioranza il decreto che istituisce il reddito di cittadinanza (RdC) ha ricevuto l’ok del Consiglio dei ministri. È stato già messo in evidenza quanto questa misura agisca sulla colpevolizzazione dei poveri, lasciando inalterati tutti gli elementi che riproducono materialmente la povertà. Ancora pochi hanno mostrato quanto questa riforma è piuttosto l’espressione di una più complessiva trasformazione della forma-Stato, che partendo dallo specifico comparto del welfare annuncia una evoluzione più generale.

Nonostante la definizione di governo del cambiamento, il RdC, una delle principali misure, è in strettissima continuità con le politiche neoliberali del governo Renzi e del Jobs Act, ereditandone la logica fondamentale ma piegandola in chiave autoritaria. I 13 articoli del decreto letti tutto d’un fiato sembrano la più cupa concretizzazione di un futuro distopico fondato sul controllo sociale. Ma come in una macchina del tempo che mescola passato e futuro, la riforma sembra promuovere anche un ritorno all’eredità dell’Inghilterra elisabettiana delle Poor Laws, quando nel pieno dell’accumulazione originaria le leggi di controllo dei poveri servirono a mobilitare la forza lavoro più reticente verso la nascente industria. Diversamente da allora, nell’attuale quarta rivoluzione industriale, non c’è nessuna impetuosa domanda di lavoro da soddisfare. Semmai il RdC sembra più assecondare la divisione internazionale del lavoro e la crescita nel nostro paese soprattutto degli occupati nei settori poco qualificati e a bassi salari.

Il RdC non è un dispositivo di reddito di base incompleto, parziale o insoddisfacente, come anche qualcuno a sinistra ingenuamente sostiene. È solo una pessima misura. Lo si può affermare senza imbarazzo, soprattutto se si è a favore di un reddito di autodeterminazione come richiesto nelle piazze femministe di Non Una di Meno.

Dire workfare non significa necessariamente redistribuzione

Il RdC è riconosciuto alle famiglie (compreso gli individui che fanno nucleo a sé) con cittadinanza italiana (o dell’UE) o residenti nel paese da almeno dieci anni, con un reddito da lavoro non superiore a 9.360 euro annui per chi vive in affitto, ammontare che si riduce a 6.000 euro per chi ha una casa di proprietà. Tuttavia, la verifica dei mezzi sarà effettuata mediante l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) e oltre ai redditi da lavoro si terrà conto di altri parametri economici, quali il patrimonio immobiliare o i risparmi bancari ed altri patrimoni mobiliari, commisurati per la numerosità del nucleo.

L’assegno partirà da 500 euro al mese, incrementato di 280 euro come contributo all’affitto per un povero singolo non proprietario di casa (che diventa 650 euro per chi sta scontando un mutuo per l’acquisto) fino a un massimo di 1.330 euro per un nucleo composto da tre adulti e due minorenni. Ma si tratta pur sempre di un’integrazione al reddito delle famiglie e non di un trasferimento in cifra fissa. Secondo il governo il benefit medio sarà pari a 500 euro mensili, mentre Svimez ha recentemente bocciato le stime governative, chiarendo che il trasferimento medio sarà invece di 391 euro, poco superiore a quello del REI (media di 290 euro mensili secondo l’INPS).

Le risorse saranno trasferite ogni 30 giorni su una carta da cui potranno essere prelevati cash solo 100 euro al mese, mentre il resto delle transazioni avverranno digitalmente. Entro tre mesi il Ministero del Lavoro stabilirà le modalità del monitoraggio delle spese effettuate con la carta, nonché le eventuali penalizzazioni qualora il beneficiario non spenda interamente il sussidio nel mese in corso, mettendo di fatto fuori legge l’eventuale e improbabile risparmio data l’esiguità dell’assegno medio.

