Governabilità: il problema irrisolto della borghesia italiana

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Mentre scriviamo queste note, siamo alla vigilia del terzo round di consultazioni che il Presidente della Repubblica terrà con i partiti parlamentari presso la sua residenza.

È l’ennesimo atto della crisi politica inaugurata la sera del 4 marzo, quando le urne, com’era prevedibile, non hanno consegnato alcun partito o coalizione in grado di comporre un governo in grado di poter reggere alla prova dei numeri.

La crisi di rappresentanza politica della borghesia

In realtà, questa crisi politica non ha origine all’indomani delle ultime elezioni nazionali, ma ha più lontani natali. È il frutto della combinazione della crisi capitalistica del 2008 e dell’esaurimento dell’assetto politico della cosiddetta “Seconda Repubblica”.

Per almeno un ventennio, l’assetto bipolare emerso dalla fine della “Prima Repubblica” era stato funzionale alla necessità della borghesia italiana di operare alcune controriforme fondamentali per la modernizzazione capitalistica del paese, allora ancora troppo segnato dal precedente assetto politico e soprattutto sociale, risultato delle grandi ondate di lotta che avevano attraversato l’Italia dal ’68/’69 fino ad almeno il 1980, anno della pesantissima e decisiva sconfitta delle lotte operaie alla Fiat. Tra i molti provvedimenti che si potrebbero citare, la riforma delle pensioni promossa dal governo Amato, la riforma Ruberti dell’Università, quella Iervolino della scuola, l’accelerazione della concertazione grazie alla complicità delle direzioni sindacali maggioritarie, le riforme della pubblica amministrazione susseguitesi dal 1990 e, last but not least, l’introduzione del sistema elettorale maggioritario (ironicamente promossa dall’allora relatore Sergio Mattarella…), servivano a creare un nuovo ordinamento in virtù del quale il capitalismo italiano potesse adeguarsi alle necessità della competizione internazionale e recuperare la complessiva crisi di profittabilità che ne aveva segnato la realtà dalla fine degli anni Settanta, cogliendo a pieno le opportunità che la fase seguita al crollo del Muro di Berlino offriva. Seppure un poco schematicamente, è possibile affermare che, dalla fine degli anni Ottanta, la principale preoccupazione della borghesia italiana sia stata quella di trovare l’assetto politico e istituzionale più consono alle esigenze della nuova epoca. Possiamo affermare che, se da un lato le classi dominanti del paese siano riuscite con successo a schiantare progressivamente le resistenze della classe lavoratrice, a cominciare dal settore tradizionalmente più combattivo, quello metalmeccanico, dall’altro non siano riuscite a trovare una configurazione politico-istituzionale stabile e compatibile con il miglior quadro possibile per il mantenimento e la promozione dei propri interessi fondamentali. Anzi, paradossalmente è stata proprio la vittoria sul suo antagonista di classe a rendere più difficile lo sviluppo di questo quadro, dal momento che la trasformazione della configurazione sociale che aveva caratterizzato il paese dalla fine della seconda guerra mondiale, portò con sé anche la crisi dei tradizionali riferimenti politici: la fine dei vecchi partiti di massa avrà anche potuto essere salutata con soddisfazione dalla borghesia italiana, perché essi non erano più in grado di esercitare un ruolo di gestione razionale del sistema, ma creò anche un vuoto che altri hanno provato finora a riempire, senza riuscirci.

