mercoledì, luglio 24

Il pericolo Trump e la politica estera USA

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Non mi convince la tendenza diffusa a prendere subito sul serio le dichiarazioni bellicose di Donald Trump per due semplici ragioni: la prima è che la politica estera degli Stati Uniti è il risultato di un delicato equilibrio di rapporti di forza tra Presidente, Pentagono, Dipartimento di Stato, Congresso (e a volte deve tener conto anche del parere dei principali paesi alleati); la seconda è che non condivido l’opinione troppo indulgente nei confronti dei presidenti democratici costruita dalla grande stampa italiana ed europea che ha invece concentrato il fuoco su questo presidente rozzo e ignorante che spesso parla o grida solo per accontentare il suo elettorato, altrettanto incolto, ma spesso non può poi realizzare completamente il suo programma.

Non dimentico poi che le misure più vessatorie nei confronti di Cuba erano state proposte da congressisti democratici, e che viceversa a trovare la via d’uscita da due guerre sciagurate e logoranti (Corea e Indocina) sono stati due presidenti repubblicani (naturalmente non per nobili sentimenti ma per una valutazione realistica del rapporto tra costi e ricavi). La politica estera, specie se comporta un rischio di guerra in paesi lontani, viene decisa quasi sempre in modo bipartizan.

È una storia vecchissima: i primi tentativi di iniziative militari furono fatti con un pretesto fragilissimo (e un sostanziale insuccesso) già a Tripoli nel lontano 1801! Poi, dopo un altro tentativo a vuoto ad Algeri, in vana concorrenza con la Francia, ci fu la conquista di metà del Messico, e la imposizione con le cannoniere di trattati ineguali al Giappone. Sempre senza preoccuparsi troppo della forma o con giustificazioni inconsistenti. Washington non ha neppure dovuto utilizzare la dottrina Monroe per dichiarare guerra alla Spagna già semisconfitta, allo scopo di impossessarsi oltre che di Cuba e Portorico anche delle Filippine e di Guam.

Ma lasciamo da parte queste vicende troppo lontane: vorrei riflettere invece sul senso dei numerosi interventi militari successivi alla partecipazione alla Grande Guerra, che aveva lanciato gli Stati Uniti come uno dei protagonisti principali della scena mondiale, per capire cosa ha trattenuto finora Trump da un intervento armato diretto in Venezuela, nonostante le minacciose dichiarazioni iniziali e l’enorme sproporzione tra le rispettive forze.

Gli Stati Uniti sono intervenuti ovviamente prima di tutto direttamente o indirettamente nelle vicende di quasi tutti i paesi del “patio trasero”, da Cuba, Nicaragua e Haití in giù, ma considerando queste spedizioni militari come parte della politica interna proiettata sulla immediata periferia dell’impero. A volte – soprattutto in Nicaragua e Salvador – sono stati necessari i marines, più spesso sono state sufficienti le varie Guardie Nazionali o semplicemente i mercenari al soldo delle multinazionali. Inutile dire che le altre potenze imperialiste europea non hanno mai messo in discussione questi interventi, impegnate come erano un po’ tutte nel tenere a bada i primi movimenti per la indipendenza. (Ma oggi c’è un fattore nuovo da tener presente: l’esistenza negli Stati Uniti di una cospicua minoranza di ladinos, che in prospettiva potrebbe pesare sul piano elettorale e reagire a un intervento diretto e cruento nell’America Latina.)

