Argentina – A un passo dalla legge

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Martedì 10 aprile è iniziata la discussione in Parlamento [ndr. Argentina] sulla legalizzazione dell’aborto. Sono otto i progetti presentati in base ai quali si discuterà. L’iniziativa della Campagna per l’aborto legale, sicuro e gratuito conta 72 firme ed è trasversale, mentre altre iniziative cercano di congelare la richiesta di depenalizzazione dell’aborto e altre proposte puntano ad avanzare nella produzione e nella distribuzione di misoprostol. Inoltre si cerca di porre un freno all’obiezione di coscienza come marchingegno per ostacolare e restringere l’interruzione volontaria di gravidanza.

A partire dal 20 marzo scorso, si è aperto uno spazio all’interno del Parlamento sul progetto di aborto legale, sicuro e gratuito. Per la prima volta dall’inizio della democrazia il grande debito con le donne ha il via libera per essere discusso e approvato. Fino al termine di questa settimana le deputate e i deputati possono proporre specialiste/i per i dibattiti nelle commissioni dove si apriranno le consultazioni e le discussioni. E martedì 10 aprile è cominciata la prima riunione dove la richiesta, sostenuta da una marea di fazzoletti verdi, può prendere forma legale. Si prevede che il dibattito durerà tre mesi e che, a metà anno, si potrà votare alla Camera dei Deputati. È la maggiore opportunità per consacrare il diritto a decidere di donne e persone gestanti. L’avvocata Nelly Minyerski, professoressa della UBA e ricercatrice di UBACYT sottolinea: “Ci troviamo in un momento storico e dobbiamo metterlo a frutto, qualunque sia la motivazione politica che ha portato a questo. Non si sarebbe mai prodotto senza la lotta dei movimenti di donne di ogni tipo che hanno vinto la battaglia nella coscienza sociale.”

La strada verso l’aborto legale è più vicina. A partire dalla prossima settimana si comincia a dibattere in un processo che ingloba le Commissioni di Legislazione Generale, di Famiglia e di Legislazione Penale. Sono stati presentati otto progetti: quello della Campagna per l’aborto legale, sicuro e gratuito (che ha come prima firma Victoria Donda, ma è un progetto trasversale) ed è accompagnato da altre 71 firme. Ci sono inoltre le altre iniziative di Araceli Ferreyra (Peronismo per la vittoria), Sergio Wisky (PRO), Marcelo Wechsler (PRO), Daniel Filmus (Frente para la victoria FPV-PJ), Mayra Mendoza (FPV:PJ), Maria Teresita Villavicencio (Evolucion radical), come spiegano in un’analisi comparativa, elaborata con l’informazione disponibile fino al 22 marzo, le avvocate Natalia de la Torre e Marisa Herrera, le quali fanno parte dell’ufficio stampa della deputata Analia Alexandra Rach Quiroga (FPV-PJ).

Si apre una discussione complessa dove i dettagli acquistano una maggiore importanza nella difesa di progetti che garantiscano realmente (e non solo a parole) l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. Tutti i progetti prevedono (con differenze) la depenalizzazione dell’aborto; tranne l’iniziativa di Wisky e del PRO, che vuole solo regolare il procedimento da attuare nei casi di aborto non punibile. Un punto importante è che, dal 1921, il Codice Penale, così come la sentenza F.A.L. che la Corte Suprema di Giustizia pronunciò nel 2012, permettono l’aborto non punibile, ma solo per motivazioni specifiche. L’iniziativa Wisky aggiunge a questo l’obbligo per le donne di fare una dichiarazione giurata: un requisito che oggi non è nemmeno richiesto. Questo spiega come i progetti per regolare ciò che oggi è già permesso non sono in realtà un passo in avanti per le donne.

