martedì, giugno 25

Cosa ha permesso la mobilitazione di Genova contro l’imbarco di armi per la guerra nello Yemen

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In questi giorni a Genova si è sviluppata una importante mobilitazione contro l’annunciato arrivo in porto della nave saudita Bahri Yanbu, un ro-ro cargo utilizzato per trasportare armi e mezzi militari con destinazione Arabia Saudita, un paese direttamente coinvolto in guerra nello Yemen.

La guerra “dimenticata” nello Yemen

Nello Yemen è infatti in corso da 4 anni una tragica guerra civile, dove l’Arabia Saudita interviene in modo diretto, a capo di una coalizione di nove stati arabi, che comprende anche Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar, e sostenuta dagli USA, con l’impiego di massicci bombardamenti nei territori settentrionali e occidentali del paese, controllati dai gruppi armati sciiti zayditi Huthi.

Esistono poi intere zone dello Yemen, in particolare nelle provincie orientali e meridionali, controllate da milizie di Al-Qa’ida o dell’Isis, che rendono ancor più complesso il quadro.

Aree residenziali sono state ripetutamente colpite da attacchi aerei condotti dalla coalizione guidata dai sauditi, e sono stati bombardati anche matrimoni, funerali, mercati e strutture mediche, comprese alcune di Medici senza Frontiere. Si calcolano in oltre 50.000 le vittime dirette della guerra, ma ben di più sono le vittime indirette a causa di malnutrizione, infezioni e carenze di cure mediche. Per un terzo, si tratta di bambini sotto i 5 anni. L’Agenzia per gli affari umanitari dell’ONU calcola che la guerra e il blocco imposto dalla coalizione hanno lasciato 24 milioni di abitanti, sui trenta complessivi, in condizioni di emergenza e bisognosi di aiuti umanitari. Si tratta della più grande emergenza alimentare mondiale, mentre la peggiore crisi di colera della storia moderna ha colpito oltre un milione di persone. Metà della popolazione non ha accesso all’acqua.

Sempre secondo l’ONU, si tratta della peggiore crisi umanitaria al mondo.

Il percorso della nave Bahri Yanbu

La Bahri Yanbu appartiene alla maggiore compagnia di navigazione saudita, la Bahri, società controllata dal governo saudita, e dal 2014 gestisce in monopolio la logistica militare di Riyadh.

La nave era salpata agli inizi di aprile dal porto di Corpus Christi, nel Texas (USA), e ha fatto poi scalo a Sunny Point, nel North Carolina, uno dei maggiori terminal militari del mondo, gestito direttamente dalla 596ª Brigata Trasporti dell’Esercito degli Stati Uniti.

Giunta in Europa, la Bahri Yanbu ha fatto o ha tentato di fare scalo in diversi porti, a Brema, Anversa e nel porto inglese di Tilbury. Ad Anversa è accertato abbia imbarcato sei container di munizioni.

Lo scorso 8 maggio avrebbe dovuto attraccare nel porto di Le Havre, ma qui ha trovato una forte mobilitazione da parte di comitati per i diritti umani e pacifisti, dei partiti politici della sinistra, dei dockers della CGT. In Francia, il mese scorso, il sito web investigativo “Disclose” aveva rivelato documenti dei servizi segreti francesi sulla fornitura e l’utilizzo di armi francesi all’Arabia Saudita impiegate nella guerra in Yemen.

A Le Havre si sarebbero dovuti imbarcare 8 cannoni semoventi della serie Caesar da 155 mm. e lunghi oltre 8 metri, prodotti dalla Nexter, azienda di costruzione di armamenti di proprietà dello Stato francese. In penose dichiarazioni espresse all’Assemblea Nazionale, il Governo Macron aveva sostenuto che … non era accertato il loro utilizzo nella guerra in Yemen. Si veda in proposito il comunicato dei nostri compagni del NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste) dello scorso 9 maggio, “Les livraisons d’armes françaises à l’Arabie saoudite doivent cesser !” (trad. “Le vendite di armi francesi all’Arabia Saudita devono cessare”) – vedi:

https://npa2009.org/communique/les-livraisons-darmes-francaises-larabie-saoudite-doivent-cesser

La Bahri Yanbu, dopo essere rimasta in rada per diverso tempo, ha dovuto rinunciare all’attracco e si è poi diretta verso il porto atlantico spagnolo di Santander. Anche qui si è registrata una mobilitazione di protesta. Successivamente è entrata nel Mediterraneo, con destinazione Genova, dove in un primo tempo era previsto l’arrivo per sabato 18 maggio.

Le iniziative di mobilitazione a Genova

Nella nostra città, oltre all’impegno di gruppi pacifisti, si è soprattutto sviluppata una mobilitazione decisiva tra i lavoratori portuali.