La misura (inclusa la pensione di cittadinanza) costerà fino a 5,95 miliardi di euro quest’anno, 7,54 miliardi nel 2020, 7,78 nel 2021 e 7,63 nel 2022. Secondo le stime ufficiali il sostegno andrà a 1,4 milioni di famiglie circa, pari a 4,6 milioni di individui poveri. Almeno un terzo di queste persone sono working poor: precari che alternano momenti di disoccupazione, lavoretti (i “lavori del cavolo” come li chiama David Graeber), part time involontario con la certezza solo di spuntare un salario da fame. Gli ultimi dati Istat segnalano che nel 2017 le famiglie in povertà assoluta erano 1,7 milioni, ovvero 5,58 milioni di individui. La misura non riesce neppure a coprire interamente la platea dei poveri assoluti, mentre è lontanissima dalla possibilità di alleviare le condizioni di vita dei poveri relativi, che nello stesso anno sono saliti a 9 milioni 386mila individui (15,6% del totale degli individui).

Comunque, il dato ancora più preoccupante non è la limitata copertura. Sin dalla sua nascita il M5S aveva annunciato il più grande piano anti-povertà della storia. Ricordate? Anche se le risorse sono ben al di sotto di quelle promesse in campagna elettorale, resta il fatto che i 7 miliardi che mediamente saranno spesi nel quadriennio avranno un irrilevante effetto redistributivo a favore dei poveri.

Gli indicatori macroeconomici mostrano un peggioramento del ciclo in Italia e in Europa connesso a un rallentamento delle previsioni di crescita e dell’occupazione. La manovra appena varata dai gialloverdi, nei suoi effetti complessivi, asseconderà una redistribuzione verso l’alto. In questo quadro le disuguaglianze aumenteranno e la soglia di povertà non potrà che salire rispetto al limite di 780 euro mensili fissato nel decreto. Il trasferimento del modesto assegno medio si trasformerà in una “trappola della povertà” per molte famiglie beneficiarie. A ciò si aggiunge che una quota rilevante di risorse del RdC non andranno ai poveri bensì ai privati sotto forma di incentivi, rendendo di fatto impossibile anche solo la copertura prevista.

Avevano dichiarato di voler eliminare la povertà, nella realtà ridurranno solo gli spazi di autodeterminazione e di libertà dei poveri.

I cerchi dell’inferno

È stato già rilevato quanto questa misura, così fortemente incardinata nel paradigma delle politiche attive del lavoro, abbia smarrito i lineamenti di un intervento di protezione sociale. La multidimensionalità della deprivazione materiale, persino l’origine sfaccettata della miseria, è stata sostanzialmente ridotta a un intervento che obbliga i poveri a lavorare (ignorando che già spesso lo fanno), facendo ampiamente leva sullo stigma e sui meccanismi di colpevolizzazione della disoccupazione e della povertà.

L’analisi dei dispositivi di attivazione dei beneficiari mostra come la “misura universale” riproduca una nuova tecnica amministrativa di segmentazione dei poveri. Fondata, proprio come nella Poor Law ottocentesca, sulla distinzione tra gli able-bodied e i non abili al lavoro. Qualcosa che, per la perversione delle azioni richieste, allude alla costruzione di tre differenti cerchi danteschi.

Il primo cerchio è composto dalla forza lavoro povera da immettere nel mercato. Si tratta di persone con meno di 26 anni, disoccupati da non oltre due o beneficiari di Naspi, che presentano una più alta probabilità di essere reimpiegati. Su questi si concentrerà il massimo delle regole workfaristiche di condizionalità per chi non vorrà perdere l’assegno. Dovranno presentarsi ai centri per l’impiego regolarmente rispettando l’agenda di impegni, accettando progetti formativi e una proposta di lavoro su tre (dopo 18 mesi, al rinnovo della richiesta, si accetta solo la prima offerta). La “congruità dell’offerta di lavoro” sarà proporzionata alla durata del beneficio. Entro i primi dodici mesi sarà congrua un’offerta entro 100 km dalla residenza (o raggiungibile in cento minuti con trasporto pubblico) se prima offerta, 250 km se seconda, ovunque nel territorio italiano se terza. Scaduto l’anno, invece, sarà congrua un’offerta entro 250 km nel caso della prima e della seconda, senza limiti nel caso dell’ultima offerta. Si tratta senza mezzi termini di una mobilità coatta di forza lavoro, che quasi non tiene conto del fatto che, ancora secondo i criteri della “congrua offerta” derivati dalle regole europee, il salario dovrà essere non oltre il 20% in meno dell’ultimo percepito. Per cui i centri per l’impiego si troveranno ad offrire anche lavori a 600 euro al mese ma a una distanza irragionevole, imponendo la divisione dei nuclei familiari e obbligando in qualche caso a un doppio affitto che non potrà essere oggettivamente sostenuto dalle famiglie povere.

