mercoledì, luglio 24

Sciopero delle donne in Ticino, riflessioni e spunti per continuare

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Dopo l’entusiasmante giornata del 14 giugno che ha visto una partecipazione, anche in Ticino, al di là delle più rosee aspettative è importante fare una riflessione su questa mobilitazione e cercare di capire come continuare.

Una partecipazione importante e determinata

Sicuramente la manifestazione conclusiva della giornata di sciopero è stata un successo. Dai tempi forse delle Officine non si vedeva così tanta gente in piazza governo (non eravamo certo 10’000 come annunciato, ma sicuramente vi erano 5-6’000 persone, una partecipazione eccezionale per la storia sociale del cantone). Un corteo non solo numeroso, ma anche rumoroso, animato e determinato. Insomma si può senz’altro dire che l’utilizzo della parola sciopero e di rivendicazioni comunque radicali (il manifesto dei 19 punti esprimeva chiaramente una posizione di opposizione alle politiche dominanti) non è stato, come alcuni e alcune hanno cercato di sostenere fino al giorno prima della manifestazione, un freno alla mobilitazione; ma, anzi ha permesso l’espressione di una vera marea femminista, antirazzista, antisessista e anticapitalista.
Importante anche la partecipazione di molte giovani e giovanissime donne che, forse per la prima volta, hanno partecipato ad un’azione di questo tipo esprimendo una volontà e una capacità impressionante di rendersi visibili e mobilitarsi per i loro diritti.
Durante l’intera giornata si sono poi sviluppate una serie di piccole, ma significative azioni, per lo più nate dal basso.
In numerose scuole superiori e medie, su iniziativa di alcune donne del collettivo ilotto, sono nati gruppi spontanei di docenti e studentesse che hanno dato vita, già nelle settimane precedenti lo sciopero, ad azioni di sensibilizzazione e discussione che hanno anche portato all’adozione di risoluzioni e prese di posizioni con rivendicazioni concrete. Da una parte con la richiesta di modificare i piani di studio e la formazione dei docenti tenendo conto della dimensione di genere e, dall’altra, chiedendo azioni più incisive per evitare il doppio carico di lavoro e la possibilità reale per le donne di assumere pienamente la propria vita lavorativa in un settore in cui le donne sono la maggioranza dei dipendenti.
La stessa dinamica si è osservata alla RSI dove un gruppo di giornaliste ha redatto e fatto firmare a oltre 300 collaboratori e collaboratrici una lettera di intenti per un’informazione libera da stereotipi di genere e sessisti. Anche qui l’iniziativa è nata dal basso riuscendo a trascinare poi anche il sindacato in questa dinamica.
Un altro gruppo di donne della città di Lugano ha approfittato della giornata di sciopero per lanciare una petizione rivolta al Municipio per richiedere maggiori servizi di sostegno alle famiglie e alle donne.
Il collettivo iolotto ha inoltre organizzato uno sciopero itinerante che ha toccato alcuni punti simbolo delle discriminazioni delle donne: la dogana di Chiasso per mettere l’accento sulla questione delle donne frontaliere e delle migranti, un centro commerciale per ricordare la situazione di sfruttamento delle donne impiegate nella vendita e per sottolineare anche l’importanza di effettuare uno sciopero del consumo, la RSI per solidarizzare con le giornaliste in sciopero e il centro richiedenti asilo di Cadro riuscendo a coinvolgere nella mobilitazione anche una dimensione dimenticata dalle organizzazioni sindacali e femminili: le donne migranti.
Per finire di sicura importanza l’iniziativa della casa dello sciopero di Locarno che per una settimana intera ha proposto attività culturali e momenti di riflessione e mobilitazione che hanno coinvolto centinaia di donne.
Sappiamo inoltre, e questa forse è una delle cose più interessanti, che in diversi luoghi di lavoro in modo del tutto spontaneo gruppi di lavoratrici hanno organizzato piccoli momenti di pausa, di mobilitazione o hanno indossato vestiti viola per mostrare sostegno allo sciopero; in alcuni luoghi poi i colleghi uomini si sono resi disponibili per sostituire le colleghe e permettere loro di partecipare alla manifestazione. Impossibile sapere la reale portata e il numero esatto di queste piccole azioni, ma da quello che si riesce a cogliere esse sono molte di più di quelle che ci si poteva aspettare.

