mercoledì, luglio 24

Contro il governo gialloverde, più che mai lotta di classe

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Mentre il riscaldamento climatico mostra tutta la sua drammatica forza in questo inizio dell’estate, quattro questioni socio-economiche configurano con chiarezza la natura e le politiche del governo gialloverde nonché le dispute delle diverse componenti della classe capitalista e l’evidente difficoltà del mondo del lavoro ad affermare le sue ragioni alternative.

Umanità versus centurioni e caporali

La prima è quella più eclatante ed anche quella più immediatamente violenta, di cui Salvini è dominus indiscusso: è la politica dei respingimenti dei migranti, della criminalizzazione e possibilmente dell’imprigionamento di coloro che li soccorrono, della costruzione dell’odio, dell’assuefazione ed anzi dell’affermazione della disumanità come valore necessario e positivo dei nostri tempi da sempre codice delle forze fasciste e nazionaliste (oggi cosiddette sovraniste) dell’estrema destra. Non bisogna mai dimenticarsi che attraverso queste politiche si perseguono la divisione e la contrapposizione delle classi lavoratrici.

L’eco e la solidarietà verso la determinazione e il coraggio di Carola Rackete nell’affermare le supreme leggi del mare, della solidarietà e del salvataggio sono stati grandi e fanno ben sperare; così come la sentenza che le ha ridato la libertà, anch’essa opera di una donna coraggiosa, smontando il nero decreto sicurezza e ristabilendo le norme fondamentali del diritto internazionale, costituiscono una indubbia sconfitta per il piccolo mussolini (speriamo che resti tale e che la sua resistibile ascesa si interrompa) venuto dalle più cupe pieghe padane.

Ma la soddisfazione finisce qui per una serie di ragioni.

Salvini ha costruito su questo terreno un consistente sostegno di aree sociali disorientate e spaventate, alcune interessate e fortemente attaccate alla “loro roba” ed oggi alza il tiro avanzando il suo progetto di stato forte di polizia, tra cui l’asservimento dei giudici alle politiche governative, spingendo l’acceleratore sulle “misure di sicurezza interna” quelle che colpiscono il diritto di mobilitazione e di lotta, volte a comprimere e reprimere le resistenze operaie e sociali alle politiche economiche e sociali della classe padronale. Non c’è ancora una percezione piena di quale sia la dimensione e la gravità antidemocratica delle nuove misure introdotte.

Peraltro il ministro dell’interno ha avuto gioco facile nel respingere le critiche dei governi europei, da quello francese a quello tedesco ricordando loro che sono correi e responsabili delle stesse infami politiche nei confronti dei migranti. E Macron è stato in prima fila nel mettere in piedi uno stato di polizia contro i movimenti sociali.

Se Salvini assume le sembianze di un ducetto, il M5S, sposando queste politiche, continua la sua discesa agli inferi insita nella sua natura qualunquista e reazionaria; i suoi capi confermano di appartenere a una delle categorie del libro di Sciascia, “ominicchi” o “quaquaraquà”; tutti insieme entrano a pieno titolo nella galleria dei personaggi della peggiore storia italica.

Non meno importante è rilevare l’atteggiamento avuto delle forze borghesi italiane e dai loro giornali, anche di quelle più critiche verso il governo che, di fronte alla scelta di Carola di sfidare le leggi ingiuste, immediatamente si sono tirati indietro, riprendendo i frusti ritornelli dei doppi estremismi; appena si passa dalle parole all’azione concreta e alla lotta, viene avanzato la necessità del pieno rispetto delle loro leggi, espressione della loro appartenenza di classe. Non a caso non parlano mai del comportamento della polizia durante i picchetti di sciopero davanti alle fabbriche.

Non sarà dalle componenti capitaliste liberiste che verrà la forza per fermare l’ascesa dei partiti reazionari (anche se vogliono contenerli, per ragioni di direzione politica ed economica dello Stato) e difendere fino in fondo le libertà democratiche, ma solo dalle nostre mobilitazioni.

Il teatro dei pupi e la commissione europea

La seconda questione è quella del rapporto tra l’Italia e l’Europa cioè la disputa sull’apertura o meno da parte di Bruxelles di un procedimento d’infrazione per debito eccessivo da parte del nostro paese.