L’avvocata e professoressa di Diritto all’Università Torcuato di Tella (UTDT), Paola Bergallo, dice: “Le opzioni regolatrici di cui è lecito dibattere oggi sono quelle che fanno dei passi in avanti rispetto alle cause che prevedono l’aborto legale nella norma vigente. In questo quadro di opzioni modernizzanti dovremmo prendere come parametro i disegni di legge dei Paesi che da quarant’anni hanno sperimentato la restrizione di procedimenti penali, che sono stati totalmente inefficaci per proteggere la vita in gravidanza e la libertà delle donne. A partire da questo contesto, i progetti da discutere sono quelli che prevedono l’aborto a richiesta, sia eliminando ogni strategia punitiva, come nella proposta della Campagna, sia quelli che la riducono al minimo (escludendo ogni punizione alla donna ma prevedendo una sanzione per coloro che realizzano aborti non giustificati)”.

L’avvocata Soledad Deza, coordinatrice della battaglia delle Cattoliche per il diritto a decidere, spiega: “Tutti i progetti, a eccezione di uno (del deputato Wisky) propongono la legalizzazione – intendendo con questo il riconoscimento della decisione della donne di interrompere volontariamente la gravidanza come un’alternativa terapeutica che deve essere assicurata dallo Stato nel settore pubblico, privato e di opere sociali – e la depenalizzazione dell’IVG entro il termine di quattordici settimane. Tutti concordano sul termine delle quattordici settimane per l’IVG, presumibilmente perché evidenza posizioni maggioritarie sull’impossibilità di riconoscere nella vita intrauterina – fino a quel momento – tratti di personalità moralmente rilevanti, come sono la capacità di avere consapevolezza di se o lo sviluppo dell’udito.”

Il progetto della Campagna per l’aborto legale, sicuro e gratuito è quello sostenuto dal maggior numero di deputate/i di tutti i gruppi (per questo è trasversale e conta con 72 firme) e, al tempo stesso, ci sono altre proposte in discussione che presentano alcune variazioni nella possibilità di consentire l’aborto legale in Argentina. I processi di discussione parlamentare sono ardui e complessi e implicano l’uso di una lente di ingrandimento per individuare i punti concreti che possano garantire alle giovani, alle adulte e alle/ai trans di vedere i propri diritti tutelati. Mentre la capacità di raccogliere consenso è imprescindibile per poter frenare gli intenti di smantellare le fondamenta della legge o di promuovere ostacoli, impedimenti o restrizioni, o forme indirette di scoraggiamento che lasciano incompleto il diritto di decidere sui propri corpi.

“Il progetto della Campagna ha come obiettivo l’autonomia della donna, la libertà di decidere e il suo diritto alla salute piena. Non contempla istituzioni che, come dimostra l’esperienza, possono diventare ostacoli nell’applicazione e nell’efficacia delle leggi, come l’obiezione di coscienza o la consulenza obbligatoria, che per questioni operative o confessionali rendono impossibili il compimento della legge. Vogliamo la depenalizzazione e la legalizzazione per tutte le donne che desiderano interrompere una gravidanza nei termini di legge, con accesso libero e gratuito a tutti i servizi di salute pubblica. E che si obblighi i servizi privati e le opere sociali. Per questo desideriamo ardentemente che si approvi il progetto della Campagna, o per lo meno che si arrivi a un consenso basato su principi indispensabili”, sottolinea Minyersky.

Una preoccupazione sulla discussione legislativa sono le barriere visibili e invisibili che ostacolano, si oppongono e scoraggiano le decisioni delle donne. Un’asse centrale è che non si dilati la decisione di interrompere la gravidanza di fronte a una situazione in cui le lancette dell’orologio possono essere come delle ghigliottine. Deza avverte: “Rispetto al procedimento previsto per richiedere l’aborto i termini variano tra zero e dieci giorni. L’alternativa più preoccupante è quella che propone Wisky che condiziona l’accesso alla prestazione medica all’intervento di un’“equipe interdisciplinare”. Sotto l’espressione “tempo di riflessione” il progetto di Evoluzione radicale aggiunge cinque giorni all’accesso alla salute. Entrambi i casi presuppongono una barriera all’autodeterminazione della donna, che si vedrà obbligata a riconsiderare e a ratificare la sua decisione nelle ventiquattro ore successive alla richiesta della pratica e l’istituto a sua volta disporrà di altri cinque giorni in cui garantirla”.

