martedì, maggio 21

Raúl Zibechi: «L’unica via d’uscita per il bolivarismo è un nuovo Caracazo»

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Intervista con lo scrittore, giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi. «Ci vuole un intervento popolare: non c’è soluzione dall’alto. Dal 2002, dal golpe contro Chávez, gli Usa cercano di mettere fine al processo chavista. Ci saranno altre azioni di destabilizzazione, forse preparate meglio di quest’ultima», un’interessante intervista a cura di Claudia Fanti da ilmanifesto.it/.

Il fallito tentativo di golpe del 30 aprile in Venezuela ha dimostrato, tra le altre cose, è che gli Usa hanno perso quel potere indiscusso che consentiva loro di dare ordini e di attendersi che fossero immediatamente eseguiti. Ma, secondo lo scrittore, giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi, a cui abbiamo chiesto un’opinione sugli ultimi eventi venezuelani, neppure il governo Maduro presenta grandi margini di manovra. Perché, senza una decisa – ma nell’immediato assai ardua – svolta economica, il processo chavista rischia realmente di morire dissanguato.

Un altro golpe fallito in Venezuela. Come si spiegano tanti errori da parte di Guaidó e degli Usa che lo manovrano?

Nella storia recente, gli Usa hanno avuto il potere di imporre le loro politiche in tutto il mondo, e in particolare in America latina, il loro patio trasero, attraverso una lunga sequenza di interventi militari, colpi di Stato, sabotaggi e le più diverse forme di ingerenza, da quelle brutali a quelle relativamente sottili. Oggi tuttavia non dispongono più della capacità di far valere i propri interessi che possedevano, per esempio, 30 anni fa. Sono una potenza in declino e non possono più dare ordini e aspettarsi che gli altri obbediscano. E questo è risultato molto evidente nel tentativo di Juan Guaidó di spingere le forze armate a sollevarsi contro il governo chavista. Il disastro del 30 aprile rivela l’inettitudine degli inquilini della Casa bianca, che, invece di prendere atto della realtà, hanno architettato una manovra che riempirebbe di vergogna i loro predecessori, i golpisti degli anni ’60 e ’70. Ma ciò non vuol dire che resteranno a braccia conserte. È perlomeno dal 2002, con il golpe contro Chávez, che cercano il modo di mettere fine al processo chavista. Verranno sicuramente altre azioni di destabilizzazione, forse preparate meglio di quest’ultima.

Trump minaccia ora di imporre misure «devastanti» contro il Venezuela. Cosa potrebbe accadere?

Credo che lo scenario resterà più o meno lo stesso: l’opposizione si mobiliterà, il governo resisterà e la situazione dell’economia e della diplomazia non subiranno variazioni. Gli Stati uniti non possono scatenare una guerra contro il Venezuela e neppure intervenire per mezzo di altre nazioni. Dopo i fallimenti in Siria, in Afghanistan e in Iraq, semplicemente non sono in condizioni di mandare i marines a invadere il paese. E il Brasile si rifiuta di appoggiare un intervento, perché, per quanto i militari vogliano la caduta di Maduro e la fine del chavismo, sanno che l’invio dell’esercito avrebbe gravi conseguenze interne, soprattutto economiche e sociali. Per quanto siano reazionari, i militari brasiliani sono autonomi dal Pentagono. Inoltre, se optassero per l’intervento, gli Usa dovrebbero vedersela con la Russia, e questo al momento non rientra nei loro piani. E c’è anche da tener conto che Trump non ha margini di manovra illimitati, perché questo è un anno pre-elettorale. In questo quadro, ciò che è avvenuto il 30 aprile è un tentativo di golpe come ce ne sono già stati e come sicuramente ce ne saranno, in un lungo processo destinato a isolare, indebolire e confondere. L’obiettivo degli Usa è chiaro e per raggiungerlo faranno in modo che l’economia si deteriori ancor di più e che, di conseguenza, aumenti la sfiducia della popolazione nei confronti del governo.

Che potrebbe fare Maduro per salvarsi?

Mi sembra chiaro che il suo margine di manovra sia molto stretto se non riesce a imprimere una vera svolta in campo economico. Il punto decisivo è l’economia, a partire dall’inflazione e dalla crisi della produzione petrolifera. Un paese non può resistere con un tale disordine economico, con un tasso di inflazione come poche volte è capitato di vedere nella storia recente. Cuba non ha mai vissuto niente di simile, per quanto l’embargo e l’aggressione militare fossero molto più gravi che nel caso del Venezuela.

Ciò vuol dire che la rivoluzione bolivariana potrebbe avere i giorni contati?

Ci vorrebbe un deciso cambio di direzione, ma non vedo da dove possa venire. In realtà, per uscire dalla trappola dell’embargo statunitense e della paralisi governativa, sarebbe necessario un nuovo Caracazo, un intervento potente del popolo per dire “qui comandiamo noi, noi poveri, noi delle periferie, noi che veniamo dal basso”. Non c’è una via d’uscita dall’alto, per iniziativa dei militari e della burocrazia dello Stato. La logica che parte dall’alto gioca a favore dell’impero. In Venezuela, peraltro, non c’è stata una rivoluzione come è avvenuto a Cuba: c’è stata una vittoria elettorale con un’ampia mobilitazione sociale. Tuttavia, il governo bolivariano ha avuto un grande livello di legittimità interno, un appoggio enorme e attivo di una gran parte della popolazione. Un appoggio entusiasta di cui, però, ora si sente la mancanza. Se io fossi Maduro, penserei a quale sarebbe il costo minore per il processo di cui è a capo. Una soluzione potrebbe essere quella di convocare nuove elezioni. Anche nel caso in cui le perdesse, il chavismo potrebbe conservare una parte del potere. Restare alla guida di una nave che affonda non mi sembra una soluzione adeguata. Soprattutto considerando che il suo futuro dipende dall’appoggio militare, un fatto che non rappresenta mai un buon segno. I processi popolari non possono né devono dipendere dai militari, che costituiscono sempre un’istanza conservatrice, gerarchica e patriarcale.

Cosa significherebbe la caduta del governo bolivariano per l’America latina?

Si tratterebbe di un autentico e profondo disastro. E non solo perché buona parte dei governi della regione ha appoggiato il Venezuela, ma soprattutto perché una parte importante dei movimenti popolari ha sostenuto con entusiasmo il chavismo, cosicché la sconfitta del processo bolivariano sarebbe, in qualche modo, anche una loro sconfitta. Penso che l’impatto potrebbe essere anche maggiore di quello del crollo dell’Unione Sovietica. Perché Mosca è molto lontana, e per quanto l’effetto della sua caduta sia stato profondo, è rimasto comunque circoscritto ai partiti comunisti e agli intellettuali. Ma ora è diverso, ci sono milioni di persone che hanno creduto che questo fosse il cammino giusto, che fosse nata una speranza di cambiamento in maniera pacifica e all’interno delle istituzioni. Per questo gli Stati uniti non interverranno militarmente, perché quello che più interessa loro è che il processo muoia dissanguato, per dare ai popoli una lezione. E su questo punto ci troviamo di fronte a una situazione realmente disastrosa.

 

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