domenica, agosto 18

Cosa significa fascismo nel Ventunesimo secolo?

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Il postfascismo è un fenomeno globale non omogeneo, privo della dimensione sovversiva dei suoi antenati: non vuole sopprimere il parlamentarismo ma cerca di distruggere la democrazia dall’interno. Per contrastarlo bisogna uscire dal “regime di storicità” neoliberale. Un’intervista a Enzo Traverso.

La lista dei paesi che sono caduti nell’ombra dell’estrema destra si sta allungando: Francia, Italia, Ungheria, Polonia, Austria e adesso anche Spagna e Germania, un tempo su posizioni politiche differenti. Il trionfo di Bolsonaro in Brasile e la presidenza di Trump negli Stati Uniti ha aperto un dibattito su scala planetaria su quello che una volta sembrava un fenomeno soltanto europeo.

Il dibattito torna inevitabilmente sulla questione del fascismo. Come spiegare quei movimenti di estrema destra che evocano la memoria del fascismo ma emergono in un contesto storico radicalmente diverso e parlano un linguaggio differente dal “sangue e suolo” del XX secolo? In I nuovi volti del fascismo (Ombre Corte, 2017) lo storico Enzo Traverso punta la sua attenzione su questo bersaglio in movimento. Il risultato è riassumibile nella formula di “postfascismo”, ossia il tentativo di formulare una risposta che spieghi le continuità e le discontinuità storiche tra il fascismo classico e una destra radicale che in qualche modo al fascismo assomiglia.

Nicolas Allen e Martin Cortés in un intervista con Traverso discutono di come la destra radicale si stia reiventando e come la sinistra, da parte sua, debba reinventare se stessa per non rimanere indietro.

Il dibattito contemporaneo sul fascismo e il populismo spesso rimane impantanato nella semantica. In I nuovi volti del fascismo adotti un approccio differente. Sei più interessato a come queste parole sono usate nel discorso pubblico e a quel che possono rivelarci a proposito degli “usi pubblici della storia”. Ci puoi dire qualcosa, genericamente, sulle fonti di ispirazione del tuo libro?

Le interpretazioni del passato non possono separarsi dal loro uso pubblico nel presente. Sono interessato a concettualizzare il fascismo, ma questo sforzo non è solo storiografico e non è politicamente “neutrale”. Per esempio, distinguo tra fascismo e populismo: il primo porta alla distruzione della democrazia; il secondo è uno stile politico che può prendere direzioni differenti, a volte opposte, ma che di solito rimane interno alla cornice democratica.

Non sono certo su come analizzare la nozione di fascismo oggi. Spesso è abusata. In genere, la minaccia di un ritorno del fascismo è stata una preoccupazione della sinistra. Oggi questa minaccia è diventata un refrain delle élite minacciate dal populismo di destra e dal postfascismo (penso a Madeleine Albright e a Robert Kagan negli Stati Uniti o a Matteo Renzi in Italia).

Ma il tipo di fronte unico “antifascista” che le élite tradizionali propongono nasconde le loro stesse responsabilità nell’aver creato le condizioni che permettono alla nuova destra radicale di emergere e diffondersi dall’Europa dell’est a quella occidentale, dagli Stati Uniti al Brasile.

L’ispirazione generale del mio libro è racchiusa in una domanda: che cosa significa fascismo nel Ventunesimo secolo? Possiamo considerare l’ascesa della nuova destra su scala globale come un ritorno del fascismo classico degli anni Trenta del Novecento, o è piuttosto un fenomeno nuovo? Come definirlo e come contrastarlo?

Sulla base del titolo della tua opera si potrebbe pensare che il soggetto sia il neofascismo. Invece sostieni che la deriva destroide delle politiche europee sia un fenomeno “postfascista”, collegato ma al tempo stesso distante dal fascismo classico. Potresti brevemente spiegarci perché questa differenza è importante?

Il neofascismo – i movimenti che rivendicano l’affiliazione al fascismo classico – è un fenomeno marginale. Alla base del successo della nuova destra radicale c’è il fatto di ritrarre sé stessi come qualcosa di nuovo, sia nel caso in cui non abbiano origini fasciste (Trump, Salvini), sia nei casi in cui abbiano rotto in maniera decisiva con il proprio passato (Marine Le Pen, che ha bandito suo padre dal Fronte Nazionale).