Un altro punto su cui rivolgere l’attenzione è ciò che succede con le ragazze e studentesse delle scuole secondarie, le quali sono oggi le protagoniste indiscusse della lotta per l’aborto legale e l’educazione sessuale integrale. Deza indica: “Ci sono progetti che risultano affini al nuovo paradigma che governa il Codice Civile della Nazione e altri che, purtroppo, esigono il consenso di rappresentanti legali quando l’adolescente non ne ha bisogno. Forse su questo punto si devono fare approfondimenti perché un obiettivo così significativo come quello del riconoscimento della “autonomia progressiva” non sia imbastardito sotto una tutela che retrocede gli standard del diritto.” Nella proposta della Campagna per l’aborto legale, sicuro e gratuito per le minori di 13 anni si richiede il consenso delle ragazze e l’assenso di uno dei suoi rappresentanti legali. Nel caso di mancanza o assenza del rappresentante legale, di un adulto di riferimento o con vincolo affettivo significativo.

Un altro punto chiave è la produzione nazionale del farmaco per realizzare l’aborto. E la raccomandazione di dare via al misoprostol made in Argentina è prevista nei progetti di Ferreyra e Filmus, che promuovono anche la distribuzione di piani simili al Remediar. “È indispensabile, per un aborto raccomandato dall’OMS. la fabbricazione di misoprostol e mifepristona, che consentirebbe di finirla con il business dei laboratori illegali e che porterebbe lo Stato a farsi carico dell’accessibilità ai farmaci essenziali”, dice Deza.

L’obiezione di coscienza non viene usata come la scelta di poter esercitare una posizione etica né in America Latina, né negli Stati Uniti, né in Argentina, bensì per ostacolare l’accesso a diritti civili, sessuali e riproduttivi. Per questo la Campagna per l’aborto legale, sicuro e gratuito ha tolto la possibilità al personale medico di anteporre la propria coscienza all’accesso alla salute delle persone gestanti e chiede unicamente che si garantisca l’accesso all’IVG. Ferreyra stipula che ogni presidio ospedaliero deve avere per lo meno un servizio di salute che garantisca la pratica e che si considererà violazione della legge l’utilizzo dell’obiezione di coscienza come meccanismo di discriminazione (ossia per eludere la realizzazione dell’aborto), mentre il progetto di Filmus proibisce l’obiezione di coscienza di struttura (in cui tutto l’ospedale si dichiara obiettore e nessuno realizza l’aborto). In più prevede che si possa incorporare l’obiezione di coscienza individuale e previamente dichiarata, sempre in quanto non implichi una delazione, ritardo o ostacolo all’accesso all’IVG. Il progetto di Mendoza delimita esplicitamente la questione: ”Il personale medico potrà esimersi dal dovere di assistenza solo quando un’altra/o professionista competente si sarà fatto carico della paziente.”

Deza fa notare che la coscienza non è neutrale: ”L’obiezione di coscienza continua a essere la vedette della violazione dei diritti delle donne. Sicuramente il problema non è la nobile protezione delle coscienze, ma le conseguenze che la cattiva gestione dell’obiezione e il disinteresse dello Stato hanno sui corpi delle donne”. Il progetto della Campagna porta a una visione integrale di questo diritto negato alle donne. E, soprattutto, è quello che rende giustizia ad anni di lotta, di costruzione collettiva e discussioni vecchie e nuove, che sono riusciti a tingere di verde tutto ciò che gira intorno a questo debito di democrazia.

*Fonte articolo: https://www.pagina12.com.ar/105977-mas-cerca-de-la-ley. Traduzione a cura di Nadia De Mond.

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