La bufala della “fiscalità sociale”

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Quello della “fiscalità sociale” è uno dei tanti falsi miti del Ticino intrattenuti ad arte e che viene rispolverato ogni qualvolta si voglia adottare una decisione che di sociale non ha proprio nulla. Non a caso torna in voga ora fra i sostenitori della Riforma fiscale e sociale per giustificare oltre 50 milioni di sgravi a grandi aziende e milionari.

Il loro ragionamento nelle grandi linee è questo: abbiamo una fiscalità “sociale” quindi dobbiamo sgravare milionari e grandi aziende. Già a questo stadio ci si dovrebbe domandare come mai in questo cantone quando una misura è “sociale” bisogna immediatamente correggere il tiro? Se davvero le disposizioni adottate anni fa sono “sociali”, cosa è cambiato nelle società da allora che giustifichi questo correttivo?
Sono due gli argomenti principali accampati da chi sostiene che il nostro sistema fiscale ha una “marcata natura sociale”: le deduzioni che sono più elevate rispetto ad altri cantoni e l’elevato numero di esenti, cioè contribuenti che non raggiungo il reddito minimo per essere tassati.

Le deduzioni che avvantaggiano il ricchi

È vero che sommando le principali deduzioni concesse in Ticino si raggiunge una ragguardevole cifra che ci pone in testa alla classifica svizzera, ma basta questo per raggiungere una migliore redistribuzione della ricchezza? Tutti possono dedurre dal reddito i figli a carico o agli studi o gli oneri assicurativi (cassa malattia), ma a nessuno sfugge che per una famiglia con un reddito di 40’000 franchi il peso finanziario di un figlio o della cassa malattia è ben diverso rispetto a chi dispone di 400’000 franchi. Non sono quindi misure mirate a sostenere determinate fasce di popolazione, sono “sgravi a pioggia” che vanno a vantaggio anche di chi non ha nessuna difficoltà finanziaria. Colmo della beffa: essendo le imposte progressive, le deduzioni comportano risparmi più consistenti proprio a chi ha i maggiori redditi.


