lunedì, luglio 22

Noi non difendiamo la natura. Siamo la natura che si difende

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Ecco perché per ridurre il Co2 bisogna eliminare del tutto il capitalismo

Il 15 marzo, a seguito dell’appello di Greta Thunberg, un milione e mezzo di giovani ha scioperato e manifestato nelle strade di tutto il mondo. È stato un segnale molto forte e significativo per tutti noi. Ma non dobbiamo ingannarci, il livello di consapevolezza di questo movimento nascente di giovani è molto basso anche se ciò non ci deve scoraggiare, perché il movimento è molto profondo. È un movimento che pone delle questioni esistenziali al quale il sistema capitalista non è in grado di dare delle risposte. Ed è questa contraddizione che renderà il movimento potente. Azzardo l’ipotesi che questo movimento sia proprio il movimento che apre il XXI secolo e che avrà come sovradeterminazione quella della coscienza per un cambiamento climatico. Quindi la lotta ecologista sarà quella che racchiuderà al suo interno tutte le lotte anticapitaliste, di giustizia sociale, la lotta femminista, delle popolazioni indigene, degli agricoltori e dei sindacati. E’ una grande sfida comprendere le reali motivazioni di questo nuovo movimento.

Non dobbiamo affidarci unicamente alla comunicazione ufficiale riportata nei documenti dell’Ipcc. Ad esempio, il riferimento rispetto all’abbassamento di 1.5°C è anche quello che ufficialmente l’Istituto riporta. Ma, lo stesso Ipcc nel portare avanti questa comunicazione di massa si è lasciato influenzare dal realismo capitalista. Infatti, per avere una probabilità del 50% di contenere il riscaldamento globale limitandolo a 1.5° senza utilizzare tecnologie nocive, non basta la riduzione delle emissioni del 45%, bensì del 58%. Questo significa che, tra il 2000 e il 2030, bisognerebbe realizzare una riduzione del –58%, prima del 2050 bisogna annullare le emissioni, tra il 2050 e il 2100 mantenere delle missioni negative, che vuol dire che la terra assorbe più CO2 di quella che emette.

Ragioniamo meglio su cosa vuol dire emissioni mondiali nette. Emettiamo 40 giga tonnellate di CO2 l’anno, la metà di questa CO2 è assorbita naturalmente dagli ecosistemi: foreste e oceani. Quindi, ridurre del 58% le emissioni globali nette e annullare le emissioni, vuole dire raggiungere un equilibrio fra emissioni e assorbimento e la cifra del 58% di riduzione fra il 2020 e 2030 si basa esclusivamente sull’ipotesi che ci sia un assorbimento naturale. Mentre il 45%, propagandato della comunicazione di massa semplificata dell’Ipcc, fa affidamento sull’ipotesi che vengano usate delle tecnologie per raggiungere questo obiettivo. La più naturale e affidabile di queste tecnologie si chiama cattura e stoccaggio di carbonio da biomasse. Il principio è semplice: anziché bruciare combustibili fossili per produrre energia, bruciamo biomassa, catturiamo l’anidride carbonica all’uscita degli impianti, la comprimiamo e la gettiamo i pozzi profondi. Sperando che il CO2 rimanga lì dove l’abbiamo messa, c’è comunque un grandissimo problema poiché produrre tutte queste biomasse necessita di una grande superficie agricola. Secondo alcune stime, per assorbire 2 giga tonnellate l’anno, cioè un decimo delle emissioni mondiali nette, bisognerebbe sacrificare una superficie che corrisponderebbe al 15-20% delle superfici agricole. Abbiamo ovviamente due problemi: se lo facciamo su superfici oggi agricole avremo un grande problema con l’alimentazione; se lo facciamo invece su delle superfici non utilizzate per l’agricoltura avremo grandissimi problemi con la biodiversità, che è già allo stremo.

Quindi, in conclusione, bisogna battersi assolutamente per rimanere al di sotto di 1.5° senza fare ricorso a queste tecnologie, poiché queste tecnologie sono potenzialmente estremamente pericolose. E dobbiamo renderci conto di ciò che questo rappresenta: ridurre le emissioni del 58% tra il 2020 e il 2030 è un obiettivo assolutamente vertiginoso, al limite delle fattibilità, probabilmente impossibile. Anche se una rivoluzione eco-socialista mondiale dovesse riuscire a realizzarsi un domani, non sono sicuro che questo sia possibile.