I limiti dell’azione sindacale e sui luoghi di lavoro

Per fare un serio bilancio della giornata e della mobilitazione è comunque importante mettere in evidenza alcune fragilità ed elementi di debolezza.
In particolare, per lo meno per quanto riguarda il Ticino, non ci sono stati veri e propri momenti di sciopero in nessuna realtà o settore significativo. Il settore pubblico, ad eccezione delle scuole dove la dinamica è nata dal basso, la mobilitazione non si è sviluppata e in nessun luogo ci sono state significative astensioni dal lavoro. Addirittura, laddove le organizzazioni sindacali hanno cercato di interloquire con le direzioni si sono trovate soluzioni a dir poco ridicole: pensiamo per esempio all’Ente ospedaliero che ha concesso 15 minuti di pausa pagata a tutti i dipendenti, uomini e donne, in servizio il 14 giugno premiando di fatto chi lavorava. Anche alla Posta le iniziative che ci sono state sono venute per lo più dalle direzioni aziendali che hanno concesso piccoli momenti di pausa, snaturando nei fatti la dimensione conflittuale della mobilitazione.
Nel settore privato la musica non è cambiata e le poche iniziative sindacali promosse sono passate del tutto inosservate, anche perché scarsamente significative.
Del resto questo non sorprende visto il ritardo con cui le organizzazioni sindacali hanno aderito all’idea dello sciopero (la prima riunione del fantomatico coordinamento cantonale è avvenuta nel mese di gennaio), le reticenze delle stesse organizzazioni nei confronti dello strumento dello sciopero (il principale oggetto di discussione durante le riunioni era la difficoltà a mobilitare vista la presunta illegalità dello sciopero) e l’impostazione data allo stesso coordinamento costruito come punto di incontro delle diverse organizzazioni femminili e femministe e non come luogo dove tutte le donne (organizzate o meno) potessero partecipare, organizzare e decidere tempi e modalità di azione.
Un’impostazione che si è tradotta in modo esemplare nella gestione della presa di parola dal palco: si è voluto dare voce a tutte le donne “rappresentative” di determinate associazioni o organizzazioni (alcune delle quali si erano anche schierate contro lo sciopero in quanto tale e molte delle quali si erano a suo tempo battute in difesa della revisione AVS 2020 che prevedeva l’aumento dell’età di pensionamento delle donne e che è stata una delle campagne all’origine della mobilitazione di sciopero) e nessuna donna lavoratrice che avrebbe potuto portare una testimonianza reale delle condizioni economiche e sociali, insomma nessun intervento per le donne che durante la giornata si erano mobilitate, avevano organizzato qualche azione e potevano quindi portare la loro esperienza diretta e concreta.
Un vero peccato proprio perché vista la reale capacità delle donne di mobilitarsi e la volontà di essere presenti, la possibilità di avere ancora più donne e soprattutto donne salariate organizzate sui luoghi di lavoro era possibile e a portata di mano, se solo le organizzazioni sindacali avessero fatto il loro lavoro.
Questo aspetto negativo traduce certo il ritardo, ormai cronico e forse irreversibile, delle organizzazioni sindacali nei settori fortemente caratterizzati da una presenza femminile: sanità, commercio, alcuni settori industriali. Una difficoltà di presenza organizzata e attiva, ma, soprattutto, una difficoltà a capire quali sono le reali esigenze delle donne lavoratrici, del rapporto problematico tra la loro condizione di salariate e il resto del lavoro (in particolare quello di cura) che la società continua ad assegnare loro.

Prospettive

Si tratta ora di riflettere su come capitalizzare e incanalare tutte le energie positive scaturite da questa mobilitazione. Sicuramente si tratta di partire dai numerosi collettivi di base che sono nati nelle scuole e in alcuni luoghi di lavoro, di fare tesoro di alcuni contatti che si sono potuti instaurare in alcuni settori e rafforzare il lavoro di questi gruppi.
Obiettivo dovrebbe essere quello di riuscire ad articolare una mobilitazione permanente generale organizzata attorno ad alcune scadenze (incontri mensili, giornata contro la violenza, 8 marzo, etc.) con la costruzione e il rafforzamento di collettivi e gruppi di base nei luoghi di lavoro e nelle scuole che possano costruire campagne concrete su obiettivi precisi come le condizioni di lavoro, la cosiddetta conciliabilità lavoro e famiglia e l’educazione di genere.
Le difficoltà ad andare in queste direzione non saranno poche. A cominciare dall’atteggiamento di una parte di coloro che hanno “gestito” questa giornata (pensiamo alle direzioni sindacali, ad alcuni partiti politici) sono più interessati a tradurre in termini istituzionali questa grande mobilitazione. In altre parole la mobilitazione diventa uno strumento per far avanzare le rivendicazioni su quello che per loro è il terreno principe: cioè quello istituzionale. Ora, non negando che possa essere utile avanzare proposte (nella misura in cui sono concrete) per modifiche di legge che combattano le discriminazioni di genere, è altrettanto chiaro che esse potranno avanzare su quel terreno solo con una continuazione e una approfondimento della mobilitazione.
A questo si aggiunge l’idea di mettere al servizio di obiettivi elettorali (le elezioni nazionali sono alle porte) questa grande mobilitazione. Una sorta di logica di “empowerment” che sembrano abbracciare sia le organizzazioni femministe borghesi che quelle di ispirazione social-liberale, unite nella logica del maggior potere alle donne nell’ambito dei “posti di comando”: istituzioni politiche, governi, direzioni aziendali, consigli di amministrazione, etc.
Da parte nostra, laddove siamo attive, difenderemo invece l’orientamento di un femminismo anticapitalista; convinte che l’oppressione di genere sia strettamente connessa con il funzionamento strutturale, normale oseremmo dire, del capitalismo. E che quindi è solo modificando radicalmente questo sistema, abbattendolo nelle sue fondamenta che si potranno porre nuove basi perché l’oppressione di genere possa essere eliminata.

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