Facciamo alcuni esempi concreti partendo dalle deduzioni per il figli a carico.
Prima però occorre ricordare che oltre il 60% delle persone povere in Svizzera – stando ai dati dell’Ufficio federale di statistica (UST) – sono single o coppie senza figli e non traggono alcun vantaggio da questa detrazione. Le deduzioni quindi non possono in alcun modo giustificare l’assenza di misure sociali calcate sui reali bisogni di determinati gruppi di popolazione.
Altra premessa: abbiamo utilizzato le cifre fornite dal Consiglio di Stato alla Commissione della gestione (1) e preso come riferimento la stratificazione dell’anno fiscale 2013 (2), ma si limitano a tre soli tipi di detrazioni: figli a carico, figli agli studi e oneri assicurati. Per le altre deduzioni i dati forniti recentemente dal governo in risposta ad atti parlamentari risultano inutilizzabili (vedi riquadro).
Le economie domestiche con un reddito imponibile fino ai 60’000 franchi, che rappresentano il 74,2% del totale dei contribuenti, sono il 64,25% dei beneficiari di deduzioni per figli a carico ma complessivamente causano il 50,3% delle mancate entrate dovute a questa deduzione. Dall’altro capo della classifica fiscale i contribuenti con oltre 200’000 franchi di reddito imponibile, pari al 2,3% del totale, rappresentano il 3,9% di chi beneficia dello sgravio per il figli ma generano il 6,8% delle mancate entrate.
In media il risparmio sulle imposte di 1’403 franchi per chi ha un reddito inferiore a 60’000 franchi, e di 3’138 franchi per chi supera il 200’000 franchi.
La fascia intermedia (60’000-200’000 fr) rappresenta il 23,5% del totale dei contribuenti, il 31,8% di beneficiari della deduzione ed è responsabile del 42,8% delle mancate entrate. Per loro il risparmio medio è di 2’416 franchi.
In sintesi: più sei ricco più risparmi sulle tasse, anche se un figlio con certi redditi non costituisce certo “una carico”. E le stesse considerazioni possono essere fatte per gli oneri assicurativi e per i figli agli studi.
Nel 2012 globalmente le deduzioni hanno ridotto il reddito imponibile di 5,3 miliardi di franchi (36%), e causato mancati introiti dell’imposta cantonale per 557,7 milioni
(46%) (3), in gran parte andati a beneficio di alti redditi. L’obiettivo di ridurre il peso finanziario delle casse malattia o dei figli per chi fatica ad arrivare a fine mese è ben lungi dall’essere stato raggiunto.
Non è un problema solo ticinese, ma più generale: gli effetti di ridistribuzione delle deduzioni corrispondono raramente all’intento originario, almeno a quello dichiarato. Per questo le agevolazioni fiscali devono subire una valutazione regolare dell’efficacia e le perdite devono essere stimate. La Confederazione lo ha capito, contrariamente al governo ticinese che schiva la questione con discutibili giochetti con le cifre. Uno studio commissionato all’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC) ha dimostrato che le deduzioni fiscali generano annualmente perdite per le casse federali di circa 20 miliardi per promuovere comportamenti che sarebbero stati raggiunti anche senza l’incentivo statale e vanno a vantaggio soprattutto degli alti redditi. A Berna le chiamano senza mezzi termini “sussidi occulti” (4) perché anche se non figurano a chiare cifre nei consuntivi, causano mancate entrate riducendo il substrato fiscale. In Ticino invece ancora non è esiste una valutazione degli sgravi masoniani e delle perdite causate dalla Riforma II della fiscalità delle imprese entrata che già si parla di altre tre tappe di sgravi per milionari e imprese. E stranamente tutti i grandi fautori di tagli nel budget dello Stato, quelli che invocano a gran voce un riesame dei compiti dello Stato come avviene nella Confederazione (la tanto decantata spending review), quando si tratta di valutare gli effetti delle deduzioni paiono le tre scimmiette.