Dalla fine degli Ottanta, c’è stato un periodo di sperimentazione più o meno empirica per capire quale fosse il modello politico e istituzionale più adatto alle nuove esigenze. La fine della DC, del PCI e del PSI, in particolare, avevano creato le condizioni per l’affermazione di partiti post-ideologici ( il M5S non ne ha il copyright…), a cui potesse essere affidato il compito di traghettare il paese verso l’assetto desiderato. L’affermazione della Forza Italia di Berlusconi nei primi anni Novanta si ebbe in quel contesto, ed effettivamente, per un tempo relativamente lungo, è stata quella la carta preferita dalle classi dominanti, che vi avevano visto il possibile elemento di coagulo di un blocco sociale egemonico in grado di portare a compimento tutte le “riforme” ad esse necessarie. Non è un caso se uno dei mantra del messaggio berlusconiano era la lotta contro la “burocrazia”, ovvero contro una macchina amministrativa ancora troppo segnata da un modus operandi coerente con il precedente quadro, e quindi ostacolo alla modernizzazione del paese. C’è da dire che, a causa di contraddizioni inerenti alle caratteristiche del personaggio e di una coalizione politica eterogenea e segnata da interessi contrapposti, sul piano politico e dei settori sociali di riferimento, l’allora centrodestra imperniato su Forza Italia non fu mai in grado di approfondire e portare a termine le riforme fondamentali richieste da Confindustria e compagni. Il centrosinistra si rivelò essere nel tempo un partner politico più affidabile per la borghesia, soprattutto per la determinazione a condurre in porto l’operazione UE, che naturalmente richiedeva una maggiore decisione nel mettere in campo riforme adeguate, sia del sistema politico che della macchina amministrativa. Non può essere un caso se alcune delle (contro)riforme più importanti per le classi dominanti siano state fatte da governi ed esponenti del centrosinistra: dalla già ricordata riforma della legge elettorale targata Mattarella, alla riforma del titolo V della Costituzione, passando per la legge Bassanini di riforma della pubblica amministrazione. I governi Prodi, D’Alema, poi ancora il Prodi bis si distinsero particolarmente nello zelo controriformatore, ma finirono per essere anch’essi vittima delle proprie contraddizioni interne, oltreché dell’eterogeneità politica che li caratterizzava. Ma c’è un elemento di fondo, ancor più importante per la persistente instabilità politica: le condizioni sociali della classe lavoratrice, dei giovani e di un settore consistente della piccola borghesia, cioè della maggioranza sociale della popolazione, hanno visto, nel corso degli anni, un continuo peggioramento relativo, e la mancanza di risposte efficaci e stabilizzanti a causa dell’esaurimento dei tradizionali margini di mediazione sociale e di riformismo, ha prodotto un rapido deterioramento delle opzioni politiche maggioritarie che si erano di volta in volta affermate, lasciando la borghesia italiana orfana di una rappresentanza politica in grado di costruire un blocco sociale egemonico. A questo si è accompagnata la progressiva marginalizzazione della fu sinistra radicale, a causa delle sconfitte dei suoi referenti sociali, ma anche per le scelte autolesioniste e addirittura suicide dei suoi gruppi dirigenti. Questa situazione, insieme alla grave crisi finanziaria mondiale scoppiata nel 2008, ha messo poi definitivamente la parola fine al quadro politico e istituzionale nato all’inizio degli anni Novanta, aprendo la strada all’affermazione di forze politiche dalle caratteristiche parzialmente inedite, come il Movimento 5 Stelle.

Dalla crisi di rappresentanza politica alla crisi di governabilità

La nascita del M5S, nell’ottobre del 2009, è stata indubbiamente la novità che ha segnato il panorama politico italiano. Non abbiamo qui lo spazio per ripercorrerne ne dettaglio la genesi e lo sviluppo, ma è interessante notare un aspetto: la nascita e lo sviluppo di questo partito è senza dubbio conseguenza dell’autoliquidazione della vecchia sinistra radicale, ma anche dell’incapacità dei partiti tradizionali di dare risposte al peggioramento crescente delle condizioni della maggioranza sociale e soprattutto dell’attivazione della parte rilevante di una classe che, relativamente alla posizione sociale “protetta” e in ascesa dal secondo dopoguerra in poi, ha subito molto pesantemente i morsi della crisi: la piccola borghesia. Indubbiamente, la composizione del gruppo dirigente del M5S, il nucleo fondante del suo programma, le sue modalità politiche, le sue pose ideologiche e il suo linguaggio ne riflettono inequivocabilmente il carattere piccolo borghese. In realtà, senza voler per questo proporre parallelismi schematici, l’antesignano del M5S in Italia è stata proprio l’altra formazione politica con il quale, dal 4 marzo ad oggi, questi si sta contendendo la sfida del governo: la Lega. Nata sulla scorta dello spirito di révanche dei piccoli industriali e di un settore consistente di imprenditori agricoli della Lombardia e del Veneto, la Lega ebbe ai primi anni Novanta un impatto analogo a quello che l’irruzione del M5S ha avuto nell’ultimo decennio. Sia detto di sfuggita, le caratteristiche della base sociale fondamentale della Lega ne spiegano, almeno in parte, la riottosità e le contraddizioni con i suoi tradizionali alleati di centrodestra, in particolare con Berlusconi e Forza Italia.

