In difesa del servizio pubblico, No all’abolizione del canone radiotelevisivo

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E’ raro che una campagna referendaria cominci così presto e susciti tanta animazione. E’ il caso dell’iniziativa detta“No Billag”, che porta il titolo “Sì all’abolizione del canone radiotelevisivo”, su cui dovremo pronunciarci il prossimo 4 marzo.

L’iniziativa pretende che la Confederazione metta periodicamente all’asta le concessioni per radio e televisione (asta=privatizzazione); che non sovvenzioni alcuna emittente (ma di fatto è già così); che non si possano riscuotere canoni radiotelevisivi (le emittenti dovranno quindi finanziarsi solo con la pubblicità o, forse, con un sistema di “pay-tv”, una sorta di pedaggio che permette l’accesso o l’acquisto di programmi al consumo), vuol quindi togliere di botto la principale fonte finanziaria alla radiotelevisione pubblica e alle emittenti private quella parte di canone che viene loro assegnata per finalità pubbliche e che è una loro importante fonte di finanziamento.
Eliminiamo subito una purtroppo facile possibilità di equivoco, spesso presente sia a destra sia a sinistra: non si tratta di pronunciarci sulla bontà o meno dei programmi radiotelevisivi; si tratta di pronunciarci sull’annientamento o meno di un servizio pubblico radiotelevisivo, il quale dipende dalla possibilità o meno di riscuotere il canone.

“Bieridee” o l’ideologia perversa

Si narra che l’idea dell’iniziativa sia nata una sera attorno a un tavolo d‘osteria tra giovani liberali e Udc, drogati di mercato e gratuità. Tanto è vero che si è parlato subito di “Bieridee”. Vero o no è comunque il sugo di principi dominanti nell’ultimo quarto di secolo, già in parte applicate a Posta, Ferrovia, aziende elettriche, banche cantonali e ora, con voglia espressa di privatizzazione totale, a Swisscom: ciò che conta è solo il mercato, privato è sempre meglio e ciò che è pubblico va privatizzato, pago solo ciò che consumo (e neppure quello è obbligatorio), sono io padrone delle mie scelte e gli altri non c’entrano. Mercato è quindi il nome magico che prende tutto. Ma anche tentando di entrare in questa logica, applicandola ciecamente a un ipotetico modello audiovisivo elvetico (mercato, concorrenza, pubblicità come unico sostegno, gratuità, al massimo pago per ciò che consumo) siamo fuori da ogni realtà possibile se teniamo conto dell’entità, delle dimensioni, della potenzialità pubblicitaria, delle caratteristiche nazionali e delle frammentarietà (anche solo linguistiche) di quel mercato. Le “Bieridee” sono quindi proprio tali, da apprendisti stregoni neoliberisti.
Quindi,pure a rigor di mercantilismo, per tenere il colpo sul piano del mercato nazionale, bisogna disporre dei mezzi finanziari di cui solo un’istituzione pubblica come la SSR può disporre e essenzialmente grazie al canone che vale due terzi delle sue finanze. Sul piano locale, anche le radio e tv private esistenti, vivono sulla parte di canone che viene loro attribuita. Senza canone tutto sarebbe ridotto, nella migliore delle ipotesi, a programmi minimi. La parte pubblicitaria finirebbe però per beneficiare prioritariamente le tv straniere che, captando già ora buona fetta dell’udienza, ne approfitterebbero e ci mangerebbero. A conferma di tutto questo non è un caso se i grandi manovratori contro la SSR (e che siedono anche in Consiglio nazionale) sono direttori o gregari di agenzie che vendono finestre pubblicitarie ad emittenti germaniche o francesi.

Affossare federalismo e solidarietà nazionale

Il servizio pubblico radiotelevisivo dipende da una Concessione data dal Consiglio federale alla SRG SSR (di cui è parte regionale la RSI) affinché svolga una serie di compiti, definiti nella stessa concessione, che vanno dall’offerta d’informazione, formazione e divertimento garantita a tutto il Paese, a direttive sulla qualità del servizio, alla considerazione della specificità culturale-linguistica della Svizzera (quattro lingue). Prevede perciò che le risorse siano suddivise in modo da garantire l’equivalenza della qualità dell’offerta in ogni singola regione linguistica, indipendentemente dal numero degli abitanti.
Tre aspetti distinguono quindi un’emittente di servizio pubblico da una privata o commerciale. L’obbligo istituzionale di ottemperare a disposizioni precise che vanno oltre la questione tecnica di diffusione o di resa economica. La possibilità di controllo o verifica democratici: si interviene, si valutano i programmi, si esaminano i bilanci della SSR (RSI) che sono pubblici, in sede assembleare o parlamentare o sulla stampa, ciò che non capita per le emittenti private (tanto meno per i giornali). La conduzione anche economica del servizio pubblico radiotelevisivo dà priorità assoluta al principio federalistico-solidale; per dirla in termini semplici: non è l’entità geografica di distribuzione dei programmi (es. Svizzera italiana), non sono i bacini di utenza (la quantità di abbonati), non sono le entrate pubblicitarie acquisite nella singola regione, a determinare le chiavi di riparto dei mezzi finanziari a disposizione, bensì il criterio di poter garantire, federalisticamente, programmi equivalenti in tutte le diverse realtà geografiche, linguistiche e culturali del paese.
La ripartizione delle risorse della SSR è infatti uno degli esempi più significativi di federalismo (o di politica regionale). E’ la traduzione del principio che ha fatto la Svizzera, scritto a lettere cubitali nelle Camere federali: uno per tutti, tutti per uno, dove il maggiore supplisce alle debolezze del minore. In termini concreti: la Svizzera tedesca genera il 70.5 per cento delle entrate della SSR (canone e pubblicità) ma ne conserva solo una parte, il 45.6 per cento. Ne approfittano le regioni minoritarie: la Svizzera romanda che genera il 24.7 per cento delle risorse, ma ne riceve il 32.6 per cento e soprattutto la Svizzera italiana (Ticino e Grigioni) che con appena il 4.5 per cento di entrate proprie (canone e pubblicità) riceve il 21.8 per cento delle risorse.