Gli esenti criminalizzati

Se i ricchi che beneficiano di copiosi sconti di imposta grazie alle deduzioni sembrano godere di una generale indulgenza, c’è invece un’altra categoria di contribuenti contro cui si punta volentieri l’indice: gli esenti. Qualche anno fa l’allora presidente del PPD cantonale, Giovanni Jelmini, aveva addirittura proposto che i 40’000 esenti fossero obbligati a versare un contributo pari al “costo di un caffé al giorno” tanto per dimostrare la loro buona volontà. Neanche avessero scelto loro di essere alla canna del gas! È solo un esempio fra tanti, ma è indicativo di un atteggiamento più generalizzato di una parte della politica: colpevolizzare chi non ha un reddito sufficiente mentre giustifica gli “ottimizzatori fiscali”, anzi è pronta a concedere loro altri sgravi.
Per il “nostro” governo l’elevato numero di esenti sembra essere motivo di vanto, una ragione per darsi pacche sulle spalle e parlare di “fiscalità sociale”. Così infatti scrive (5):”…la progressione delle aliquote e generosità delle deduzioni ha condotto negli anni ad una situazione caratterizzata da un numero molto elevato di esenti (48’400 casi, pari al 24.7% del totale) e da una forte concentrazione del gettito in pochissimi contribuenti (3’000 casi, pari all’1.5% del totale, pagano il 27% dell’imposta cantonale sul reddito, pari a 173.3 milioni di franchi…”
A rigor di logica, avere un gran numero di persone che non raggiungo un reddito sufficiente per pagare imposte dovrebbe piuttosto essere fonte di preoccupazione in un momento in cui perfino le principali organizzazioni internazionali – non certo dirette da marxisti – mettono l’accento sulla necessità di una “crescita inclusiva” che preveda una migliore redistribuzione della ricchezza.
Il Prodotto interno lordo (PIL) del Ticino, fra il 2000 e il 2015 è cresciuto di oltre il 30%, facendo del nostro cantone una delle regioni più “dinamiche d’Europa”, stando a uno studio delle sei banche cantonali romande, dell’istituto di ricerche congiunturali Créa e del forum politico-economico “Forum des 100” di “Le Temps”. Addirittura in rapporto al numero di abitanti il nostro cantone si piazza al quarto posto (76’842), dopo la City di Londra (212’800 euro nel 2015), il Lussemburgo (89’900) e Zurigo (89’571). Al di là del dibattito sull’utilità di un simile indicatore, una cosa è chiara: i soldi si fanno anche in Ticino, il problema è come e chi ne approfitta.
Se guardiamo la classifica del reddito mediano, l’exploit del Ticino è decisamente meno brillante: si piazza al penultimo posto in Svizzera a parimerito con il Giura con 44’400 franchi, stando ai dati dell’Amministrazione federale delle contribuzioni. Ancora più preoccupante: fra il 2003 e il 2010 il reddito medio è aumentato dell’1,7%, il reddito mediano invece è addirittura calato dell’8% (6), segno che vi è stato un impoverimento della popolazione e un aumento delle disparità.
La mediana infatti divide esattamente a metà la popolazione fra chi dispone di una somma più elevata e chi invece è sotto questa cifra, se cala significa che sempre più persone hanno un reddito più basso. La media invece può essere “falsata” dalla presenza di super-ricchi e risultare superiore.
L’aumento delle disuguaglianze è confermato anche da un rapporto del Consiglio federale (7): in Ticino i salari reali bassi e medi sono diminuiti, mentre quelli alti sono aumentati del 2% ed è il cantone dove più sono cresciute le disuguaglianze sia per il reddito che per la sostanza(8).

Un altro indice conferma questa “polarizzazione”: il rapporto fra il 20% più ricco della popolazione con il 20% più povero (9). Più il quoziente si discosta da 1, più sono stridenti le disparità. Il Ticino è la regione con il maggior indice ed è aumentato negli ultimi anni. Non è un effetto dovuto solo al continuo aumento del numero di milionari in Ticino perché il reddito equivalente disponibile per il 10% più povero (1° decile) e per il 25% di meno abbienti (1°quartile) è calato leggermente dal 2007.
Nelle altre regioni del paese i redditi sono aumentati in tutte le fasce, nel nostro cantone invece sono saliti solo quelli della metà più ricca, mentre gli altri sono calati. Se poi si guardano le differenze percentuali fra il dato a livello nazionale e quello ticinese, ci si accorge che sono cresciute per la mediana (+5 punti percentuali) e ancor più per il redditi modesti (+11 punti nel 1° decile e nel 1° quartile). Sono invece rimaste quasi invariate per il 25% dei benestanti (+1 punto) e sono diminuite per il 10% dei più ricchi (-5 punti). In pratica i più ricchi sono sempre più simili al resto del paese, i più poveri invece sono sempre meno “svizzeri”.
Se – come dice il Consiglio di Stato – la “situazione è caratterizzata da un numero molto elevato di esenti e da una forte concentrazione del gettito in pochissimi contribuenti” è perché la ricchezza si concentra in pochissime mani.
Ancora oggi oltre la metà dei contribuenti (53,9% stando alle ultime cifre disponibili) ha un imponibile sotto il 40’000 franchi e l’82% non paga l’imposta sulla sostanza.
La percentuale di esenti dall’imposta sul reddito è andata progressivamente aumentando passando da 21,9% nel 2003 a 25,5% nel 2014 e non certo grazie alla “fiscalità sociale” perché tutti gli altri indicatori, quelli che il governo sembra volontariamente ignorare, dicono ben altro:
– La differenza fra il salari mediani svizzeri e ticinesi è cresciuta progressivamente passando dal 13,8% del 2004 al 17,2%, ovvero 1’064 franchi in meno.
– Il tasso di disoccupazione ILO è del 6,9%, contro il 4,9% a livello nazionale (media 2016)
– La sottoccupazione si attesta al 9,1%, e non solo il dato è più elevato di 2 punti percentuali rispetto al resto della Svizzera, ma anche la carenza di lavoro è più acuta
– Il tasso di povertà in Ticino è al 17,3% ed è di oltre 10 punti percentuali sopra il tasso svizzero
– Il 31,4% delle popolazione è a rischio di povertà, oltre il doppio rispetto alla media e in aumento negli ultimi 10 anni
– Quasi un quinto dei pensionati riceve le prestazioni complementari AVS, contro il 12,5% in Svizzera