Gli altri beneficiari dovranno rivolgersi agli uffici comunali, non prima di aver rilasciato la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare presso i centri per l’impiego, che identificheranno un nuovo cerchio-intermedio composto da coloro con altri bisogni lavorativi ma con una più bassa probabilità di essere ri-collocati. La parte residuale, l’ultimo cerchio, sarà quella dei non able-bodied: disoccupati di lungo periodo, tossicodipendenti, persone con disturbi mentali, tutti coloro che questa tecnica di governo relegherà tra i devianti o probabili soggetti improduttivi.

Ad esclusione dei minori, delle persone con handicap e (verosimilmente) delle donne con obblighi di cura, tutti i beneficiari renderanno 8 ore di lavoro gratuito presso i comuni, che entro luglio dovranno elencare le opportunità. La guerra al “divano”, all’ozio, agli “scrocconi del welfare” è così ideologicamente sfuggita di mano, tanto da far diventare lo Stato uno dei più pesanti erogatori di lavoro gratuito, continuando l’impegno del precedente governo con alternanza scuola-lavoro. Se la platea dei lavoratori gratuiti beneficiari del RdC sarà composta anche solo da 2 milioni di persone e applicando un mancato guadagno di 8 euro l’ora per almeno 12 mesi, il lavoro gratuito generato avrà un valore economico nell’ordine di 1,6 miliardi di euro. Un quarto circa del costo medio annuo della misura, un risparmio della spesa pubblica per salari scaricato interamente sui segmenti sociali più vulnerabili.

Sorvegliare e punire

I centri per l’impiego svolgeranno una funzione centrale e una nuova burocrazia avrà come mission il controllo amministrativo dei requisiti, la gestione delle offerte di lavoro, la valutazione dei beneficiari, le sanzioni e la sorveglianza delle condotte, compresa quella dei consumi.

Queste attività saranno svolte con l’ausilio di due piattaforme digitali per la gestione dei Patti per il Lavoro e per l’Inclusione sociale. Il decreto affida un ruolo strategico all’interoperabilità delle banche dati e agli algoritmi di incrocio dei dati sul mercato del lavoro. Il nuovo presidente dell’Anpal, Domenico Parisi, è stato chiamato da Di Maio per importare in Italia il “Mississippi Works System”, un sistema centralizzato di matching dei dati domanda-offerta di lavoro. Nonostante l’immaginario creato su questo nuovo “salvatore della patria” ritornato dagli Usa, stupisce che nessuna inchiesta giornalistica abbia rilevato che il Missisipi abbia una popolazione (2,9 milioni di abitanti) pari a quella di Roma e il principale settore produttivo sia l’agricoltura con il 29% della forza lavoro impiegata.

Un algoritmo ovviamente non creerà milioni di posti di lavoro, ma attraverso le piattaforme e le tecniche di profilazione degli utenti il “governo degli algoritmi” sicuramente condizionerà gli operatori dei centri per l’impiego e determinerà le vite dei beneficiari. Le migliaia di operatori e i navigator costituiranno un nuovo esercito di burocrati che potranno dire «quando ti ho proposto questa offerta di lavoro, eseguivo gli ordini», «mi spiace, il mio lavoro è governato dalla piattaforma».

A cambiare non saranno solo i job center ma lo statuto dei funzionari pubblici, che subirà una trasformazione radicale. Saranno loro a comunicare alle piattaforme e all’autorità giudiziaria «le informazioni suscettibili di dar luogo a sanzioni», decidendo la decadenza del beneficio e promuovendo pesanti procedimenti penali. Uno degli aspetti più problematici riguarda il compito di segnalazione alle piattaforme dei beneficiari che dimostrano anomalie nei consumi e nei comportamenti rispetto ai requisiti economici, reddituali e patrimoniali dichiarati.

Non sfugge certo che il Jobs Act già predisponeva una attività sanzionatoria ma sono stati pochissimi i casi di disoccupati sanzionati con la revoca della NASpI perché gli operatori, pochi rispetto al bacino degli utenti, non applicavano la normativa. Adesso, invece, il decreto stabilisce delle sanzioni disciplinari e contabili per gli operatori che disertano le funzioni da poliziotti del workfare, obbligandoli a denunciare i beneficiari inadempienti. Si tratta di dispositivi assai più rigidi di quelli già in uso nei Jobcentre inglesi e tedeschi, e tutto questo accade nel silenzio assordante dei sindacati confederali e del pubblico impiego.