Già in occasioni precedenti di scalo a Genova di navi della compagnia Bahri, il CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), una struttura di movimento nel comparto del lavoro portuale, aveva denunciato l’imbarco al Genoa Metal Terminal (GMT) di bombe italiane prodotte dalla RWM e di carri armati. Ma stavolta, anche per le notizie che arrivavano dagli altri porti europei, si sono innescate le condizioni per organizzare una risposta più ampia, in particolare tra lavoratori portuali e attivisti sindacali, non solo del CALP, militanti politici della sinistra di classe, ecc., che ha sospinto la FILT, il sindacato dei trasporti della CGIL, già dal 15 maggio, ad assumere una forte posizione di contrasto all’imbarco di armi sospettate di poter essere utilizzate nella guerra in Yemen, con un comunicato della Segreteria, “I portuali boicottano il trasporto di armi!!!!”, in cui si dichiarava che “La FILT-CGIL di Genova farà tutto il necessario per impedire l’imbarco di materiale bellico nel nostro porto”.

Peraltro la stesse Segreterie nazionali della categoria e della confederazione hanno espresso il giorno successivo il loro sostegno “alla mobilitazione della FILT di Genova e dei portuali, per chiedere al Governo italiano di non consentire il permesso di attracco nei porti italiani alla nave Bahri Yanbu con il suo carico di armi, ancora una volta destinate alla guerra nello Yemen”.

Per meglio comprendere quel che è avvenuto anche nell’ambito della maggiore confederazione sindacale, occorre tenere presente che i portuali genovesi hanno una gloriosa tradizione di lotte, non solo di carattere sindacale. Si pensi ad esempio al decisivo intervento dei portuali, i “ragazzi dalle magliette a strisce”, il 30 giugno 1960, quando fu respinto il tentativo di celebrare il Congresso del MSI a Genova, che innescò poi le giornate del luglio in altre città e la caduta del Governo Tambroni; oppure le battaglie internazionaliste, come l’imbarco della nave carica di aiuti verso il Vietnam del Nord, ai tempi dell’aggressione imperialista USA. E anche oggi, pur se ridotti di numero (un tempo la Compagnia Unica impiegava 8.000 lavoratori, oggi poco più di 1.000, con circa il doppio direttamente dipendenti dalle aziende dei terminal portuali, oltre a quelli dei servizi nautici e portuali come rimorchiatori, ormeggiatori, ecc.) e in un porto privatizzato, continuano a essere vive forti istanze radicali che si sono anche recentemente espresse, inparticolare, nelle lotte contro l’autoproduzione (i tentativi degli armatori di far operare i lavoratori marittimi della stessa nave per le operazioni di imbarco e sbarco delle merci). Non è un caso che, per esempio, nel recente Congresso CGIL, nell’insieme del comparto portuale genovese, il Documento alternativo “Riconquistiamo tutto!” abbia ottenuto oltre il 23% dei consensi tra gli iscritti FILT.

L’assemblea aperta, il presidio, lo sciopero

Nel pomeriggio di venerdì 17 i delegati FILT del Consiglio dei Delegati della storica Compagnia portuale (la CULMV, Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie “Paride Batini”) hanno promosso un’assemblea pubblica aperta, molto partecipata, che ha messo le basi per le iniziative di mobilitazione.

Negli incontri che i rappresentanti della FILT e della Camera del Lavoro hanno avuto in Prefettura, le autorità (prefetto, Capitaneria di Porto, Autorità di Sistema Portuale) hanno tentato di rassicurare che nello scalo genovese non era previsto l’imbarco di armi e mezzi militari, stando alla documentazione presentata dall’agenzia marittima. Ma già sabato 18 sulla pagina facebook del CALP venivano pubblicate le foto del carico, già arrivato al GMT, di cui era previsto l’imbarco. Si veda l’articolo sull’edizione genovese on line de “la Repubblica”, “Nave delle armi, i portuali rivelano il carico in attesa a Genova” – vedi:

https://genova.repubblica.it/cronaca/2019/05/18/foto/nave_delle_armi_i_portuali_rivelano_il_carico_in_attesa_a_genova-226600387/1/#1

Giustamente, secondo il CALP, le affermazioni delle autorità che garantivano che a Genova non sarebbero imbarcate armi nascondevano un’ipocrisia di fondo: “Un generatore elettrico ad uso militare è un’arma da guerra? Se alimenta un campo da cui partono incursioni o bombardamenti, come lo considera la Capitaneria di Porto? Questa “merce varia” è già a ponte Eritrea, Genoa Metal Terminal, pronta per essere imbarcata lunedì sul Bahri Yanbu, destinazione Jeddah. La ditta che li produce, Teknel, è convenzionata con la NATO e produce servizi logistici militari”.

Il CALP rompeva gli indugi e convocava quindi per le 6 della mattina di lunedì 20 un presidio di portuali e cittadini solidali al varco portuale di ponte Etiopia, il varco più vicino al GMT.