Ad ogni buon conto, la particolare combinazione delle vicende politiche, sociali, economiche nazionali ed internazionali, e l’incapacità di centrodestra e centrosinistra, nella figura dei suoi principali esponenti, Forza Italia e il PD, di risolvere il rompicapo di un quadro istituzionale stabile e la grave situazione sociale, hanno reso M5S e Lega protagoniste della delicata e complessa partita a scacchi che caratterizza questa fase politica, favorendo il declassamento dei due vecchi protagonisti al ruolo di comprimari. Comprimari che, grazie alla mancanza di maggioranze parlamentari stabili imperniate sui pariti di Salvini e Di Maio, non hanno però un ruolo irrilevante, e anzi condizionano attivamente l’evoluzione della situazione, impedendo di fatto quella governabilità tanto ricercata dalla borghesia italiana. Tuttavia, il ruolo di collante di Berlusconi si va esaurendo e le divisioni del PD sembrano inconciliabili, perché rispondono a logiche e progetti diversi e incompatibili. Da una parte Renzi e i suoi che puntano non solo alla riconquista del partito, ma anche a una sua decisiva trasformazione sulla scorta dell’esempio di Macron in Francia; dall’altra, un’eterogenea minoranza che sente più il richiamo della “responsabilità” ed è legata maggiormente ai tradizionali riferimenti politici europei. Queste difficoltà e sostanziale incompatibilità di progetti diversi, oltre ad ambizioni individuali, nei due partiti, potrebbero preludere al tentativo di costituzione di un partito “macroniano”, costituito da transfughi eccellenti dell’attuale PD e dell’attuale Forza Italia, con l’ambizione di essere un nuovo punto di riferimento della borghesia nazionale. E’ difficile ipotizzare che questi partiti possano oggi aver voglia di essere stampella di governi fragili, costitutivamente deboli, e destinati a un sostanziale fallimento. Lega e M5S si trovano, dal canto loro, nella condizione estremamente contraddittoria di dover rispondere, in un modo o nell’altro, alla grande borghesia, ma anche alla borghesia espressione di aziende di medie dimensioni fortemente internazionalizzate e competitive sul mercato mondiale che, dalla crisi del 2008, hanno tratto nuova linfa vitale. Al tempo stesso, non possono non rispondere alle rispettive basi sociali, con l’aggravante, per i 5 Stelle, di dover dar conto anche a quella massa di elettori meridionali, tra cui un numero molto grande di lavoratori, precari e disoccupati, che il 4 marzo ha espresso indubbiamente un voto di rivolta nei confronti dello status quo e della tradizionale mediazione politica, ormai esaurita ed incapace di rispondere anche in minima parte alle loro esigenze e bisogni.

Tuttavia, è difficile comporre interessi così divergenti in una visione egemonica complessiva, nel quadro di una persistente instabilità economica e sociale, tanto più senza la disponibilità di potenziali alleati minori. Lo stallo è totale.

Il “sostitutismo” delle istituzioni, le scadenze da affrontare e le elezioni anticipate

Gli eventi recenti creano una breccia da cui lo sfasamento tra politico e sociale, e la relativa autonomia delle istituzioni e degli apparati statali dalle classi dominanti, emergono nitidamente. Il che non significa indipendenza delle istituzioni e dello Stato dalle classi dominanti, né tantomeno “neutralità” nei confronti delle diverse classi. Vuol dire semplicemente che questa relativa autonomia è la configurazione necessaria affinché lo Stato (borghese, appunto) possa, con efficacia, garantire le migliori condizioni di riproduzione sociale del sistema del Capitale, lavorando per superare le situazioni di crisi e i momenti di pericolo, scontrandosi, se necessario, con diverse frazioni di classi dominanti che in quel frangente non hanno la visione complessiva necessaria a ricercare le soluzioni complessivamente più adeguate. Così come possono sostituirsi temporaneamente a una rappresentanza politica incapace o impossibilitata a farsi carico degli interessi generali di riproduzione sociale del sistema, assumendo direttamente un ruolo politico. È precisamente quanto sta accandendo in questo momento.

Mattarella ha oggi il delicato compito di farsi carico di questi interessi, nella consapevolezza dell’esigenza irrinviabile che all’Italia sia dato un governo in grado di affrontare le emergenze immediate. In questo c’è sostanziale idendità di vedute con grande borghesia, che, dai suoi giornali e dai suoi think tank, non perde occasione per ricordare che, tornare al voto in queste condizioni, sarebbe un dramma che non è possibile permettersi.