Stato centrale e industria precaria della ricollocazione

Il governo di questa misura non prevede solo un inasprimento delle funzioni di sorveglianza per i funzionari pubblici. Questo è accompagnato da un forte processo di accentramento delle funzioni presso il Ministero del Lavoro, malgrado il risultato del referendum costituzionale del 2016. Pur avendo le Regioni la gestione diretta dei centri per l’impiego, il loro ruolo nell’applicazione del RdC sarà marginale. Questo accentramento delle funzioni non ha nulla a che vedere con un ritorno al mito dello Stato-centrale. Quello che caratterizza tale processo è semmai la combinazione tra accentramento delle funzioni e ricorso al mercato.

Ricordate quando i giallo-verdi dicevano di essere contro l’Europa di Maastricht e della Commissione? Nella realtà questo decreto recepisce quanto già sperimentato con il programma europeo Garanzia Giovani e dal Jobs Act, confermando il legame con il paradigma neoliberale dell’Active Labour Market Policy (Almp) avallato dalle istituzioni europee negli ultimi venti anni.

Proprio l’attuazione del programma Garanzia Giovani e dell’Assegno di Ricollocazione (istituito dal Jobs Act, in vigore fino al 31 dicembre 2021 ed allargato a tutti i beneficiari del RdC), nonostante gli scarsi risultati, hanno costituito due importanti laboratori istituzionali di sperimentazione delle politiche attive degli ultimi anni. È su questo modello di ri-centralizzazione delle politiche e delle risorse, di incentivi alle imprese e di coesistenza regolata tra servizi pubblici e privati, che si è strutturata una vera e propria industria della ricollocazione. Mentre sul necessario rafforzamento dei servizi pubblici per l’impiego si è concentrato il dibattito degli ultimi mesi, poco o nulla si è detto sull’ingente flusso di risorse che saranno distribuite in vario modo ai privati. Chi crede che questo sia il risultato della dialettica tra Lega e M5S temiamo non comprenda i veri obiettivi della misura. L’industria della ricollocazione è un comparto strategico che ha un mercato nazionale di riferimento composto da imprese e dalle loro associazioni, agenzie per il lavoro e associazioni nazionali di categoria (AssoLavoro), enti di formazione, centri di assistenza fiscale e società in house della P.A.

Nell’articolo dedicato agli incentivi il decreto riconosce uno sgravio contributivo alle imprese, che va da un minimo di 5 ad un massimo di 18 mensilità, in caso di attivazione di un contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti” (mai in discussione per il Ministro Di Maio, paladino della guerra al precariato) per almeno due anni. Tenendo conto della platea del RdC è facile intuire che un buon numero di beneficiari sarà difficilmente ricollocabile e di conseguenza poco appetibile per il nostro insaziabile sistema imprenditoriale.

Per questo le associazioni di categorie delle imprese, le agenzie per il lavoro e gli enti di formazione lavoreranno in stretta sinergia per attuare meccanismi di selezione del bacino dei beneficiari.

Per intascare subito le 18 mensilità le aziende potrebbero spartirsi i lavoratori più facili da collocare, magari neodiplomati o neolaureati. Le associazioni datoriali potrebbero attivare accordi con il Ministero del Lavoro per realizzare, nel primo periodo di applicazione del RdC, assunzioni massive di beneficiari non appena riceveranno la prima mensilità di reddito, cosa per altro già annunciata dal premier Conte.

I datori di lavoro disporranno di sgravi contributivi fino a 14.040 euro, se si considera l’importo massimo di 780 euro al mese. Siamo ben oltre gli 8.060 euro di esoneri contributivi e previdenziali previsti dal governo Renzi e collegati al Jobs Act, iniezioni che generarono nel primo biennio la nota bolla occupazionale. Nella fase attuale, dato il quadro macroeconomico, è facile attendersi che gli incentivi andranno a consolidare la domanda di lavoro nei settori meno qualificati e a bassa retribuzione, cosa ben diversa dal nuovo “boom economico” e dalla primavera occupazionale annunciata dal Ministro del Lavoro.