E nel tardo pomeriggio della domenica arrivava la dichiarazione della Segreteria della FILT, che anch’essa chiamava al presidio al varco di ponte Etiopia e proclamava lo sciopero, a partire dal primo turno di lavoro della mattina di lunedì, “per tutti servizi e le operazioni portuali di mare e di terra, comunque garantendo i servizi di sicurezza, che vedano coinvolta la motonave Bahri Yanbu nel porto di Genova. Riteniamo di dare un piccolo contributo ad un problema grande per una popolazione che viene uccisa giornalmente. Vogliamo segnalare all’opinione pubblica nazionale e non solo che, come hanno già fatto altri portuali in Europa, non diventeremo complici di quello che sta succedendo in Yemen. Ci saremmo aspettati che il Governo e le istituzioni avessero rispettato gli accordi internazionali. Noi continuiamo a pensare che i porti italiani debbano essere aperti per le persone e chiusi alle armi.”

Va infatti anche segnalato che esistono più risoluzioni del Parlamento Europeo che, fin dal 2016, hanno invitato gli Stati membri ad astenersi dall’esportare armi verso l’Arabia Saudita, essendo un paese impegnato in un conflitto militare, ma si tratta di un invito raccolto solo da alcuni Stati, tra cui la Svezia e la Germania. Non dall’Italia. E non solo dall’attuale Governo Lega – M5S ma anche dai precedenti Governi a guida PD. Proprio la senatrice genovese PD Roberta Pinotti, ministro della Difesa dal 2014 al 2017 nei Governi Renzi e Gentiloni, ha promosso accordi militari e contratti milionari con l’Arabia Saudita, come ad esempio denunciavano la Rete Italiana per il Disarmo e Amnesty International nel comunicato “La Ministra Roberta Pinotti in Arabia Saudita per promuovere contratti militari in spregio ai diritti umani” del 6 ottobre 2016 – vedi:

La Ministra Roberta Pinotti in Arabia Saudita per promuovere contratti militari in spregio ai diritti umani

Il presidio, fin dalle prime ore della mattina di lunedì, ha visto partecipare, oltre a lavoratori portuali fuori dal servizio e delegati sindacali non solo della FILT, militanti della sinistra di classe ma anche associazioni pacifiste, esponenti di Amnesty International e perfino un gruppo scout di ragazzi e ragazze dell’AGESCI.

Nel corso della mattinata, con la Bahri Yanbu che aveva attraccato ma senza poter aprire i portelloni, gli ulteriori incontri in Prefettura con i rappresentanti sindacali hanno determinato che i due generatori elettrici dell’azienda bresciana Teknel Defence non sarebbero stati imbarcati e quindi spostati al Centro Smistamento merci del porto per verificare la loro “natura”, quanto meno ambigua, tra civile e militare. Lo sciopero si è così concluso e la nave ha potuto imbarcare soltanto le altre merci di accertato uso civile.

La Bahri Yanbu va via dall’Italia

Diverse notizie davano per certo che i due generatori elettrici sarebbero poi stati trasferiti via terra per essere imbarcati nel porto de La Spezia. Non solo, perché altre voci indicavano che anche i cannoni Caesar non imbarcati a Le Havre stavano per arrivare via treno a La Spezia.

In ogni caso, anche a La Spezia, sull’esempio della vicenda genovese, diverse associazioni si stavano già mobilitando. E nel pomeriggio di lunedì anche le Segreterie FILT e CGIL della Liguria proclamavano preventivamente lo sciopero in tutti gli scali liguri per tutte le eventuali operazioni che avessero coinvolto la Bahri Yanbu.

Invece la nave, nella tarda serata di lunedì, è ripartita da Genova e non ha fatto più scalo in nessun porto italiano. Mentre scriviamo, risulta che abbia già ormai oltrepassato lo stretto di Messina e si stia dirigendo verso il porto egiziano di Alessandria.

In ultimo, alcune brevi riflessioni

La mobilitazione genovese ha quindi avuto successo. La notizia dello sciopero dei portuali ha travalicato i confini nazionali.

Certo, è una piccola e parzialissima vittoria, rispetto all’immane tragedia che vivono le popolazioni dello Yemen. Ma si tratta al contempo di un risultato importante, per la sua valenza politica, anche perché pone un punto fermo, d’ora in poi, rispetto ai traffici e alle forniture di armi, quanto meno verso paesi direttamente impegnati in conflitti bellici.

Ed è possibile, se non probabile, che quella che si è svolta a Genova possa essere una vicenda che sia di esempio per mobilitazioni contro i traffici di armi in altri porti italiani ed europei.

Si è trattato di una battaglia che ha saputo tenere insieme i diversi aspetti, il conflitto sindacale con l’impegno politico internazionalista e di classe. A dimostrazione che se si muovono comparti centrali della classe operaia e lavoratrice, se viene affermata con forza l’autonomia di classe, se un sindacato di massa prende posizione, tutto ciò riesce ad essere un moltiplicatore decisivo e inarrestabile.

Siamo davvero contenti per questa preziosa battaglia che si è sviluppata nella nostra città.

 

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