Per comprendere realmente l’ampiezza di questo problema bisogna conoscere alcune cose: prima di tutto le emissioni di anidride carbonica rappresentano il 75% di tutti i gas serra; secondo l’80% delle emissioni di CO2 è dovuto alla combustione di combustibili fossili; terzo, i combustibili fossili assicurano l’85% del fabbisogno energetico mondiale; quarto, il sistema energetico mondiale, rappresenta un quinto del prodotto interno lordo mondiale, senza contare le riserve di petrolio, carbone e gas che devono rimanere nel suolo per limitare l’innalzamento di temperatura a 1.5 gradi, per cui i 9/10 di queste riserve non si dovrebbero mai estrarre. Questo si traduce nell’afferrare che questo sistema di sfruttamento dei combustibili fossili dovrebbe essere completamente eliminato dai sistemi di produzione capitalista, prima della contabilizzazione e senza creare profitto.

D’altro canto, tecnicamente, potremmo soppiantare il sistema fossile con quello rinnovabile, ma le istallazioni necessarie per produrre la stessa quantità di energia in kilowattora necessitano 10 volte più di metalli delle tecnologie fossili e, soprattutto, dei metalli rari la cui estrazione necessita grandissime quantità di energia. Infine, l’ultimo elemento necessario per comprendere l’ampiezza di questi obiettivi, è legato al fatto che la cifra del 58% di riduzione delle emissioni è la media netta mondiale. Ma, non tutti paesi sono egualmente responsabili del riscaldamento globale, e ovviamente i paesi imperialisti sono i maggiori responsabili. Questo è scritto nel documento delle Nazioni Unite redatto nel 1992 a Rio come principio delle responsabilità comuni e differenziate, che implica che i paesi più responsabili debbano fare maggiori sforzi rispetto ai paesi meno implicati. Dove voglio arrivare con tutto questo? E’ assolutamente chiaro che arrivare a questo obiettivo, o avvicinarsi il più possibile, è assolutamente incompatibile con le regole del sistema capitalista, per una ragione fondamentale: non esiste capitalismo senza crescita, e non lo ha detto Marx, ma Schumpeter, e quindi per ridurre del 58% le emissioni di CO2, bisogna rimettere in discussione “la vacca sacra del capitalismo”, e bisogna farlo!

Bisogna farlo perché non solo non figura nel rapporto dell’Ipcc ma a perché a partire da 2 gradi, quindi solo due piccoli gradi di riscaldamento, il pianeta potrebbe trasformarsi in un “pianeta stufa” e uscire da questa situazione relativamente stabile nel quale il nostro pianeta è da circa un 1.5 milioni di anni, tra glaciazioni ecc, per finire in un pianeta 4/5 gradi più caldo, con mari più alti di 4/5 metri. Questa non è la fine del mondo, non sarà la fine della vita sulla terra, che probabilmente è indistruttibile, probabilmente non sarà nemmeno la fine del genere umano, ma è impossibile con 8 miliardi di abitanti.

Quindi c’è una questione metodologica importante: quando ci troviamo di fronte a un problema di quest’ampiezza, bisogna determinare ciò che è effettivamente necessario, e solo dopo possiamo discutere di quello che all’interno di un contesto sociale specifico può essere fatto per cambiare direzione. Bisogna rendere il necessario possibile, e non fare ciò che è possibile nel quadro capitalista.