Su questo Salvini ed anche Di Maio sono andati a gara nel proclamare la presunta libertà di scelta del governo, alzando i toni e le grida a puro scopo propagandistico, quando invece la realtà è stata ben diversa. Per altro tutti i giornali sono andati a gara nel banalizzare o coprire quanto è avvenuto, sottolineando solo il venir meno della procedura di infrazione e, almeno per ora, del contenzioso europeo. Il Manifesto ha titolato giustamente: “Dopo tante urla procedura di obbedienza”. Il governo italiano si è cioè adeguato a quanto richiesto dai commissari europei al fine di evitare una multa miliardaria nonché il blocco dei fondi strutturali europei e l’esclusione dagli acquisti della BCE. Una resa totale alle normative europee che si è espressa attraverso due strumenti, un forte assestamento di bilancio e un decreto legge che dirotta 1,5 miliardi non spesi per quota 100 e reddito alla riduzione del debito. Insieme queste due misure valgono 7,6 miliardi che riportano il debito italiano dal 2,4% al 2,04%, cioè esattamente quanto era stato concordato con Bruxelles nell’autunno dell’anno scorso.

Se si considera che la manovra correttiva del governo Gentiloni l’anno scorso era stata di 3,5 miliardi si può avere la misura dell’obbedienza del governo italiano in questo caso guidato dal governo ombra di Conte, Tria e Mattarella, a cui Salvini e Di Maio si sono piegati senza particolari problemi non avendo alcuna freccia nel loro arco e non potendo opporsi ai superiori interessi della borghesia italiana nel contesto europeo.[i]

Un terzo elemento, la lettera di intenti per il 2020 del governo italiano alla Commissione europea, cesprime l’impegno dell’Italia a conformarsi alle norme del fiscal compact anche se non vengono ancora indicati i termini numerici su cui l’esecutivo italiano intende muoversi.

La partita si sposta quindi in autunno, anche se al Ministero di Economia e Finanza già si lavora per cercare di far quadrare quello che è impossibile far quadrare: la finanziaria per il 2020 ha di fronte, in primo luogo, lo scoglio di evitare l’aumento dell’IVA, cioè 23 miliardi. Difficile trovare una cifra del genere, ma ancor più difficile se Salvini riuscisse ad imporre il suo slogan propagandistico della flat tax, quella riduzione fiscale di cui ha bisogno per dare qualcosa di molto concreto ai suoi sostenitori, ai tanti padroni e padroncini a cui non può bastare la “caccia al migrante”. Se poi si aggiungesse anche la proposta del M5S sul salario minimo, il rebus diventerebbe ancora più difficile da risolvere. Anche considerando le condizioni più favorevoli di sviluppo dell’economia, cosa del tutto incerta visto le debolezze e le contraddizioni dell’attuale ciclo economico, ci si trova di fronte a una possibile finanziaria da 30 miliardi. Dove trovare i soldi, dove tagliare? Il movimento dei lavoratori dovrà essere in campo con estrema forza per evitare il peggio.

Schèi e danee: lasciate che i soldi vengano a noi

La terza questione riguarda il problema capitale della cosiddetta autonomia differenziata delle Regioni su cui si sono consumate già diverse riunioni del Consiglio dei ministri (la prossima è giovedì 11 luglio) e sulla quale c’è stata un’informazione e una pubblicità molto ridotta da parte degli organi di stampa, anche perché la porcheria è tale che i protagonisti avrebbero voluto che il tutto si svolgesse nelle remote stanze del governo e di alcuni “governatori” regionali.

Ed infatti un accordo era già stato raggiunto dal precedente governo con i presidenti di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per una autonomia rafforzata di queste regioni che dovrebbero poter incamerare tutte le risorse fiscali raccolte nel proprio ambito, andando verso una autonomia totale in termini di scuola, ma anche di sanità, di beni culturali e di molte altre materie (23 in totale, per la precisione) all’interno di un processo di divisione della Repubblica. Le lavoratrici e i lavoratori si troverebbero confrontati a divisioni di stipendio estremamente forti, a un vero e proprio ritorno alle gabbie salariali. Siamo di fronte a una bomba economica e sociale che porterebbe all’estremo le polarizzazioni del paese, colpendo a morte innanzitutto il Sud, che vedrebbe aggravata l’emorragia di giovani e diventerebbe terra di scorribande a beneficio di padroni e padroncini nazionali e internazionali (si pensi, ad esempio, alle famigerate Zone Economiche Speciali, che vedrebbero proprio nel Mezzogiorno luogo di sperimentazione). Al tempo stesso, occorre contrastare con forza anche l’idea che dell’autonomia differenziata beneficerebbe un generico quanto indistinto Nord: le risorse così ricavate, verrebbero orientate dai “governatori” delle Regioni settentrionali alla riduzione dell’imposizione fiscale alle imprese e alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, con l’obiettivo di aumentare la “competitività”. Il quadro è dunque quello di una borghesia che disporrebbe da una parte pienamente delle leggi del mercato e del quadro istituzionale capitalista europeo e che dall’altro si appropriarebbe più direttamente e totalmente delle risorse prodotte in una determinata regione in una logica di totale concorrenzialità delle regioni stesse. Uno scenario mortale per l’unità delle classi popolari e per il mantenimento di livelli decenti di servizi (a partire dalla scuola, dalla sanità e dai trasporti) garantiti in tutto il paese. In proposito si veda qui

Su questo le forze borghesi che si oppongono al governo gialloverde tacciono e così anche il PD, che ne è pienamente correo; il presidente PD dell’Emilia Romagna protesta per i ritardi del governo di condurre in porto la procedura di autonomia. Per quanto riguarda i sindacati (ad eccezione dei sindacati conflittuali e della corrente di sinistra CGIL “Riconquistiamo tutto”) e quindi anche la CGIL, assistiamo a una gravissima mancanza di orientamento e d’iniziativa a partire dalla denunzia tra i lavoratori del pericolo che incombe.