La nuova destra è nazionalista, razzista e xenofoba. In gran parte dei paesi dell’Europa occidentale, almeno laddove la destra radicale sta al potere o si sta rafforzando, adotta una retorica democratica e repubblicana. Ha cambiato il suo linguaggio, la sua ideologia e il suo stile. In altre parole ha abbandonato le vecchie abitudini fasciste ma non è ancora diventata una cosa differente. Non è ancora un normale componente dei nostri sistemi politici.

Da un lato la nuova estrema destra non è più fascista, dall’altro non possiamo definirla senza un confronto col fascismo. La nuova destra è un ibrido che potrebbe tornare al fascismo o trasformarsi in una nuova forma di democrazia conservatrice, autoritaria e populista. Il concetto di postfascismo cerca di fotografare questo scenario. Oggi è impossibile predire la sua evoluzione futura. Al riguardo è importante il confronto con il periodo tra le due guerre mondiali del XX secolo: in entrambi i casi registriamo un’assenza nell’ordine internazionale. Il caos dopo la Grande guerra era il risultato di un collasso del cosiddetto “concerto europeo” – ossia il liberalismo classico del XIX secolo – mentre oggi è una conseguenza della fine della Guerra fredda. Fascismo e postfascismo nascono entrambi da questa situazione caotica e fluttuante.

Tu proponi come esempio da manuale di postfascismo il Front National francese. L’ascesa di Vox in Spagna o di Salvini in Italia ti porta a rimodellare le differenze della definizione di base del postfascismo o ritieni che nel complesso queste forze confermino il tuo disegno concettuale?

Il successo dell’estrema destra in Francia, Italia, Ungheria, Austria, Polonia – e più di recente in Spagna e Germania, due paesi che in genere erano considerati come eccezioni – rafforza una tendenza generale. Il Front National francese è stato un precursore. Tutto questo apre una questione drammatica sul futuro dell’Unione Europea. Non penso che l’Unione Europea possa sopravvivere se questi movimenti postfascisti vinceranno le prossime elezioni europee di primavera, sia nell’Europa occidentale che Centrale. Non scomparirà probabilmente da un giorno all’altro ma il collasso dell’Unione Europea diventerebbe inevitabile nel medio termine.

L’ascesa di questi movimenti “eurofobici”, reazionari e nazionalisti, è tuttavia un prodotto delle politiche realizzate da più di vent’anni dalla Commissione europea. L’Unione Europea è diventata uno strumento del capitalismo finanziario che ha imposto le proprie regole a tutti i suoi governi attraverso una struttura legale stringente, realizzata attraverso un complesso sistema di leggi talvolta iscritto nelle costituzioni.

La conquista più spettacolare delle élite neoliberali è stata trasformare il proprio fallimento sociale – nel 2008 erano state salvate dagli stati – in una crisi finanziaria degli stati stessi, che a quanto pare avrebbero speso soldi oltre i propri mezzi e dovrebbero ora trasformarsi in istituzioni redditizie e competitive. Dopo due Presidenti della Commissione europea come Barroso (oggi consulente di Goldman Sachs) e Junker (ex Primo ministro di un paradiso fiscale come il Lussemburgo); dopo la crisi greca e i dieci anni di politiche di austerità su scala continentale, non stupisce l’ascesa di leader populisti di destra come Matteo Salvini e Viktor Orbán: «Il sonno della ragione genera mostri».

Non possiamo lottare con efficacia contro il postfascismo difendendo l’Unione Europea. È solo cambiando l’Unione Europea che possiamo sconfiggere il nazionalismo e il populismo di destra.

Molte delle tue analisi si riferiscono alla Francia. Là sembra che si possa interpretare la nuova estrema destra come una forma di ritorno del rimosso: questa normalizzazione del Front National è un processo che rende esplicita la storia coloniale e autoritaria alla base della Quinta Repubblica. È così? E questa analisi si potrebbe estendere ad altri paesi che lottano contro l’estremismo di destra?