Troppe sono le scadenze urgenti da affrontare:

1) in primo luogo, evitare l’aumento dell’IVA che scatterebbe dal Primo Gennaio 2019 a causa delle clausole di salvaguardia che si innescherebbero in assenza della Legge di Bilancio e, dunque, con l’esercizio provvisorio;

2) la discussione del bilancio europeo con la proposta che il Consiglio Europeo inoltra generalmente entro fine Maggio. Questo bilancio si presenta particolarmente difficile per l’Italia, dal momento che in discussione sembrano esserci anche una riduzione dei Fondi di Coesione (FSR, FS e FC) per le aree svantaggiate, e un taglio al fondo per la Politica Agricola Comune (PAC), che, tra l’altro, impatterebbero in modo significativo sia sul Sud Italia (colpendo anche la base sociale del M5S) che sull’agricoltura nazionale, una parte importante della quale costituisce anche la base sociale della Lega.

3) Una ridiscussione del Regolamento di Dublino, che disciplina l’ingresso e la ripartizione degli immigrati tra i diversi paesi aderenti. Collegata a questa discussione c’è l’allocazione dei fondi 2012-2017;

4) La discussione sui dazi annunciati dall’amministrazione statunitense, in cui Francia, Germania e Gran Bretagna sono stati finora attivamente protagonisti. L’Italia è stata completamente assente dalla discussione. Con un surplus commerciale di circa 50 miliardi di euro e gli USA come uno dei principali partner delle esportazioni italiane, la borghesia più dinamica, cioè quella legata al settore dell’export, che nell’economia nazionale ha sempre maggior peso, vede questa assenza come fumo negli occhi;

C’è da aggiungere che il quadro europeo si annuncia estremamente difficoltoso. Le più recenti stime di crescita del PIL europeo per il 2019 danno una frenata di qualche decimale, il che favorisce le spinte intergovernative, già peraltro in atto, in base alle quali i diversi stati membri saranno intenti a preservare i propri interessi, piuttosto che a coltivare una (fantomatica) promozione dei meccanismi di integrazione comunitaria. Ad esempio, la Germania continua ad opporsi a un’assicurazione sui depositi bancari, mentre la Francia continua un’aggressiva politica estera, in particolare nel continente africano, ma anche in Medio Oriente, che tuteli i propri interessi. È evidente che le classi dominanti di quella che è ancora la terza potenza industriale dell’UE non possono accontentarsi di restare con il cerino in mano.

In questo contesto, e nel caso in cui non si riuscisse a trovare una (difficile) quadra tra i diversi partiti in occasione delle nuove consultazioni, Mattarella non avrà molta altra scelta se non prendere in mano la situazione e proporre un “governo del presidente”, che si faccia carico di queste scadenze evitando sviluppi molto negativi per la borghesia italiana. Tolti Forza Italia e il PD, che in queste ore hanno dato segnali di disponibilità al riguardo, e a giusto titolo, dato che ciò toglierebbe loro numerose castagne dal fuoco, resta da vedere l’atteggiamento di Lega e M5S, che però, di fronte a responsabilità così grosse come, ad esempio, l’aumento dell’IVA, è difficile possano tirarsi indietro, tanto più che sia solo questo sarebbe difficilissimo da giustificare di fronte al proprio elettorato.

È evidente che un governo di questo tipo non godrebbe però né della consistenza, né della legittimità politica per durare l’intera legislatura, e che si dovrebbe limitare quindi a gestire l’emergenza. Le elezioni anticipate sembrano quindi più che una semplice eventualità. Il punto è: quando?

Vi sono pochi dubbi che né Mattarella, né le classi dominanti, possano accettare di tornare al voto con la legge elettorale in vigore. Troppe sono le incognite e troppo alto il rischio che si riproduca l’attuale situazione di ingovernabilità e di stallo. Che fare, dunque? Ci sono ben poche soluzioni, se non la discussione di una nuova legge elettorale che possa garantire , con un ragionevole margine di dubbio, una maggioranza parlamentare che abbia i numeri per formare un governo in grado di operare.

La legge elettorale

È chiaro che una legge di questo tipo non potrebbe avere che un impianto maggioritario, ma ci sono almeno due ordini di problemi all’orizzonte: a) è difficile che Mattarella possa impegnare un governo di sua diretta emanazione a scrivere una nuova legge elettorale. Più facile ipotizzare che chieda alle forze politiche in parlamento di farsene carico, trovando un accordo tra loro b) la discussione sulla legge elettorale prenderebbe presumibilmente molto tempo e sarebbe estremamente complessa. A tal proposito, prendiamo le due sentenze della Corte Costituzionale, n. 1 del 2014 e n. 35 del 2017: secondo questi pronunciamenti, ogni sistema elettorale deve contemperare il principio della governabilità con quello costituzionalmente garantito della rappresentatività e il premio di maggioranza prevedere una soglia minima per non ledere appunto il principio di rappresentatività. Questa soglia minima è stata convenientemente quantificata al 40% per un sistema misto, proporzionale e uninominale (che, di per sé, ha effetto maggioritario). Questi punti sono rilevanti perché determinano il quadro della discussione per una nuova legge elettorale, imponendo una situazione in cui la quadra degli interessi dei diversi partiti non è per nulla assicurata.