Amnesia selettiva sugli sgravi masoniani

Il sistema fiscale attuale è stato forgiato con gli i pacchetti di sgravi adottati all’epoca in cui Marina Masoni era consigliera di Stato. Tre pacchetti che hanno privato il Ticino di oltre 200 milioni di entrate fiscali. Già all’epoca, Daniele Besomi, ricercatore al Centre Walras Pareto d’études interdisciplinaires de la pensée économique et politique dell’università di Losanna, aveva condotto un’analisi per determinare chi fossero i principali beneficiari delle riforme per quanto riguarda l’imposta sulle persone fisiche. Queste sono le sue conclusioni: “ I redditi bassissimi non hanno potuto approfittare di queste manovre fiscali. I redditi fra 30 e 50’000 fr hanno avuto un buon beneficio in percentuale (1,8-1,9% del reddito: ma si noti che equivale rispettivamente a una riduzione di rispettivamente 568 e 921 fr). I redditi fra 60 e 90’000 fr sono quelli che ne hanno goduto meno (1,6-1,7% del reddito, per circa 1’000-1’700 franchi di riduzione). Risultato notevolmente ironico, visto che si afferma che gli sgravi sono stati effettuati per favorire il ceto medio tartassato. Infine, i redditi che beneficiano maggiormente della combinazione di questi pacchetti sono quelli sopra il 200’000 franchi, tanto in percentuale del reddito (2 e più per cento) quanto in assoluto (il risparmio di imposta per un contribuente 200’000 fr di imponibile è di 4’143 fr, con un milione di reddito il risparmio è di quasi 20’000 fr)”. (10).
Nel 2003 il Ticino figurava al terzo posto nella classifica dell’indice globale del carico fiscale dell’Amministrazione federale delle contribuzioni, dopo Zugo e Svitto. Invece di creare ricchezza, come era stato millantato, queste riforme hanno fatto lievitare il disavanzo a oltre 300 milioni di franchi nel 2004 con conseguenze che paghiamo ancora oggi. Agli sgravi masoniani si è poi aggiunta la Riforma II della fiscalità delle imprese nel 2008 che, oltre a diminuire le imposte per le persone giuridiche, ha introdotto nuovi privilegi per gli azionisti: la tassazione dei dividendi è infatti scesa dal 100% al 60% e addirittura allo 0 per il ritorni di apporti di capitale (11).
Lo stesso Consiglio di Stato, nel messaggio sul preventivo 2018, spiega che “ gli importanti disavanzi d’esercizio cumulati dal 2004 (…) hanno gradualmente eroso il capitale proprio, il quale, considerando i dati di preventivo 2017, potrebbe raggiungere il valore di -561.7 milioni di franchi” (12).
Ai pacchetti di sgravi hanno fatto così seguito tre pacchetti di riequilibrio delle finanze, nel 2005, 2008 e 2011, che hanno portato a tagli in numerosi settori fra cui quello sociale con riduzioni nei sussidi di cassa malattia e negli assegni integrativi per il figli.
Come si possa definire “sociale” una fiscalità che ha beneficiato soprattutto al 2,4% più ricco della popolazione e gli azionisti e le cui conseguenze hanno portato a tagli degli aiuti sociali rimane un mistero. Quel che appare chiaro è che non ci sono stati cambiamenti che giustifichino il “correttivo” proposto dal governo e dalla maggioranza del parlamento, ovvero nuovi sgravi ai milionari e alla aziende. Il numero di contribuenti più ricchi infatti è aumentato, sia per quanto riguarda il reddito che per la sostanza, il numero della ziende pure. Anzi, l’impoverimento di una larga fetta dei cittadini e l’esclusione dal mercato del lavoro di un numero sempre maggiore di persone depongono a favore un piano d’azione energico a sostegno dell’occupazione e del potere di acquisto. Ma ormai si sa, siamo entrati nell’era delle “verità alternative” e i neoliberisti sono ovunque gli stessi, anche senza toupé arancione.