In Europa l’ondata xenofoba e razzista diretta contro gli immigrati asiatici e africani inevitabilmente assume tinte neocoloniali. Gli immigrati musulmani e i rifugiati, che ne sono il bersaglio, arrivano dalle ex colonie europee. Questo è un “ritorno del rimosso” che rivela una consistente persistenza di un inconscio coloniale europeo. Ma la vecchia retorica coloniale e fascista è stata abbandonata.

Il Front National non è più un movimento di nostalgici dell’Algeria francese. Si raccontano come difensori dell’identità nazionale francese minacciata dalla globalizzazione, dall’immigrazione di massa e dal fondamentalismo islamico. Questo atteggiamento neocoloniale può includere forme repubblicane e “progressiste”: da un lato vogliono preservare le radici cristiane della Francia e dell’Europa contro l’invasione islamica; dall’altro pretendono di difendere i diritti umani (a volte anche di donne e gay) contro l’oscurantismo islamico.

Queste tesi sono molto popolari nei media francesi, ben oltre le fila del Front National: molti intellettuali che non vogliono essere associati a Marine Le Pen sono diventati di fatto suoi alleati, come ad esempio Alain Finkielkraut, che di recente è entrato a far parte dell’Accademia francese. Dopo l’attacco terroristico del 2015 François Hollande e il suo Primo Ministro Manuel Valls hanno adottato politiche suggerite dal Front National: stato di eccezione, coprifuoco, espulsioni di massa di immigrati privi di documenti. Hanno anche provato ad adottare il principio di togliere la cittadinanza ai terroristi con doppio passaporto (ad esempio, cittadini francesi con origini nordafricane).

Ritieni di poter dar credito a termini come “microfascismo” o ad altri concetti che considerano il fascismo una dinamica transtorica interna al capitalismo?

“Microfascismo” sembra una definizione inappropriata dal momento che ci troviamo di fronte un fenomeno globale. Dato che una democrazia autentica ha bisogno di eguaglianza sociale, possiamo dire che, soprattutto nell’età neoliberista, il capitalismo sia finalizzato alla “distruzione” della democrazia, come Wendy Brown ha ben spiegato. Si tratta di una tendenza generale del capitalismo, non di una sua forma patologica o degenerata.

Già dalla prima metà del XIX secolo un pensatore del liberalismo classico come Tocqueville capì che lo sviluppo del capitalismo minacciava quelle che considerava le “affinità elettive” tra società di mercato e democrazia. Tale visione di un’identità tra capitalismo e democrazia divenne un mito nella seconda metà del Ventesimo secolo, nell’età del welfare state.

In effetti questa “umanizzazione” del capitalismo era una conseguenza della Rivoluzione d’Ottobre. Dopo il collasso del socialismo reale e la fine della decolonizzazione, il capitalismo ha riscoperto la sua natura “selvaggia”. Le ineguaglianze sociali sono esplose su scala globale e la democrazia è stata svuotata di contenuto.

Il fascismo ha certamente un carattere “transtorico” – pensiamo alle dittature militari in America Latina negli anni Sessanta e Settanta del Novecento – e non può essere slegato dal capitalismo, che ne era una premessa. Si può interpretare il fascismo come il risultato di una crisi globale del capitalismo ma questo non significa che ne sia l’esito inevitabile. Negli Stati Uniti il risultato della crisi del capitalismo non è stato il fascismo ma il New Deal. Il fascismo appartiene a un tempo storico – il Ventesimo secolo – durante il quale distrusse la democrazia. Oggi il postfascismo ha perso la dimensione sovversiva dei suoi antenati: non vuole sopprimere il parlamentarismo o i diritti individuali, piuttosto cerca di distruggere la democrazia dall’interno.

Scrivi a proposito della “rottura del tabù” del “diritto di parola” di fascisti e estremisti di destra. Tu ammetti anche che l’estrema destra europea abbia ottenuto una qualche legittimazione riempiendo il vuoto lasciato dalla sinistra in seguito alla crisi dei partiti socialdemocratici. Tuttavia fai un’analisi più profonda che affronta ciò che chiami “regime di storicità”. Può spiegare meglio la connessione che tratteggi tra le nostre “democrazie prive di memoria” e l’ascesa dell’estrema destra?