Con il Giappone invece (ma questa fase è cancellata dalla memoria storica dei cittadini degli Stati Uniti) c’era stato a lungo tra le due guerre mondiali addirittura un tacito accordo più diretto, basato sul reciproco interesse: gli USA combattevano la resistenza tenace delle Filippine, il Giappone quella di Corea e Taiwan, senza ostacolarsi. Solo quando gli Stati Uniti si sono resi conto che il gruppo dirigente di quel piccolo arcipelago non accettava più di fornire supporto militare ai maggiori paesi imperialisti e aveva ambizioni troppo grandi, hanno cominciato a prepararsi alla guerra. Scandalizza chi è stato imbottito di retorica sul “senso morale” di Roosevelt, ma gli USA dopo l’attacco di Pearl Harbor non entrarono subito nella Seconda Guerra Mondiale in toto, limitandosi a dichiarare guerra al solo Giappone e non alla Germania: quella era la loro guerra del Pacifico, non la lotta dei popoli contro il nazifascismo. E non a caso hanno ritardato a lungo l’apertura di un secondo fronte in Europa, nella speranza che URSS e Germania nazista si logorassero a vicenda. In questo contesto si capiscono la spartizione della Corea concordata con Stalin nel 1945 indipendentemente dai progetti dei coreani e l’intervento successivo quando esplode il conflitto: la Corea, che usciva da una lunga occupazione giapponese, era considerata parte del bottino di guerra. La rapida transizione da un’intesa con l’URSS (necessaria finché durava una guerra dall’esito incerto fino all’ultimo) a quella che sarà chiamata la “guerra fredda”, e tanto fredda non è stata, aveva accumulato in quell’area un potenziale esplosivo enorme. La guerra era cominciata per procura, attraverso scontri tra le due Coree, ma ha richiesto tuttavia un intervento diretto statunitense, e ha lasciato un’eredità inquietante. È la sostanziale sconfitta in Corea che ha spinto poi gli Stati Uniti a sostituirsi alla Francia in ritirata, tentando di nuovo una prova di forza nel Vietnam che lascerà una cicatrice ancor più profonda. Per capirlo bisogna tener presente che l’obiettivo chiarissimo anche se inconfessato era quello di contenere e far arretrare la rivoluzione cinese, che era la vera posta in gioco anche nello scontro con il Giappone. Dopo la grande e terribile guerra di Indocina, conclusa da un’umiliazione senza precedenti, gli interventi diretti statunitensi si concentreranno su casi di avversari debolissimi e praticamente disarmati, o su interventi indiretti, con esperti consiglieri, di cui era stato un prototipo nel 1953 il caso dell’Iran, in cui la CIA riuscì a scatenare tribù arretrate fedeli allo Shah contro Mossadeq, lasciato solo dai “comunisti” del Tudeh che non gli perdonavano di aver negato concessioni petrolifere non solo alla Gran Bretagna ma anche all’URSS. Di casi del genere ce ne sono stati tanti, ma sono stati possibili solo in assenza di una forte mobilitazione popolare.

L’aggressione mercenaria al Guatemala di Jacobo Arbenz nel 1954 è l’ultima delle imprese veterocoloniali statunitensi, poi verrà l’esempio di Cuba a offrire un punto di riferimento a ogni resistenza antimperialista. Soprattutto la disfatta di Playa Girón ha spinto alla cautela gli Stati Uniti, scottati per decenni. Proveranno solo nel 1983 con Grenada, un paese da 100.000 abitanti con un “esercito” di meno di 1.000 persone, ma interverranno solo dopo il grottesco colpo di Stato stalinista che aveva eliminato il popolare leader locale Maurice Bishop e quindi diviso le già esigue forze della piccola isola caraibica. Proveranno anche con Panamá nel 1989, con un intervento diretto del tutto asimmetrico, facilitato dalla debolezza e dall’ambiguità di Noriega, ex collaboratore degli USA nel narcotraffico.

Non c’era stato invece intervento militare diretto degli Stati Uniti in Cile: non ce n’era bisogno, il paese era spaccato in due, e il golpe vinse facilmente con le proprie forze per gli errori della direzione Allende – Corvalán, su cui la sinistra non ha mai voluto riflettere e che impedisce di ricavare lezioni adeguate da quella tragica sconfitta, ponendosi alcune domande: chi ha nominato Pinochet a capo dell’esercito, negato l’evidenza dei preparativi, lasciato nelle sue mani marinai e ufficiali democratici, frenate le rivendicazioni dei cordones obreros, negate le armi richieste a gran voce da molti settori popolari per fronteggiare in tempo quelli che erano evidenti preparativi golpisti?

Più in generale si può dire che negli ultimi decenni gli Stati Uniti in America Latina hanno evitato di rischiare di impelagarsi in un conflitto per contrastare militarmente una sconfitta elettorale di qualche loro amico e cliente. Quando l’hanno fatto avallando con incauta fretta un golpe come quello contro Chávez del 2002, appoggiato solo dagli industriali e da una parte dei militari e respinto decisamente dal popolo dei barrios, la lezione ricevuta li ha paralizzati per anni. Anni in cui peraltro vari paesi (dall’Honduras al Paraguay, dall’Argentina al Brasile, ecc.) hanno conosciuto svolte, brusche inversioni di rotta e interruzioni di tentativi riformisti, che una sinistra sempre più in difficoltà si è ostinata a chiamare golpes anche quando erano solo manifestazioni di un equilibrio precario che le classi dominanti avevano accettato inizialmente e che erano in grado di far saltare senza bisogno di carri armati utilizzando elezioni o manovre parlamentari.