Per costruire una risposta di lotta e mobilitazione si è svolta una prima assemblea nazionale a Roma domenica 7 luglio che ha prodotto le seguenti mozioni:

http://manifestodei500.altervista.org/wp-content/uploads/2019/07/DICHIARAZIONE-CONCLUSIVA.pdf

http://manifestodei500.altervista.org/wp-content/uploads/2019/07/Appello-FINALE-ai-sindacati.pdf

La nostra organizzazione partecipa e sostiene appieno questa costruzione di un movimento nazionale contro il cosiddetto regionalismo differenziato.

Il nodo lavoro e salario

Gli esponenti del governo hanno strombazzato i dati Istat relativi all’aumento dell’occupazione che si è prodotta nell’ultimo mese e che avrebbe raggiunto un risultato record con la disoccupazione al di sotto del 10%, livello minimo dal 2012. E’ opportuno ricordare che le modalità di calcolo dell’occupazione sono stati taroccati alcuni anni fa (in Italia e in Europa) introducendo il criterio per cui una persona viene considerata occupata se nella settimana di riferimento ha lavorato almeno… un’ora!

Ma la dura realtà si svela rapidamente esaminando i dati scorporati: nessun aumento occupazionale per le donne e i giovani sotto i 25 anni, che anzi sono spinti ad uscire dal mercato del lavoro e quindi a non entrare neanche nella lista dei disoccupati, un forte aumento del part- time sempre più obbligato e delle partite iva, dei contratti di breve durata e di poche ore; sono tutti elementi che spingono lo stesso Sole 24 ore a scrivere: “Boom di contratti meno tutelati, cala la flessibilità garantita”. Per la fascia dei lavoratori tra i 35-45 la situazione è critica perché sono fortemente coinvolti nei processi di riorganizzazione e ristrutturazione aziendale. Sono oltre 150 le vertenze aperte presso il Ministero delle attività produttive, mentre riprende a salire la cassa integrazione straordinaria, oltre 70 milioni di ore, mentre quella ordinaria si ferma di poco sopra i 40 milioni.

Il vero dato occupazionale si misura in una cifra secca che il vice segretario della CGIL riassume così: “dall’inizio della crisi nel 2008 abbiamo perso ben oltre un miliardo di ore lavorate”. Il numero di lavoratrici e lavoratori in meno rispetto a 10 anni fa, a seconda delle stime, si calcola tra 800.000 e un milione.

La crescita dell’occupazione registrata è quindi da attribuire in larghissima parte a quelle/i sopra i 50 anni, costrette/i a rimanere al lavoro per effetto delle diverse controriforme pensionistiche e per altro depositarie/i di professionalità che non hanno potuto essere trasmesse per il venir meno del turn over.

Alla piaga della disoccupazione si aggiunge la situazione salariale, che vede le retribuzioni italiane tra le più basse di Europa. Il crollo dei salari è evidente anche se fino a poco tempo fa poco rilievo ha avuto sui media e anche nella attenzione delle forze politiche e sindacali.

Quella che un docente dell’Università di Napoli, F. Pastore chiama “ La slavina dei redditi da lavoro dipendente” ha avuto alcuni momenti decisivi a partire dall’abolizione della scala mobile del 1992 e poi dal protocollo d’Intesa del 1993 tra governo e parti sociali, confermati poi dalla gestione contrattuali che ne sono seguite e dalle politiche dei diversi governi compreso in particolare di quello Prodi fino ai giorni d’oggi.

Espresso in percentuale questo significa che la quota dei salari sul PIL, cioè sulla ricchezza nazionale prodotta in un anno, che nei decenni dagli anni 70 fino al 90 era di circa il 68% è scesa di 11 punti, intorno al 57%. Una grande emorragia di ricchezza trasferita su profitti e rendite finanziarie.