Il postfascismo è un fenomeno globale che non ha caratteristiche monolitiche o omogenee. Il suo esplosivo cocktail di nazionalismo, xenofobia, razzismo, comando carismatico, “identitarismo” reazionario, assieme alle politiche regressive antiglobalizzazione, può prendere forme diverse.

Ad esempio, la forma radicale di neoliberismo sostenuta da Bolsonaro è sconosciuta in Europa, dove il postfascismo è alimentato dalla rabbia e dal malcontento nei confronti delle politiche neoliberiste dell’Unione Europea. Da questo punto di vista mi sembra che una premessa fondamentale per l’ascesa del postfascismo stia nell’assenza di alternative di sinistra al neoliberismo. Sia il comunismo che la socialdemocrazia, modelli egemonici della sinistra del Ventesimo secolo, sono falliti: il socialismo reale è collassato, paralizzato dalle sue stesse contraddizioni, e la socialdemocrazia – lo strumento per umanizzare il capitalismo durante la Guerra fredda – ha esaurito il suo ruolo storico quando il capitalismo è diventato neoliberale. Il socialismo deve reinventarsi.

Nella competizione tra sinistra e destra per reinventare se stesse, il postfascismo è avanti di una misura. Ma a differenza dei suoi antenati, che erano sostenuti dalle classi dominanti dell’Europa continentale negli anni Trenta del Novecento, il postfascismo non è ancora diventato l’opzione principale delle élite neoliberali. Lo potrebbe diventare in seguito a una crisi generale del capitalismo o all’improvviso collasso dell’Unione europea. La paura del bolscevismo, all’origine del fascismo negli anni tra le due Guerre mondiali, non esiste più.

Nel mio libro parlo di un “regime di storicità” neoliberale, i cui orizzonti sono vincolati al presente. Questo è un handicap sia per i movimenti di destra che per quelli di sinistra. Il postfascismo non ha gli orizzonti utopici dei suoi antenati. Non tenta di conquistare l’immaginazione collettiva col mito di un “Uomo nuovo”, del “Reich millenario” e di una nuova civiltà. La logica del postfascismo è piuttosto quella di un “pessimismo culturale”: la difesa dei valori tradizionali e delle identità nazionali “minacciate”; la rivendicazione della sovranità nazionale contro la globalizzazione e la ricerca del capro espiatorio negli immigrati, nei rifugiati e nei musulmani.

Il libro riguarda soprattutto l’Europa. Anche la tua breve trattazione delle politiche statunitensi rifiuta in gran parte l’idea che si possa comprendere Trump attraverso un’ottica fascista. Pensi che possa esserci un più ampio campo di applicazione per il “regime di storicità” che hai descritto? La vittoria di Bolsonaro in Brasile non ci porta forse a considerare il fenomeno del postfascismo su scala globale?

Come molti osservatori hanno messo in evidenza, Trump ostenta tipici tratti fascisti: leadership autoritaria e carismatica, disprezzo per la democrazia, livore verso la legge, esibizione di forza, derisione verso i diritti umani, razzismo esplicito, misoginia, omofobia. Ma non c’è un movimento fascista dietro di lui. È stato eletto come candidato del Partito Repubblicano, che è un pilastro dell’establishment della politica degli Stati Uniti. Questa situazione paradossale non può diventare permanente senza mettere in questione la struttura democratica degli Stati Uniti.

Un dilemma simile, in forma anche più drammatica e impressionante, è in ballo in Brasile dopo l’elezione di Bolsonaro. Che è anche più radicale dei suoi omologhi statunitensi o europei: mentre Marine Le Pen ha rotto con l’antisemitismo del padre e ha adottato una retorica democratica, Bolsonaro fa apologia della tortura e della dittatura militare. Mentre Marine Le Pen e Salvini vogliono ripristinare le politiche protezioniste, Bolsonaro è un fanatico neoliberista.

Ma dietro di lui non c’è Petrobras, il pilastro del capitalismo brasiliano. Come evidenziato da molti analisti brasiliani, dietro Bolsonaro ci sono tre potenti forze conservatrici: “balas, bois e biblia”, ossia l’esercito, i proprietari terrieri e il fondamentalismo evangelico.

In altre parole un classico movimento fascista metterebbe assieme le due cose che mancano a Trump e Bolsonaro: la mobilitazione delle masse e il sostegno unificato delle élite. È così?

