mercoledì, luglio 24

“Caro signor Macron, se ne deve andare”: lettera di un filosofo al Presidente francese

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Per concludere in bellezza il grande dibattito nazionale, 65 “intellettuali” erano stati invitati all’Eliseo lunedì 18 marzo scorso dal Presidente stesso, proprio mentre il suo governo annunciava una serie di pesanti misure repressive che ci mostrano ormai in maniera nitida il volto autoritario e paranoico del neoliberalismo. Uno degli invitati, il filosofo Frédéric Lordon, ha cortesemente declinato l’invito con la seguente lettera che pubblichiamo e che è stata letta dall’autore nel corso di una grande assemblea tenutasi giovedì 14 marzo alla Bourse du Travail di Parigi, alla vigilia del nuovo sollevamento dei gilets jaunes in occasione dell’Atto XVIII, denominato Ultimatum. All’assemblea erano presenti alcuni esponenti del movimento dei gilets jaunes, come Priscilla Ludosky e Jerome Rodrigues, nonché del Comité Adama e alcuni dei promotori della Marche du Siècle, annunciando così la coalizione sociale che si è materializzata nella giornata di sabato: la Marche des Solidarités dei quartieri popolari, la Marche sul clima e il sollevamento degli Champs Elysées.

Caro signor Macron,

Capirà che, se si tratta di fare tappezzeria con il ditino alzato insieme a pagliacci come Bernard-Henry Lévy, Enthoven o intellettuali di corte come Patrick Boucheron, preferirei andarmene in piscina o perfino a cena con François Hollande. Almeno il suo invito aggiunge un elemento supplementare per documentare la sua concezione del dibattito. Lo sapeva che, a parte gli editorialisti che le fanno da lacchè e scandiscono a ripetizione che la democrazia è il dibattito, al suo Grande Dibattito Nazionale, nessuno ci crede? Lei stesso non ci crede più. In una recente confidenza ai giornalisti, cui avremmo dovuto dare maggiore pubblicità, ha detto: «Sto riparando i danni e, appena aggiustati, attaccherò di nuovo». È ancora fresco. Lei aggiusta e riattacca. È perfetto, sappiamo cosa aspettarci, anche noi verremo con la fiamma ossidrica.

Infatti, come utilizza il linguaggio per “discutere”, come lei dice, lo abbiamo chiaro da un bel po’. Ce lo ricorderemo in modo speciale, perché dovrà portare nel reale quello che un noto romanzo di Orwell anticipava esattamente 70 anni fa – almeno, dopo il grande successo del suo giro promozionale, non si può dire che non abbia un senso degli anniversari. È un modo particolare di usare il linguaggio, in effetti, che va ben oltre la semplice menzogna.

Naturalmente, nelle sue istituzioni, le persone continuano a mentire, in modo grossolano, spudorato. I suoi procuratori mentono, la sua polizia mente, i suoi esperti medici di turno mentono – quello che ha cercato di fare in memoria di Adama Traoré attraverso gli esperti, ad esempio, è immondo. Ma sarei quasi tentato di dire che si tratta di una bugia tristemente ordinaria.

Lei e i suoi scagnozzi ministeriali usciti dalla nazione start-up state facendo qualcos’altro: state distruggendo la lingua. Quando la signora Buzyn [ministra della Sanità, ndt]dice che sta tagliando i letti per migliorare la qualità dell’assistenza; quando la signora Pénicaud [ministra del lavoro, ndt]dice che lo smantellamento del codice del lavoro estende le garanzie dei lavoratori; quando la signora Vidal [ministra dell’Università e della Ricerca, ndt]spiega l’aumento delle tasse scolastiche per gli studenti stranieri con una preoccupazione di equità finanziaria; quando lei stesso presenta la legge sulle notizie false come un progresso nella libertà di stampa, la legge anti-casseurs come protezione del diritto di dimostrare, o quando ci spiega che l’abolizione dell’ISF [imposta sulle grandi fortune, ndt]si iscrive in una politica di giustizia sociale, vede bene che stiamo su un terreno ben diverso da quello della semplice menzogna. Stiamo distruggendo il linguaggio e il significato stesso delle parole.

Se la gente le dice: «posso mangiare un solo pasto ogni due giorni» e lei risponde: «Sono contento che abbiate mangiato bene», la discussione diventerà ben presto difficile e poi, inevitabilmente, alcuni tra gli affamati si arrabbieranno. Di tutte le argomentazioni che giustificano ampiamente la rabbia che si è impadronita del paese, c’è quindi questa che, credo, pesi quanto i 30 anni di violenza sociale e i 3 mesi di violenza della polizia da farle pagare: c’è che, di fronte a persone come lei, che distruggono a tal punto il significato delle parole – quindi, badate bene, la possibilità stessa di discutere – l’unica soluzione rimasta, ne sono desolato, è di scacciarla.

Fino a poco tempo fa, lei diceva: «Repressione, violenza della polizia, queste parole sono inaccettabili in uno Stato di diritto». Ma signor Macron, lei è irrecuperabile. Come possiamo dire: in uno Stato di diritto, non sono queste parole, ma sono queste cose che sono inaccettabili. A una donna morta, 22 accecati e 5 mani lacerate, da un’altra mano di cipria alla sua parrucca e dice: «Non mi piace il termine repressione, perché non corrisponde alla realtà». La domanda successiva – quasi psichiatrica – è: ma in quale realtà vive?