Da un lato, è difficile che la soglia del 40% sia raggiunta da un solo partito, dall’altra non è affatto certo che tutti gli attori siano d’accordo a una legge che possa prevedere il premio di coalizione, dal momento che, ad esempio, il M5S sarebbe costretto a negare uno dei suoi mantra fondativi, che è poi uno degli ingredienti del suo successo elettorale, cioè quello della negazione di ogni possibile alleanza. Tuttavia, c’è da aggiungere che, sia alla Camera che al Senato, sommando i seggi di Lega, FI, PD e FdI sarebbe già possibile ottenere la maggioranza assoluta per approvare una nuova legge elettorale, ma questi partiti si assumerebbero un rischio politico, dal momento che il M5S potrebbe trarre vantaggio da quella situazione accusando gli altri di inciucio e di una conventio ad excludendum, da spendere in una nuova campagna elettorale.

Tra l’altro, una legge mista esporrebbe comunque al rischio di presentare criteri di incostituzionalità, e necessiterebbe quindi nuovamente del vaglio della Corte, con un ulteriore rallentamento dei tempi. E di tempo non ne hanno molto.

La soluzione più sicura dal punto di vista dell’ammissibilità, resta paradossalmente quella di un sistema uninominale, sul modello di quello dei Comuni e delle Regioni, quello che cioè avrebbe più effetti sul principio di rappresentatività, ma su cui, curiosamente, finora non è stato sollevato un profilo di illegittimità costituzionale, probabilmente poiché le distorsioni sulla rappresentatività sarebbero prodotte al di fuori di un sistema elettorale proporzionale, e quindi considerate “logiche”. Non è detto che questa non possa essere la soluzione meno ingestibile per i maggiori partiti. Quello che è certo, è che la prossima legge elettorale andrà in una direzione ancora più antidemocratica, dal momento che dovrà rispondere ad esigenze di governabilità di cui le classi dominanti e gli apparati dello Stato hanno sempre più bisogno per affrontare le difficile e delicate sfide rispetto alla competizione internazionale.

E i nostri? La necessità della mobilitazione sociale

In tutto questo, c’è purtroppo un grande assente: la classe lavoratrice.

In un quadro di grande difficoltà per le classi dominanti, alle prese con sfide economiche e sociali di non poco conto e alla ricerca di una rappresentanza politica finalmente all’altezza, l’assenza di una soggettività di classe organizzata, in grado di agire in quanto soggetto politico, e l’assenza di mobilitazioni di massa contro le politiche di austerità, sono alla base delle grandi difficoltà di mettere in campo processi significativi di opposizione e ricomposizione politica di segno anticapitalista e internazionalista.

La difficoltà delle lotte a trovare terreni di connessione programmatica, la frantumazione aziendalista e categoriale della classe lavoratrice, la difficoltà di ricostruzione di un sindacalismo di classe che superi la divisione e la competizione tra sigle, costruendo mobilitazioni comuni in grado di aiutare i lavoratori e le lavoratrici a riprendere protagonismo e autorganizzazione, sono elementi decisivi nella situazione di affanno e attuale marginalità della sinistra di classe.

È perciò necessario ricostruire le condizioni affinché si possa sviluppare l’unità sociale tra i diversi settori della classe lavoratrice, a cominciare dai processi di lotta e convergenza dei quadri sindacali classisti, ovunque collocati.

È questa la priorità di fase, dalla quale non si può sfuggire se si vogliono evitare processi politicisti, scarsamente incisivi e limitati o meramente elettoralistici.

Impegnarsi al massimo delle proprie forze nella ripresa del protagonismo di lavoratori e lavoratrici nei luoghi di lavoro, che siano una fabbrica, un ufficio o le biciclette dei rider, favorire e stimolare processi di autorganizzazione e riconoscimento reciproco tra i diversi settori e le diverse categorie della classe, sono il fondamento della ricostruzione di una progettualità politica radicalmente anticapitalista, sempre più necessaria in un momento storico in cui la polarizzazione sociale e politica è destinata ad accrescersi, così come in modo corrispondente la necessità della fine di un sistema ormai insostenibile sotto tutti i punti di vista, politico, sociale, ambientale, umano.

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