Sì, penso questa sia la principale differenza che li distingue dal fascismo classico, anche se le classi dirigenti possono perfettamente adattarsi a entrambi, specialmente in assenza di alternative efficaci. Ma nei paesi dell’Unione Europea questa possibilità non è all’ordine del giorno. I movimenti di massa militarizzati del fascismo classico erano una conseguenza della brutalità delle politiche prodotte dalla Grande guerra. Oggi questo scenario si è realizzato in Iraq, Libia, Siria e Yemen ma non nei paesi dell’Unione Europea, negli Stati Uniti o in Brasile. Questa è la ragione per cui i precursori di Bolsonaro e Trump non sono né Mussolini né Hitler, bensì Berlusconi. Ma una nuova crisi globale potrebbe cambiare il profilo dell’estrema destra in molti paesi.

Una delle sezioni più interessanti del tuo libro riguarda l’analisi della scuola europea di storici “anti-antifascisti” e della loro revisione storica a loro dire “politicamente neutrale”. Perché li ritieni tanto pericolosi e perché sarebbe importante riaffermare la centralità di una storiografia antifascista?

La linea divisoria tra fascismo e democrazia è sia morale che politica. Nell’Europa continentale e, negli ultimi anni, in America Latina, la democrazia è nata dalla Resistenza e dall’antifascismo. Laddove queste lotte hanno creato la democrazia, una democrazia “anti-antifascista” potrebbe solo essere fragile, priva di memoria e di lealtà con la propria storia. La sinistra dovrebbe ricordare questo legame genetico tra antifascismo e democrazia. La democrazia non può essere ridotta a un dispositivo giuridico e politico, alle “regole del gioco”, né è un semplice corollario della società di mercato. La democrazia è una conquista storica delle rivoluzioni politiche e della lotta antifascista. Rompere o negare questo legame storico è la maniera più diretta per distruggere la democrazia.

Hai descritto i recenti “movimenti di piazza” come Occupy Wall Street e gli Indignados spagnoli come un tentativo di inventare un “nuovo comunismo”. Allo stesso tempo suggerisci che senza una rivisitazione critica del “vecchio comunismo” e senza una riscoperta di alcuni aspetti utilizzabili di questa eredità, la sinistra globale resterà priva di un timone. Dove sono gli aspetti utilizzabili dell’eredità comunista?

Occupy Wall Street e gli Indignados spagnoli hanno espresso il desiderio di un’alternativa, come ha fatto Syriza in Grecia prima del suo spostamento politico nell’estate del 2015. Oggi Bernie Sanders, Jeremy Corbyn e Podemos dimostrano che la sinistra sta cercando nuove idee, nuovi sentieri e nuove speranze. Sanders incarna uno spostamento nella storia della sinistra statunitense, dopo il New Deal degli anni Trenta e la New Left degli anni Sessanta. Dà nuova legittimità all’idea del socialismo in un paese in cui il socialismo non è mai stato egemonico. In Gran Bretagna e Spagna Corbyn e Podemos sono il simbolo di una rottura radicale nella lunga sequenza di social-liberalismo. Queste esperienze sono passi avanti verso l’invenzione di un nuovo modello per la sinistra globale. I vecchi paradigmi sono caduti ma non sono stati ancora rimpiazzati. Un nuovo modello dovrebbe combinare un’interpretazione critica del mondo e un progetto per la sua trasformazione rivoluzionaria, come Marx ha suggerito nelle sue famose “undici tesi”.

Il comunismo ha incarnato questa combinazione di elementi e ha fissato l’orizzonte utopico per il Ventesimo secolo. La mia unica certezza è che una nuova sinistra alternativa per il Ventunesimo secolo sarà anticapitalista, ma non so se chiamerà se stessa “comunista”. Probabilmente inventerà nuovi concetti e immagini, come il socialismo e il comunismo negli ultimi due secoli. Ma una nuova sinistra globale non sarà inventata facendo tabula rasa del passato. Dire che è avvenuta una rottura storica dei modelli del passato non significa dire che una sinistra globale non abbia bisogno di memoria e consapevolezza storica. Una comprensione critica delle sconfitte del passato è inevitabile. Quel che ha aiutato la sinistra a superare le sue sconfitte, dalla Comune di Parigi al colpo di stato cileno del 1973, è stata la convinzione che il futuro appartenesse al socialismo e che anche i fallimenti più tragici fossero solo battaglie perse. Questa fiducia in una finalità storica era gravata da una dimensione teleologica ma al tempo stesso ha dato alla sinistra una forza straordinaria, che oggi non esiste più. La sinistra è rimasta “orfana”. Non può né rivendicare né dimenticare il proprio passato: deve superarlo.