E’ possibile avere un piano di transizione ecologica che rispetta questa crisi fisica. Gli scienziati dicono che ogni tonnellata di CO2 non emessa è importante, quindi bisogna fare subito l’inventario di tutte le emissioni inutili e dannose, in questo sistema di merda, e sono moltissime. Ad esempio le armi: è impensabile che non esista una sola produzione scientifica che prenda in esame la quantità di CO2 emessa dalla produzione di armi, che non è trascurabile. Negli Stati Uniti la produzione militare di armi rappresenta il 10% della produzione del paese, 70 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, e questa è solo la produzione, perché poi ci sarebbe l’utilizzo rappresentato da 80 milioni di tonnellate, senza contare le 700 basi americane all’estero. Potremmo moltiplicare gli esempi: tutta la pubblicità inutile, tutta l’obsolescenza programmata, e così via. Quindi, primo punto, eliminare le produzioni inutili e dannose; secondo i trasporti di merci inutili: basti pensare che un vasetto di yogurt sul vostro tavolo può aver fatto 4000 km; terzo, l’isolamento termico delle abitazioni. Le politiche neoliberali di rinnovamento e ristrutturazione non sono efficaci, perché sono basate sul meccanismo di mercato e sulla domanda solvibile. Se uscissimo dai meccanismi di mercato a cui abbiamo affidato il compito dell’isolamento degli edifici è assolutamente possibile risolvere il problema dell’isolamento in 10 anni. Il quarto punto è la questione dei mezzi di trasporto, i difensori del capitalismo verde che ci dicono che risolveremo il problema con le vetture elettriche ci prendono per degli imbecilli. La quantità di energia necessaria per produrre le macchine elettriche è almeno uguale alla produzione di quelle a combustibili fossili. Bisognerebbe quindi uscire proprio dall’utilizzo dell’automobile. E questo è possibile, basterebbe avere l’obiettivo politico di investire sui trasporti pubblici e in comune su tutti i territori. Il quinto punto è il più difficile: la sostituzione del sistema produttivo basato sui combustibili fossili con uno completamente rinnovabile. È più difficile, ma tecnicamente possibile; solo che la condizione di fattibilità è soprattutto sociale e politica, perché bisognerebbe rompere il potere delle multinazionali dell’energia e rompere contestualmente il potere delle banche che finanziano le multinazionali dell’energia. Senza questo, non sarà mai possibile una transizione energetica fattibile e completa, perché quei 9/10 di energie fossili a cui facevo riferimento prima, non è semplicemente petrolio, carbone e gas, ma è capitale e proprietà privata, che figura tra gli attivi delle compagnie petrolifere, del gas e del carbone. Quindi non sfruttarle equivale a distruggere del capitale e questo, ovviamente, i capitalisti non lo amano. Preferisco distruggere i piccoli capitalisti intorno a loro che perdere i propri capitali. Preferiscono che il mare si innalzi di 3/4 metri piuttosto che rischiare i propri profitti.

Quindi, questo è il nodo principale della transizione: bisogna eliminare il capitale fossile dal carbonio. Quindi, poiché non siamo sicuri che questi quattro punti possano eliminare il problema, dobbiamo assicuraci che la CO2 sia assorbita dagli ecosistemi; ed anche questo è possibile, senza tecnologie pericolose, semplicemente rompendo con l’agro-business e incentivando un’agricoltura contadina e di prossimità, poiché l’agro-ecologia ha la capacità di catturare una grande quantità di CO2. Quindi, anche se non riuscissimo ad abbassare le emissioni, potremmo portare in equilibrio l’assorbimento.

E’ evidente che un programma come questo, non è possibile, se non è accompagnato da un miglioramento delle condizioni sociali della popolazione. Quindi, il programma sociale e quello ecologista sono due facce della stessa medaglia. Vi do alcune indicazioni; ci sono 2 punti fondamentali: la riduzione massiccia dei tempi di lavoro, senza perdita di salario con impieghi compensatori e abbassamento dei tempi di lavoro, rompendo con il produttivismo e lavorando meno per produrre meno; secondo, più pubblico e meno privato, perché questi assi energetici non possono essere presi in carico dal privato, che ne fa profitto, ma devono essere presi in carico dal pubblico. Quindi, la soluzione che si deve cercare non è pianificare a tavolino un programma per la transizione, ma colmare il baratro che separa questi problemi dalla consapevolezza della popolazione mondiale.

