mercoledì, luglio 24

Il patriarcato non è morto, ma il femminismo è vivo

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Sono tempi in cui la domanda sulla crisi del femminismo, vera o presunta, appare più che mai insensata. La crescente ondata di attivismo esplosa tra le donne dice infatti che è vivo e necessario, comunque lo si declini: meglio se prendendo le distanze dagli stereotipi con cui è stato ed è troppo spesso raccontato.

In quanto femminista mi rallegro del fatto che il termine stesso non sia più spaventosamente impronunciabile. Il caso Weinstein ha segnato un nuovo punto di non ritorno. Un argine si è rotto e, come spesso succede nella storia dei comportamenti sociali, ciò che fino a poco prima sembrava “normale” e ovvio diventa inaccettabile. Così non si fa più, punto e a capo.

E tuttavia, la donna che si pone come soggetto resistente, va tutt’ora punita. Tanto più se non vuole essere quello che è stata, progetta modelli di vita inusitati, analizza le radici della sua oppressione, rifiuta di separare il privato dal politico. Insomma, si fa venire certi grilli per la testa. L’annuncio pressoché quotidiano di un femminicidio parla, anzi grida sin troppo chiaro. Che gli autori siano più o meno “vittime” di raptus ad intermittenza o di tempeste ormonali non cambia i termini del tragico trend in atto.

È positivo che le battaglie femministe assumano oggi connotati nuovi. Meno positivo è il fatto che gran parte dei luoghi della politica ufficiale siano ancora abitati da fantasmi vecchi: verticismo, competizione, miti che si ispirano al successo personale a tutti i costi, meglio se a costo di irridere onestà e decenza. C’è un ordine da disfare e un orizzonte da aprire.

Le elezioni durano un giorno. Le legislature quattro anni. La scommessa della politica delle donne è ben più lunga. Diceva bene Marguerite Duras “Il difficile non è raggiungere qualcosa, ma liberarsi dalla condizione in cui si è”. Ci sono questioni oggettive da non sottovalutare: oggi il malumore e la diffidenza generali verso la politica ufficiale sono fattori concreti ed hanno una loro ragion d’essere. E l’elettorato femminile non è disposto a fare eccezione per le proprie simili. Sa che una pennellata di rosa può conferire a determinate liste una parvenza di correttezza, mentre molto resta profondamente grigio. Il patriarcato ha dalla sua una nutrita tavolozza di sfumature.

Eppure la richiesta di una rappresentanza pubblica femminile persiste. Di rappresentanti che si espongano per dire/fare cose vere e giuste, che diano voce soprattutto a quelle donne che gestiscono emergenze tutti i santi giorni e che troppi uomini non prendono in considerazione. “Siamo stufe delle belle parole e della politica vuota” scrivono le americane di Wans (We are not surprised). La vacuità è infatti il rischio che buona parte del sesso maschile corre quando decide di parlare delle (o a nome) donne. Talvolta questi uomini sono pure sinceri, ma sono ignoranti. La mala pianta dell’ignoranza in materia gli arriva dal passato, abita il loro presente e gli indica il futuro. Certo, non è obbligatorio parlar bene delle donne. Ma dopo tanto parlarne male la sola cosa proibita sarebbe quella di parlarne a vuoto, appunto.

Il senso comune in merito al femminile è cambiato? A tratti parrebbe di si. Ma il lato oscuro, anzi oscurantista è duro a morire e affila le armi. Uno tra gli imminenti esempi “armati”: a fine marzo si terrà (quest’anno in Italia, Verona) sotto il segno “Il vento del cambiamento” il Congresso mondiale delle famiglie. Un vento che mira a riportare brutalmente indietro l’orologio della storia, destra antiabortista in testa. Tra i relatori (ministri e patriarchi) ci sarà Matteo Salvini. Un nome, una garanzia. Non per nulla le attiviste di NDM (Non Una di Meno) organizzeranno in concomitanza tre intere giornate di protesta. Se nella realtà i vecchi schemi su cui poggiava la famiglia patriarcale si sono dissolti, già ci si appresta a minacciare i diritti acquisiti. È infatti bene tener presente che la politica dei diritti presuppone un potere che può sì attuarli (nella migliore delle ipotesi), ma può anche abolirli. E il piatto è servito.

La lotta per la parità equivale alla rivendicazione di un diritto giuridico e passa necessariamente attraverso il confronto con le istituzioni. Respingere un modello esistenziale per proporne un altro è cosa assai diversa. Un progetto di convivenza civile alternativo chiede molto di più: uno sforzo di immaginazione, di esercizio critico, di volontà politica. Certo sarebbe un errore perdere di vista il tema della parità. Sono secoli che le donne nei paesi sedicenti democratici combattono per vederla riconosciuta – e anche in Svizzera ne sappiamo qualcosa – benché il principio di uguaglianza sia scritto nella Costituzione, stesse sulle bandiere della rivoluzione liberale, sia messo in testa alla proclamazione dei diritti umani e sui trattati internazionali.

Tra le parziali conquiste degli ultimi anni ci sono leggi attese da decenni!

Ma in una prospettiva di genere che non ingabbi le donne in un omologante questione di parità tra femminile e maschile, è necessario valorizzare l’originalità delle differenze. Per dirla con la filosofa Luisa Muraro “Mi sono stufata del femminismo dell’uguaglianza: pretendo l’uguaglianza, ma alla libertà intendo arrivare con la differenza del mio essere donna.” Si tratta di un pensiero rivoluzionario. Nessuna meraviglia che venga perciò osteggiato! E che non trovi accoglienza persino in molte donne.

Stiamo infatti parlando della rivoluzione più lunga e dura e lenta, dato che intende spezzare il separatismo più lungo: quello instaurato dal patriarcato e reso drammaticamente violento dal capitalismo. Al contempo occorre ricordare che non basta attribuire tutte le colpe alla struttura capitalistica della società, per quanto ciò giochi un ruolo preponderante. Alla forza negativa del potere economico si somma l’allarme dell’uomo che teme di perdere privilegi consolidati.

Dovrebbe essere quindi chiaro che l’impegno delle donne per spezzare le discriminazioni pone, a sé e alle forze politiche rivoluzionarie, l’obiettivo di creare un modello culturale che liberi tutti/e dai pregiudizi e dall’oppressione. Per fare che cosa? Per affermare un’eccellenza femminile da mettere in gioco nella vita pubblica e personale. Forse, accanto a quella femminile, è tempo di nominare la “questione maschile”?

*Candidata al Gran Consiglio per lista n. 2 MPS-POP-Indipendenti

 

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