1. Domande aggiuntive al Consiglio di Stato sulla manovra di rientro, Complemento, Risposta alla Commissione della gestione e delle finanze del Gran Consiglio, 13 settembre 2016.
2. Ustat, Imposta cantonale sul reddito delle persone fisiche domiciliate in Ticino: contribuenti tassati e imposta, secondo la classe di reddito imponibile in franchi, in Ticino, dal 2003 al 2014
3. Rapporto del Consiglio di Stato sulla mozione 26 settembre 2005 presentata da Raoul Ghisletta e cofirmatari per il Gruppo PS (ripresa da Pelin Kandemir-Bordoli) “Razionalizzare le deduzioni fiscali nella legge tributaria in modo da non favorire i redditi alti”
4. Amministrazione federale delle finanze, riesame dei sussidi, https://www.efv.admin.ch/efv/it/home/themen/finanzpolitik_grundlagen/subv_subvueberpruef.html
5. Messaggio 7417,Riforma cantonale fiscale e sociale, 15 settembre 2017
6. idem
7. Répartition de la richesse en Suisse. Rapport du Conseil fédéral en réponse au postulat du 7 décembre 2010 déposé par Jacqueline Fehr (10.4046)
8. Dossier Una riforma tutta fiscale e per niente sociale, grafici indice di Gini, Solidarietà novembre 2017
9. UST, Distribuzione del reddito disponibile equivalente e rapporto S80/S20 secondo varie caratteristiche sociodemografiche
10. Tecniche di sgravi fiscali, Azione, 21 aprile 2004
11. cfr. Dossier Una riforma tutta fiscale e per niente sociale, Solidarietà novembre 2017
12. Messaggio sul preventivo 2018.