Contratti nazionali sempre più poveri e perdenti, sempre più finalizzati alla produttività delle imprese a scapito dei diritti retributivi dei lavoratori, contrattazione integrativa che copre meno del 30% delle aziende ed infine il dilagare del part time e della cassa integrazione e di ogni forma di lavoro precario e mal retribuito hanno prodotto una vera e propria crisi salariale che oggi le stesse direzioni sindacali, fortemente responsabili del degrado prodotto, devono registrare anche se per ora non hanno saputo, né voluto, produrre una risposta e tanto più una mobilitazione. Per questo ai sindacati va chiesto di tornare a fare il loro mestiere con l’apertura di una grande vertenza di lotta, come avvenne vittoriosamente 50 anni fa intorno allo slogan: + salario – orario per ridurre la fatica e per dare lavoro a tutti.

È noto che il M5S avanza la proposta di un salario minimo di 9 euro all’ora, che si presta a molte contraddizioni e ambiguità, e che naturalmente parla solo a una parte delle lavoratrici e dei lavoratori; su questa cruciale problematica vogliamo tornare adeguatamente in un successivo articolo. Vedasi in proposito la proposta di legge popolare su cui raccogliemmo le firme nel 2009: https://anticapitalista.org/2019/06/29/salario-minimo-intercategoriale-e-salario-sociale-2/

In questa sede vogliamo solo richiamare che l’Istat indica nel 21% (alcuni ipotizzano il 28%) la percentuale della manodopera che riceve una retribuzione inferiore ai 9 euro orari lordi, alcuni milioni di lavoratori, forse anche 4. Sono quasi 7 miliardi di euro che restano nelle tasche dei padroni. Non solo tutti i lavoratori sono mal pagati, ma tantissimi sono ultra malpagati.

Noi partiamo dalla considerazione che solo dalla lotta e dal rilancio dei contratti nazionali verranno aumenti salariali adeguati e che si creeranno le condizioni, cioè i rapporti di forza, per imporre una legge sul salario minimo, efficace e non contradditoria che non può certo arrivare dal testo e dall’operare dei grillini.

Da qui le ragioni che ci portano ad avanzare 4 grandi obiettivi:

– E’ necessario e possibile chiedere un aumento salariale per tutti e tutte di almeno 200 euro mensili per vivere in modo dignitoso.
– Occorre battersi perché il lavoro sia distribuito tra tutte e tutti quelle/i che ne hanno bisogno: forti riduzioni di orario (35, ma anche 32 o 30 ore settimanali) di lavoro a parità di salario. Alcuni lavoreranno meno e con meno fatica; altri finalmente lavoreranno un numero di ore sufficienti per avere piena retribuzione.
– La legge Fornero deve essere abolita per davvero e non per finta per far posto ai giovani e mandare in pensione chi ha già lavorato una vita.
– Lo Stato deve investire per creare posti di lavoro stabili e sicuri, rilanciare i servizi, riconvertire le produzioni inutili e dannose, difendere l’ambiente e il territorio perché la lotta al riscaldamento climatico non può più attendere. Occorre la nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che inquinano, licenziano, delocalizzano.

Non c’è nessuna ragione per cui la stagione di conquiste sociali e democratiche di cui è stata capace la classe lavoratrice nell’autunno caldo non possa essere realizzata anche oggi con l’unità e la mobilitazione di massa.

Per concludere

Questa considerazione rimanda alla situazione del governo gialloverde.

Salvini gode di una forte posizione: potrebbe sfruttare il credito di cui gode per andare ad una crisi e ad elezioni anticipate che, con molte probabilità, produrrebbero una dura maggioranza di destra ed estrema destra (si è visto recentemente con la Meloni) con un suo ruolo di padrone indiscusso. Esita per due ragioni: perché la borghesia non vede di buon occhio un’ulteriore instabilità politica e perché avrebbe in ogni caso davanti lo scoglio di una finanziaria tutta in salita di cui dovrebbe assumersi la piena responsabilità. Inoltre non può essere del tutto sicuro del risultato elettorale nel caso di una crisi aperta platealmente dalla Lega.

Il M5S è paralizzato; le elezioni sarebbero una catastrofe assai probabile per il movimento e quindi può resistere sempre meno alle pressioni politiche dell’alleato; non dispone di alternative, che non sia forse quella estrema e del tutto aleatoria di una alleanza parlamentare col PD, avendo però davanti l’incubo della legge finanziaria.

Non è possibile sapere come ognuno di questi nostri avversari giocherà le sue pedine, compreso il ruolo delle grandi forze economiche e del Presidente della Repubblica.

L’unico modo per affrontare la fase che si apre è ridiscendere in strada, avanzare le rivendicazioni della classe lavoratrice, difendere con la lotta i diritti sociali e democratici, una piattaforma per il salario e l’occupazione, essere cioè protagonisti, non subire passivamente l’iniziativa dei nemici, ma anzi provare a reagire.

Nel 50° anniversario l’autunno caldo può ancora insegnarci qualcosa.

 

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