La discussione e la lotta di sinistra devono essere incentrate su come si può gettare un ponte verso la consapevolezza delle masse su questo problema. Ma il fossato è talmente grande che ci sono delle persone che ci vogliono convincere che questa transizione non è possibile, e ci dicono che bisogna limitare il programma, adottando le strategie dei piccoli passi, perché è sarebbe più realistico. Ma questa scelta non è più realistica! Perché la strategia dei piccoli passi è una contraddizione con l’urgenza del momento. Allora quale la soluzione, forse? Ovvero, quale è la scommessa? La soluzione è puntare sul fatto che movimento sociale si unisca, si allarghi, si ingrandisca e si informi su questo problema. Questo significa nessuna tregua elettorale, come ad esempio alle prossime elezioni europee, e un invito ai giovani a continuare la battaglia perché le tempistiche borghesi e capitalistiche non sono le nostre. Noi non difendiamo la natura ma siamo la natura che si difende. I tempi che noi rispettiamo sono quelli della natura: dobbiamo continuare la battaglia, allargare la battaglia, ad altre scuole ad altri paesi ad altre regioni, ma anche ad altri contesti sociali. Proprio perché oggi la questione ecologica è l’elemento comune e cardine di tutte le lotte sociali, e quindi allargare i movimento significa anche cercare delle convergenze con il movimento degli agricoltori, delle donne e con il movimento sindacale. Non è facile ma è possibile. Inoltre bisogna organizzarsi e democratizzare. Non so come si sia organizzato il mondo dei giovani qui in Italia, ma nel mio paese è stato troppo poco democratico e troppo poco organizzato. E’ chiaro che questo è anche dovuto al fatto che è stato un movimento molto spontaneo, il che è anche un elemento positivo. Ma, c’è un vuoto di organizzazione e di democrazia. Se vogliamo che questo movimento duri e rimanga vivo, e se vogliamo che si allarghi e si espanda verso altri movimenti sociali, allora bisogna organizzare ed organizzare democraticamente: assemblee generali nelle scuole, nelle università e nei quartieri con delegati revocabili per discutere in tutti i luoghi dove si fanno le iniziative e poi fare delle relazioni.

Quindi come può questa modalità avvicinarsi al movimento anticapitalista? Il grande vantaggio che noi abbiamo è che la questione climatica mina in profondità la legittimità del sistema capitalista e lo vediamo già oggi. Il limite di 1.5 gradi non sarebbe mai stato preso in considerazione se non ci fosse stata la protesta ecologista. L’opinione pubblica fa pressione in modo diffuso, negli stati uniti Ocasio Cortes, che è la più giovane donna che sia mai stata eletta al Congresso, ha depositato un progetto per il green new deal; non è un progetto anti-capitalista, ma è un progetto che fa andare avanti perché vuole risolvere il problema sociale attraverso la soluzione del problema climatico. Questa modalità ha grande presa sul movimento dei lavoratori. Nell’Unione Europea, dove c’è un problema di legittimità evidente, è stata avanzata una serie di proposte che tendono a ripristinare la legittimità attraverso la questione della crisi climatica. Nessuna di queste proposte espresse in questo momento è all’altezza della sfida climatica, ma il movimento se si installa, se si unisce e se si democratizza, può prendersi ognuna di queste proposte e paragonarle a quanto c’è necessario per restare sotto 1.5 gradi, verificare per ognuna di queste proposte se è in grado di raggiungere questo obiettivo, e attraverso questo processo possiamo attivare un processo di radicalizzazione che dovrebbe arrivare al raggiungimento del programma anticapitalista del movimento. Può funzionare? Non ne ho idea. Ma sono certo di una cosa: non ci sono altre strade che possiamo seguire, quindi è questa quella che dobbiamo seguire, e attraverso questo trovare un nuovo internazionalismo e un progetto ecosocialista.

*Intervento di Daniel Tanuro all’iniziativa del 22 marzo 2019 promossa dal collettivo ecosocialista di Sinistra anticapitalista Roma organizzato con Planet2084 alla quale, con Daniel Tanuro (fondatore e teorico dell’ecosocialismo, autore de L’impossibile capitalismo verde, edizioni Alegre), hanno preso parte, intervenendo, l’urbanista Paolo Berdini, Ugo Poce e Bruno Buonomo. L’intervento di Tanuro è stato tradotto in simultanea da Barbara Balsamo e riadattato (nella forma che precede) da Giovanni Mazzitelli.

 

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