D’altra parte gli interventi diretti in Iraq, Afghanistan, e in modo diverso in Siria e Libia, e più in generale la cosiddetta “guerra al terrorismo”, non smentiscono la tesi che gli Stati Uniti scelgano abbastanza casualmente il bersaglio del momento: questi interventi, risultati presto abbastanza improduttivi, erano legati piuttosto a esigenze di politica interna che a ipotetici progetti di impossessarsi del loro petrolio (di cui tra l’altro solo due di quei paesi erano grandi produttori, ma comunque dispostissimi a venderlo a chiunque). In Siria e Libia si poteva casomai sospettare l’intenzione di bloccare una dinamica rivoluzionaria spontanea che poteva dare il cattivo esempio agli oppressi dai tanti regimi retrogradi dell’area.

Nulla di sostanziale è stato fatto invece per abbattere il regime degli Ayatollah che pure era ben più sgradito a Washington degli altri quattro, dato che aveva inflitto alla più grande potenza militare del mondo la bruciante umiliazione del sequestro come ostaggi del personale dell’ambasciata. Ma l’Iran era un osso duro, a differenza dell’Iraq di Saddam Hussein, corroso dalla corruzione e indebolito dai suoi errori: una conferma che gli Stati Uniti preferiscono attaccare militarmente soprattutto paesi sconvolti da laceranti conflitti, indipendentemente dai pretesti addotti. Lo stesso vale per la Corea del Nord, che è stata prima additata come pericolosissima, poi, senza grandi concessioni, è stata almeno per ora assolta dalle sue presunte colpe.

In ogni caso in tutti questi paesi sarebbe stato assurdo per la sinistra schierarsi a fianco di Gheddafi o Assad o qualche altro leader dello stesso genere solo perché invisi agli Stati Uniti. Orientarsi avendo come bussola il sostegno a chi viene denunciato o attaccato dagli Stati Uniti può portare a sviste clamorose: negli Stati Uniti negli anni Settanta una tendenza del SWP sostenne “criticamente” la Cambogia di Pol Pot, perché era il bersaglio verbale della propaganda USA, anche se fu il Vietnam e non gli Stati Uniti a chiudere quel mostruoso esperimento. Meno noto è che durante la seconda guerra mondiale diversi nazionalisti iracheni e palestinesi perseguitati dalla Gran Bretagna, allora potenza egemone nel Vicino Oriente, credettero utile di chiedere aiuto al suo più forte nemico, la Germania nazista.

Concludendo questa breve panoramica di una piccolissima parte delle malefatte dell’imperialismo statunitense chiarisco che non escludo in assoluto che Trump possa fare un passo falso “mettendo gli stivali” sul suolo venezuelano, provocando una risposta di orgoglio nazionale e continentale, ma lo potrà fare più facilmente se in Venezuela si arriverà alla guerra civile invece di cercare la strada di un’intesa basata sul dialogo tra due forze equivalenti. L’imperialismo in genere e quello statunitense in particolare è forte ma per fortuna non onnipotente, e si è impegolato più volte in imprese fallimentari (aggiungo alla lista precedente almeno un altro caso in cui se l’è cavata con una brusca ritirata, quello della Somalia, che dovremmo ricordare bene perché eravamo coinvolti ben bene con i “nostri marines” della San Marco e della Folgore…).

Il mio giudizio sull’imperialismo americano (e non del solo Trump) è netto e inequivocabile da tempo, come si può vedere da tutto quel che ho scritto da decenni. Lo combatto per moltissimi motivi, è un punto di partenza costante, ma se analizzo un conflitto specifico in cui c’è stata o si prepara una sconfitta, mi concentro sulle responsabilità e gli errori della mia parte su cui spero di possa incidere. Tornando all’esempio più vicino, quello delle minacce di Trump al Venezuela, è scontato che mi opponga ad esse, ma non è semplicemente capovolgendo le dichiarazioni della Casa Bianca che posso valutare il governo di Maduro. Per capire se può reggere allo scontro credo sia necessario soprattutto confrontare le sue dichiarazioni con il suo operato, ascoltando anche le voci di tutti quei collaboratori di Chávez che sono stati progressivamente allontanati dal governo negli ultimi anni, e spesso trasformati in capri espiatori. E che come me temono che proprio gli errori macroscopici di Maduro (economia incontrollabile, con penuria generalizzata) possano incoraggiare gli Stati Uniti a tentare un intervento diretto: lo pagherebbero caro anche i mercenari dell’impero, ma sarebbe tragico per il Venezuela e per tutto il continente.

 

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