Gli enti di formazione oltre ad accaparrarsi le risorse del Fondo Sociale Europeo e dei Fondi interprofessionali gestiti da imprese e sindacati, si adopereranno a stipulare Patti di Formazione con i centri per l’impiego. Qualora il corso dovesse generare un occupato, il decreto prevede sgravi contributivi da dividere con i datori di lavoro.

Se le imprese massimizzeranno gli sgravi con la selezione dei beneficiari maggiormente ricollocabili, il rischio che si intravede è che lo stanziamento per il 2019 si rivelerà insufficiente a coprire le domande dei poveri. È persino lecito supporre che, data la consapevolezza sulla limitatezza delle risorse, il governo sta conducendo questa violenta campagna comunicativa sugli aspetti punitivi anche per creare paura nel sistema di workfare “infernale”, con l’obiettivo, chissà quanto consapevole, di demotivare i potenziali beneficiari a presentare la domanda agendo sul mancato take-up della misura, come accade in Inghilterra o in Germania o nel caso del TANF americano ben conosciuto proprio dal neopresidente Anpal.

L’altro volto dell’industria della ricollocazione è la filiera della precarietà degli operatori che dovrebbero ricollocare i poveri-disoccupati. Anpal Servizi, una società̀ per azioni totalmente pubblica, braccio operativo di Anpal (istituita dal Jobs Act), diventerà lo snodo chiave nell’organizzazione dei servizi e della gestione della misura. Con uno stanziamento di mezzo miliardo di euro nel triennio questa società sarà il driver nazionale per l’avvio del RdC. Un contenitore dotato di maggiore tempestività nella selezione del personale, che può accedere a procedure snelle rispetto ai concorsi pubblici che dovranno esser organizzati dalle Regioni nei prossimi anni.

Anpal Servizi, con 654 precari (60%) su 1.200 addetti, dovrà assumere con contratti di collaborazione dai 6 ai 10 mila navigator. La nuova figura professionale che si occuperà di orientare i beneficiari della misura. Il salario dei navigator, secondo il Ministro del Lavoro, prevederà dei bonus in base al numero di poveri che saranno ricollocati. Mentre per la stabilizzazione dei vecchi precari è stato stanziato soltanto un milione di euro a partire dal 2019. Considerato che nei centri per l’impiego sono ancora centinaia i precari, così come nei Caf e nelle agenzie private per il lavoro, i servizi per il RdC graveranno quasi interamente sul personale temporaneo.

Una partita tutta ancora da giocare

Nelle ultime settimane i centri per l’impiego sono stati invasi da poveri che hanno cominciato a registrarsi formulando la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, allo scopo di farsi trovare pronti al varo del RdC. Siamo sicuri però che molto presto disoccupati, precari, sottooccupati, poveri, si renderanno conto dell’imbroglio. Volevano un reddito di base, si troveranno un sistema di controllo maniacale e dovranno pure dividersi le risorse con le imprese.

Nello stesso periodo i precari dell’industria della ricollocazione, quelli di Anpal Servizi in primo luogo, sono in mobilitazione. Lottano per il loro lavoro, ma iniziano a svolgere anche una critica ai contenuti del dispositivo che istituisce il reddito. Lottano per non diventare i poliziotti del workfare.

Ora che è stata approvata la riforma di questo governo, nel momento in cui l’ambiguità dei populisti contro l’austerity e le istituzioni europee vacilla e fa acqua da tutte le parti, proprio in questo momento, si riapre la possibilità di una lotta tutta da combattere per un reddito di base che dovrà assicurare margini di autonomia, ridando potere alle persone. Assicurare la possibilità di sottrarsi dai lavori di merda, piuttosto che essere condizionati ad accettare occupazioni che ti condannano ad una povertà permanente. Scegliere i propri impieghi. Liberarsi dalla famiglia o dalle violenze patriarcali dei mariti.

Abbiamo già una prima occasione per rimetterci in cammino. L’8 marzo, pochi giorni prima del varo della misura, le femministe di Non Una di Meno hanno proclamato uno sciopero generale. Sarà la prima occasione per chiedere in massa un reale reddito di autodeterminazione.

 

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