Tu sei scettico verso l’uso politico del populismo per la sinistra. Dato che è una parola spesso usata con significati contrastanti – aggrega fenomeni disparati come La France Insoumise e il Front National – ritieni che il populismo finisca per confondere la linea divisoria tra sinistra e destra. Non sembra far parte delle tue riflessioni il fatto che certi intellettuali di sinistra e partiti politici abbiano abbracciato l’etichetta di “populismo di sinistra”, nel tentativo di tracciare una rotta tra “la piazza” e “le urne”. Pensi che ci sia posto per un populismo di sinistra nella lotta contro il postfascismo?

Dal mio punto di vista il populismo è uno stile politico che può essere condiviso da leader di differenti e a volte opposti orientamenti, sia dello spettro politico di sinistra che di destra. Ma uno stile e una retorica in cui la virtù è incarnata dal “popolo” in opposizione alle élite corrotte definiscono solo la forma e non i contenuti di una forza politica. In America Latina il populismo di sinistra usava la demagogia e spesso assumeva caratteri autoritari, ma il suo scopo era includere le classi subalterne in un sistema sociale e politico. Nell’Europa occidentale il populismo di destra è xenofobo, razzista e rivendica politiche di esclusione sociale.

Come sottolineato da Marco D’Eramo, in molti casi stigmatizzare il populismo rivela un disprezzo aristocratico ed elitario verso il “popolo”. Ma se populismo significa che Corbyn, Sanders e Podemos sono intercambiabili con Salvini, Orban, Trump e Bolsonaro, allora è un concetto completamente inutile o addirittura pericoloso. So che alcuni pensatori radicali considerano il populismo come un’alternativa alla divisione apparentemente obsoleta tra sinistra e destra e spesso al riguardo propongono argomenti di valore. In certe circostanze questo uso del termine populismo può funzionare, ma in un contesto globale di crescita dei movimenti postfascisti rischia di generare pericolosi fraintendimenti.

Per chiudere, volevamo chiederti qualcosa sulla recente controversia riguardo alle posizioni di chi, da sinistra, sostiene la necessità di chiudere le frontiere, che ha sollevato molte domande sulla “sovranità” e sull’uso politico di questo termine a sinistra. Che cosa ne pensi?

Rivendicare “confini chiusi” in un’epoca di “stati cinti da muri” e frontiere militarizzate contro gli immigrati e i rifugiati per me è estremamente pericoloso. Legittima sostanzialmente la xenofobia, le difese reazionarie dell’“identità nazionale” e un ritorno alla sovranità nazionale: un ritornello postfascista. Pensare che la globalizzazione capitalista possa essere contrastata ristabilendo i confini nazionali è un’idea reazionaria, nella misura in cui tutte le questioni cruciali del Ventunesimo secolo, dall’ecologia alle ineguaglianze sociali e agli spostamenti demografici, richiedono una soluzione globale. Fin dalle sue origini l’internazionalismo appartiene alla sinistra e non penso che possiamo abbandonare o rifiutare facilmente l’universalismo. In un’età globale il socialismo dovrebbe riscoprire il significato originale dei confini, come punti di incontro piuttosto che come linee di separazione.

*Enzo Traverso insegna alla Cornell University, è autore tra l’altro di Malinconia di sinistra: Una tradizione nascosta (Feltrinelli, 2016). Nicolas Allen è dottorando in letteratura all’università di Buenos Aires. Martín Cortés è professore di Scienze politiche all’Università di Buenos Aires e autore di José Aricó: Translating Marx and Gramsci in Latin America (Historical Materialism, 2019), di prossima uscita.

Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. Traduzione è di Alberto Prunetti.

 

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