I supersvizzeri….antisvizzeri

Quella ripartizione federalistica, politicamente e culturalmente solidale, è possibile grazie al canone o abbonamento e alla pubblicità (che ha però regole ferree, ha un tetto limite, tra e dentro i programmi, come film ecc., è esclusa alla Radio e nei servizi on-line). Generati in massima parte nelle regioni più abitate e economicamente forti. Non prevale quindi un atteggiamento economicista (chi incassa spende i propri soldi), ma una scelta “politica”, di servizio pubblico, che privilegia le peculiarità culturali e linguistiche di ogni parte della Svizzera. La conclusione dovrebbe essere logica: se si tagliano i viveri, se si impedisce l’agibilità al servizio pubblico, non solo lo si annienta, ma si dà pure una mazzata alle minoranze culturali-linguistiche. Non solo ci si metterebbe nelle mani di forti gruppi privati in un mercato comunque ristretto e oltre tutto frammentato, ma quei gruppi privati sarebbero pressoché inevitabilmente stranieri o parastranieri.
E qui si cade in uno dei paradossi politici elvetici o nella contraddizione che domina anche in altri campi: partiti o movimenti difensori della “identità svizzera” o della “sovranità svizzera”, che si ritengono gli unici portatori del “label svizzero”, quelli dei “prima i nostri,” sono proprio coloro che militano contro la SSR-RSI, ultimo baluardo del federalismo elvetico, e stanno preparando un comodo letto a gruppi ed emittenti straniere, vendendogli non tanto la pubblicità quanto l’informazione.

La demolizione dell’economia ticinese

Se si accettasse l’iniziativa No Billag, per il Ticino (o la Svizzera italiana) ci sarebbe senza ombra di dubbio o di alternativa un duplice crollo. Dapprima, quello di un’istituzione culturale (linguisticamente minoritaria nel paese) che non potrebbe sopravvivere. Il rapporto tra la sua potenzialità demografica e finanziaria (pubblicità o un pagamento su consumo, con pericolosi meccanismi tecnologici di controllo) e i costi per mantenere un livello decente e concorrenziale o per sostenere acquisti e pagare diritti di trasmissione è insostenibile. Poi, quello di un assurdo atto di demolizione dell’economia in termini occupazionali, in termini fiscali, come effetto moltiplicatore. In termini occupazionali ci troveremmo con più di mille persone valutate a tempo pieno, in maggior parte altamente qualificate ed anche con studi accademici, senza lavoro o costrette all’emigrazione. In termini di massa salaria distribuita, va rilevato che essa nella misura del 93 per cento essa rimane tutta nel Ticino, con ovvio effetto sulla domanda interna (consumi), sulle entrate fiscali per il cantone, sulle assicurazioni sociali (solo per queste 20 milioni versati). 800 sono poi i fornitori ticinesi di beni e servizi alla Rsi. Ciò che comunque si dimentica e dà il valore aggiunto della presenza della RSI nel cantone è ch’essa rappresenta una iniezione diretta e pressoché netta, proveniente dall’esterno (SSR-Berna), di 240 milioni di franchi per la bilancia dei pagamenti ticinese: un apporto essenziale per il prodotto interno lordo cantonale (di cui rappresenta oltre l’8 per cento), che ne risentirebbe per un lungo periodo di anni e di crisi.

Per concludere

Solo una forte società radiotelevisiva svizzera di servizio pubblico, presente, diffusa, e accessibile su tutto il territorio e fatta per le regioni, con importante potere contrattuale anche sul mercato (è pure importante per non scomparire), con funzione prioritariamente civile e non commerciale, dà una garanzia di vitalità democratica e responsabilità civile per ogni cittadino. Per i valori culturali e sociali che difende, anche per obblighi costituzionali, perché rafforza i valori collettivi della società, come il federalismo e la solidarietà. Guai, quindi, a minacciarne l’esistenza con un’iniziativa demolitrice di tutto questo solo per sicumera ed astio nei confronti di tutto ciò che è pubblico o per interessi privati soggiacenti. Iniziativa che bisogna respingere, con responsabilità, senza se e senza ma.

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