La sentenza della Manada: breve storia di ordinaria giustizia patriarcale

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Il 7 luglio 2016, durante le feste di San Fermino a Pamplona, una ragazza viene trovata all’alba su una panchina, in lacrime e in stato di shock. Racconta di essere stata violentata da un gruppo 5 uomini nell’androne di un portone. I 5 vengono fermati: sono 5 giovani ragazzi spagnoli, di cui uno membro della Guardia Civil. Fanno parte di un gruppo whatsapp dal nome La Manada (“il branco”) in cui si vantano dell’accaduto, allegando video ed immagini.

Durante il processo si scopre anche che alcuni di loro sono stati precedentemente coinvolti in un caso analogo, in cui la vittima era stata probabilmente stordita con burundanga (la cosiddetta droga dello stupro).
Eppure qualcuno commenta che alcuni degli aggressori sono pure bei ragazzi, non avrebbero bisogno di ricorrere alla violenza.

Ma come spesso accade, durante il processo l’attenzione si rivolge soprattutto ai comportamenti della vittima, continuamente giudicata, messa in dubbio, responsabilizzata e criticata. Viene accolta come prova la testimonianza di un detective privato assunto dalla difesa, che ha seguito la ragazza mesi dopo l’accaduto e che constata che la ragazza in fondo dopo le vicende di Pamplona vive bene, esce con le amiche, sorride. Forse in fondo la vicenda non l’ha danneggiata più di tanto. Non sembra distrutta come lo sarebbe una vittima di aggressione sessuale.
La pronta risposta del movimento femminista spagnolo ha portato in piazza quei giorni migliaia di donne al grido Yo te creo, Io ti credo.

Oggi all’ora di pranzo viene letta la sentenza: 9 anni di carcere per gli imputati, condannati per abuso sessuale. Tutti assolti dall’accusa di violenza sessuale.
Per la Giustizia, il fatto è avvenuto senza violenza né intimidazione. Poco importa se tu volessi o non volessi. Poco importa se loro erano in cinque e tu una. Non ci sono segni di colluttazione, non è violenza.

E allora io mi chiedo. Ma che cazzo faccio se mi trovo con uno, due, cinque uomini che mi vogliono stuprare? Devo farmi spaccare la faccia perché poi si creda che era uno stupro? E se ho paura che mi ammazzino, che faccio? Sto in silenzio e aspetto che l’incubo finisca, sapendo che la mia vita verrà ulteriormente calpestata in un commissariato, sui giornali e in un’aula di tribunale perché non ho opposto sufficiente resistenza?
E se non ho resistito abbastanza che faccio, non denuncio? Forse meglio risparmiarmi la gogna mediatica, meglio cercare di dimenticare in fretta, piuttosto che veder minimizzare il mio trauma che dover dolorosamente lottare per poi essere magari non creduta.

In un contesto in cui la violenza machista si dispiega in tutti gli ambiti dell’esistenza, in cui le vittime vengono spesso responsabilizzate delle violenze che subiscono, in cui le loro deposizioni vengono minimizzate e messe in dubbio, in cui passano costantemente per la gogna mediatica, con la disamina dei loro comportamenti prima, durante e dopo la violenza… poco importa che lo Stato Spagnolo abbia sulla carta una delle legislazioni più severe in materia di reati di violenza sessuale.

È evidente come la questione della Giustizia nei casi di violenza, dei percorsi di denuncia e fuoriuscita, dell’incapacità delle misure istituzionali di far fronte alla violenza machista debba essere una delle priorità all’ordine del giorno del movimento femminista, che dopo l’enorme giornata dell’8 marzo stabilirà nei prossimi mesi i suoi prossimi passi.

Intanto stasera il movimento femminista spagnolo si è dato appuntamento di fronte ai tribunali di centinaia di città per dire ancora una volta: Nessuna aggressione senza una risposta, Yo te creo.
Solidarietà femminista di fronte alla giustizia patriarcale.

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