Alcune risposte vengono da un articolo pubblicato qualche giorno fa dal “Gorafi” [giornale satirico, anagramma del “Figaro”, ndt]con il titolo: “La Commissione medica del Ministero dell’Interno conferma che lo LBD [il lanciatore di palle di difesa, o flash-ball, micidiali proiettili di gomma usati dalla polizia, ndt]fa bene alla salute”. Si legge: «Christophe Castaner ha accolto con favore i risultati dei test della commissione medica e ha immediatamente firmato un’ordinanza che qualifica come resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale chiunque metta in dubbio l’affidabilità di questo studio». Signor Macron, vede che scarto esiguo la separa ancora dal “Gorafi”? Lei è la gorafizzazione del mondo in persona. Tranne che, di regola, il “Gorafi” serve per far ridere. In realtà, nessuno vuole vivere in un mondo gorafizzato, dove la realtà è peggiore della satira. Se dunque il macronismo è un gorafismo, ma per davvero, capirà che dovremo adattare le nostre risorse di conseguenza. E se è impossibile farla rinsavire, bisognerà pure riportarla a casa.

Tutti gli squittii editoriali del paese sulla sua legittimità elettorale non possono fare nulla contro questo requisito elementare e, tutto sommato, logico. In verità, legittimo, lei non è mai stato. Il suo risultato elettorale effettivo è del 10%. Il 10% è il suo punteggio da premier, corretto con il tasso di astensione e soprattutto con il voto utile, in quanto sappiamo che quasi la metà dei votanti del primo turno l’ha votata non perché aderisse alle sue idee ma perché era stato sufficientemente spaventato da scegliere l’opzione “cintura e bretelle”.

Ma anche se le concediamo questa favola della legittimità elettorale, non ne rimane nulla nel momento in cui ha reso il popolo un nemico dello Stato, forse anche un nemico personale, almeno quando gli fa guerra con armi da guerra e ferite da guerra. Si rende conto di quanto si sta coprendo di vergogna internazionale? Il “Guardian”, il “New York Times” e giù giù fino al “Financial Times”, il Consiglio d’Europa, Amnesty International, l’ONU, sono tutti allibiti dalla sua violenza. Persino Erdogan e Salvini si sono potuti permettere il piacere da buongustai di insegnarle la democrazia e la moderazione, questo dimostra a che punto è arrivato.

Ma dal mondo internazionale, non arrivano che giudizi negativi per lei: così come a noi arrivano motivi di speranza. Gli algerini ci stanno mostrando come sbarazzarci del potere illegittimo. È uno spettacolo bellissimo, meraviglioso come quello dei Gilets Jaunes. Un cartello, che non so se è algerino o francese e non importa, scrive: «Macron sostiene Boutef; Gli algerini sostengono i Gilets Jaunes; solidarietà internazionale». È proprio così: solidarietà internazionale. Ben presto Boutef cacciato, Macron da cacciare presto.

Nel film di Perret et Ruffin [J’veux du soleil, film di prossima uscita, ndt] un signore che ha un’età più da cruciverba che da tumulto – ma conta di più l’età della sua vitalità che quella del suo stato civile – un “signore con cappello” [allusione a un video virale in cui si vede uno che si intrufola dietro Macron durante il suo discorso di vittoria davanti alla piramide del Louvre, ndt]quindi, suggerisce di montare piastre di ferro 2 metri per 3 su trattore o bulldozer e che siamo noi a spingere i poliziotti piuttosto che il contrario. È un’idea. Un altro dice che ha iniziato a leggere la Costituzione all’età di 46 anni, quando non aveva mai letto un libro in vita sua. Signor Macron, io già la vedo correre a dirci che questo è quello che dobbiamo fare, leggere la Costituzione e dimenticare rapidamente quelle sciocche storie delle lastre di ferro. Lei sa che in realtà sono due attività molto complementari. Per essere perfettamente onesti, dovrebbe anche dire che una cosa non va senza l’altra: nessuna Costituzione prima di aver spinto il bulldozer.

Questo è ciò che i Gilets Jaunes hanno capito molto bene ed è per questo che sono in grado di fare la storia. In un certo senso, signor Macron, è lei che continua a sollecitarli. Arrestando un giovane che suona la batteria, lasciando che la sua polizia schiacci gli occhiali di una persona arrestata o colpisca i Gilets Jaunes sulle sedie a rotelle ­– su sedie a rotelle! – lei costruisce delle immagini per la storia e attira il grande vento della storia.

Lei e i suoi simili, che vi ritenete la punta avanzata, finirete per essere spazzati via. È così in effetti che finiscono i demolitori in generale. Questo è quello che siete: demolitori. Distruggete il lavoro, distruggete i territori, distruggete le vite e distruggete il pianeta. Se lei non ha più alcuna legittimità, le persone hanno integralmente quella di resistere alla propria demolizione – tema pure che nell’impeto della propria furia non venga loro il desiderio di demolire i suoi demolitori.

Poiché arrivare a questo punto non è auspicabile per nessuno, rimane una soluzione semplice e logica che preservi l’integrità di tutti: signor Macron, se ne deve andare. Signor Macron, restituisca le chiavi.

Frédéric Lordon

 

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