lunedì, luglio 22

Potere evangelico contro femminismo

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L’ondata evangelica e pentecostale cresce in modo esponenziale in tutta l’America Latina. È stato uno dei fattori chiave della vittoria politica dell’ultra-destra che ha portato a un successo prima impensabile il governo machista e militare di Jair Bolsonaro. Quel che si è verificato nel gigante del Sudamerica è sintomatico. Secondo l’antropologa Rosana Pinheiro, è impossibile separare il “bolsonarismo” dall’anti-femminismo: la crisi economica che ha colpito pesantemente le periferie urbane delle metropoli brasiliane è avvenuta proprio mentre cresceva, in pochissimi anni, un forte e inedito movimento per l’affermazione dei diritti delle donne, dei neri e delle persone lesbiche, gay, bisessuali o transgender. Gli ultimi. La reazione alla mobilitazione che criticava alla radice un potere fino allora indiscusso è stata violenta e impetuosa. L’identità maschile – la cui crisi è inseparabile da quella economica – ha visto per la prima volta minacciati i suoi indiscussi privilegi e perfino le donne povere brasiliane hanno vissuto in modo lacerante la contraddizione identitaria tra il sentirsi oppresse e il desiderio di non essere tra gli ultimi, di sembrare/stare dalla parte dei vincenti, un classico prodotto della colonizzazione dell’immaginario. Naturalmente, ancor più hanno pesato l’abbandono di ogni attività politica nei territori e nelle zone popolari, la corruzione e il senso di tradimento di fronte all’incalzare della crisi generato dall’ossessione della conquista delle istituzioni da parte delle forze progressiste. L’esito inevitabile è stato la consegna delle speranze di milioni di persone all’influenza perniciosa del marketing sociale capillare (e della fede esclusiva del “Dio che ti ama” se rifuggi il demonio) delle potenti sette religiose

Prima o poi, nei prossimi anni, l’ondata evangelica raggiungerà tutti i paesi dell’América Latina, perché sta crescendo in modo esponenziale, si sta trasformando in unotsunami sociale e politico capace di modificare gli scenari a cui ci siamo abituati. Dovremmo apprendere qualcosa da quello che sta succedendo lì dove quell’ondata s’è imposta.

Quello del Brasile è il caso più sintomatico della crescita evangelica e pentecostale. Gli studi che stanno uscendo mostrano che il successo di Jair Bolsonaro è stato possibile grazie all’elettorato evangelico. Tra la popolazione cattolica c’è stato un pareggio tra Bolsonaro e il candidato del PT, Fernando Haddad. Tra le altre religioni, così come tra gli atei e tra coloro che non professano alcuna religione, c’è stata una lieve maggioranza a favore del candidato di sinistra.

La differenza è stata invece schiacciante tra la popolazione evangelica, all’interno della quale Bolsonaro ha ottenuto più del doppio dei voti e con una differenza di 11 milioni di schede, cosa che ha sancito il suo trionfo. Altre analisi stimano che la maggiore differenza l’ha ottenuta tra le donne povere ed evangeliche, dove la differenza a favore dell’estrema destra sarebbe ancora maggiore.

Il cambiamento nelle tendenze religiose è molto importante in Brasile, in altri paesi della regione sembra stia avvenendo un processo simile sebbene più attenuato. Nel 1950, i cattolici rappresentavano il 93,5 per cento della popolazione e gli evangelici il 3,4. Nel 2010 la popolazione cattolica era scesa al 64 per cento e l’evangelica saliva al 22.

Nel 2017 un’indagine realizzata da una fondazione legata al PT, mostrava che tra gli abitanti delle periferie urbane delle grandi città stavano avanzando i valori individualisti che favorivano comportamenti conservatori.

Uno dei lavori più interessanti, per quel che riguarda la qualità, è stato realizzato nel Morro da Cruz, la maggiore periferia povera di Porto Alegre, che dal 1990 si era messa in evidenza per la crescente politicizzazione attraverso il bilancio partecipativo lanciato dal PT proprio in quella città. Il quartiere votava in massa per Lula, ma nel 2018 ha rovesciato il consenso optando per un consenso indiscutibile a favore di Bolsonaro.

La prima conclusione dell’antropologa Rosana Pinheiro, una delle protagoniste organizzative dello studio, dice che “è impossibile separare il bolsonarismo dall’anti-femminismo”. Osservare i cambiamenti in una medesima popolazione nell’arco di un decennio, le ha permesso di comprendere in modo dettagliato le motivazioni profonde di coloro che si rivolti verso l’ultradestra. Le sue conclusioni sono tremende, sebbene contraddicano altri studi.

Dal 2014, la crisi economica ha colpito in modo drammatico le periferie che si sono sentite abbandonate dal sistema politico. Intanto, dalle proteste del giugno del 2013 nasceva una nuova mobilitazione popolare di donne, neri e LGTB. “Per gli adolescenti della periferia, il bolsonarismo era una reazione alla nuova generazione di ragazze femministe, una novità assoluta in Brasile”, conclude la ricercatrice.

Molti mariti hanno sostenuto Bolsonaro considerandolo “un modo per aggredire le donne, che adesso hanno acquisito più potere”, aggiunge Pinheiro. Tra le altre ragioni, perché è impossibile separare la “crisi del maschio” da quella economica, perché esse si alimentano a vicenda.

La lotta per il riconoscimento delle minoranze nere, LGBT e delle donne si è dispiegata in Brasile solo nei passati cinque anni. Secondo Pinheiro, gran parte della popolazione vive in tensione e insicurezza con la propria identità, “divisa tra il ruolo di oppressa e il desiderio di stare al fianco dell’oppressore”. Rosana Pinheiro conclude così: “In conseguenza della colonizzazione, c’è anche una lotta costante per essere/sembrare dell’élite. È quel che può spiegare perché tanti poveri, neri, donne e LGBT hanno sostenuto Bolsonaro”.

Credo che queste analisi possano far luce su alcuni problemi che abbiamo nei movimenti anti-sistemici nell’affrontare la nuova destra.

Il primo è che non c’è altra via che il lavoro territoriale con i settori popolari, un lavoro diretto, senza scorciatoie istituzionali o politiche sociali. Solo la presenza militante nel territorio può permetterci di rovesciare questa situazione. Non possiamo attribuire i nostri fallimenti ai social network né ai media (che fanno il loro mestiere), ma al nostro abbandono dei territori popolari.

Il secondo problema è che è urgente affrontare il ruolo dei maschi, in generale, e quello dei giovani maschi poveri, in particolare. In un altro lavoro più ampio, Pinheiro e la collega Lucia Mury Scalco sostengono che uno dei fattori decisivi per la formazione di una gioventù “bolsonarista” è stata “la perdita di protagonismo sociale e la sensazione di de-stabilizzazione della maschilità egemonica”.

Ci siamo abituati male, al fatto che politiche macro, inspirate dalla Banca Mondiale, possano risolvere i problemi politici. Le tecnologie sociali che stanno “in alto” (nella parte “alta” della società, ndr) non possono sostituire l’organizzazione e la militanza che, così come l’educazione popolare, sono le sole capaci di modificare le realtà del “basso”.

Fonte originale: La Jornada

 

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