Le “bufale” istituzionali

Fake news, bufale e disinformazione sono diventate uno dei mali del nostro tempo e rischiano di mettere in pericolo la libera scelta consapevole dei cittadini. La disinformazione non si limita alla diffusione di notizie false, è un fenomeno con molte sfaccettature. Gli specialisti hanno individuato ben sette diversi modi diversi di disinformare, che vanno dal contenuto falso al 100% al “collegamento ingannevole”, cioè quando il titolo o le immagini differiscono dal contenuto.
Tutti i riflettori oggi sono puntati sui social e i media tradizionali, ma la politica non è risparmiata.
Le promesse elettorali sono spesso meri slogan pubblicitari e negli ultimi anni la politica, anche in Ticino, è diventata sempre più marketing e sempre meno proposte concrete. Per i partiti purtroppo non si può far nulla, non sono sottoposti alle disposizioni contro la pubblicità ingannevole. Per quanto riguarda l’amministrazione cantonale e il Consiglio di Stato il discorso è diverso: esistono direttive sull’informazione che stabiliscono, fra le altre cose, che le autorità devono informare in modo oggettivo e completo, distinguendo chiaramente fra dati e valutazioni, indicando le fonti, senza tralasciare elementi essenziali o tacere aspetti negativi.
Per quanto riguarda la risposta agli atti parlamentari, accessibili a tutti e riportati spesso dai media, siamo ad anni luce dall’aver raggiunto questo obiettivo.
L’ultimo esempio in data è il Messaggio 7479 del Consiglio di Stato, pubblicato lo scorso 20 dicembre, in risposta a una mozione che chiedeva di rivedere l’attuale sistema delle deduzioni fiscali dall’imposta sul reddito “in modo da non favorire i redditi alti” e conseguire maggiori entrate fiscali. L’atto parlamentare in questione parlava espressamente di riduzioni delle imposte precisando che “10’000.- fr. di deduzione per un figlio non devono significare 2’000.- fr. di riduzione d’imposta per un alto reddito e solo 1’000.- fr. per un reddito mediobasso”.
Il messaggio governativo inizia subito con l’affermare perentorio che le “generose deduzioni” concesse dal sistema fiscale hanno fatto del Ticino “il Cantone maggiormente sociale della Confederazione”. Il resto delle informazioni fornite sembrano essere state scelte per sostenere questa tesi, tralasciando elementi essenziali.
Sia per quanto riguarda l’impatto delle varie deduzioni, che per quello delle varie fasce di reddito il Consiglio di Stato fornisce solo la cifra globale delle detrazioni effettuate. Se tutti, indipendentemente dal reddito, possono effettuare queste deduzioni una simile cifra non dice gran. Se prendiamo ad esempio il totale delle deduzioni per figli a carico per gli esenti (142’485’804) e la dividiamo per il numero di casi (7’264) otteniamo 19’615 fr. Visto che la deduzione per ogni figlio a carico è di 10’000, sappiano che gli esenti hanno in media quasi due figli a carico. Se ripetiamo l’operazione per la fascia di reddito 200’0001-250’000 otteniamo 19’677 fr, anche loro quindi hanno in media quasi due figli a carico…. però non sappiamo quanto risparmiano di imposte i contribuenti dell’una e dell’altra fascia di reddito. Eppure è su questa problematica che verteve la mozione, non sul numero medio di figli a carico.
Altro esempio. Il Consiglio di stato afferma che “È interessante rilevare come di questi 4.6 miliardi di franchi di deduzioni (il totale delle principali deduzioni): – oltre la metà – e più precisamente il 55.6%, pari a circa 2.6 miliardi di franchi – vada a beneficio dei contribuenti con redditi determinanti inferiori a 60’000 franchi, a conferma della natura fortemente sociale dell’ordinamento fiscale ticinese”. In realtà non solo non conferma niente, non dice neppure niente perché se non sappiamo che percentuale rappresentano i contribuenti con “redditi determinanti” inferiori a 60’000 franchi, non possiamo neppure capire chi si avvale maggiormente delle deduzioni. Si potrebbe supporre che per “redditi determinanti” si intenda imponibili; in questo caso i contribuenti con meno di 60’000 rappresentano circa il 73% del totale, il fatto che beneficino del 55,6% del totale delle detrazioni dimostra semmai che il restante 27% di persone più ricche profitta di poco meno della metà delle deduzioni, altro che “fortemente sociale”!
Non è affatto certo però che con “redditi determinati” il governo intenda l’imponibile. Nel messaggio infatti il “ceto medio” viene descritto come i “contribuenti con redditi determinanti compresi tra 60’000 franchi e 150’000 franchi”. Questa fascia di imponibile rappresentava solo il 22,2% del totale dei contribuenti nel 2014 e non può quindi essere definita classe media, anche perché in questo caso il Consiglio di Stato dovrebbe ammettere che il 73,8% con redditi inferiori sono poveri, cifre da terzo mondo!
Insomma più che informazione questa sembra una spessa cortina di fumo per confondere. Uno dei sette modi di disinformare individuato degli specialisti, catalogato come “contenuto fuorviante”, si verifica quando un’informazione reale viene utilizzata a scopo ingannevole per inquadrare un problema. La differenza con quanto fa il Consiglio di Stato rispondendo ad alcuni atti parlamentari dov’è?

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