Marx e i ritmi sincopati della politica

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In occasione dei 200 anni dalla nascita di Marx, pubblichiamo un estratto della prefazione di Daniel Bensaid al testo “Inventare l’ignoto. Testi e corrispondenze sulla Comune di Parigi” di Karl Marx e Friedrich Engels (a cura di Daniel Bensaid).

L’irruzione evenemenziale frantuma l’ordinario procedere dei lavori e dei giorni, il tetro incatenamento e le ripetizioni monotone di una “storia senza avvenimenti”: «Passioni senza verità, verità senza passioni; eroi senza gesta eroiche, storia senza avvenimenti; sviluppo degli eventi la cui esclusiva forza motrice sembra essere il calendario, che per giunta si consuma nella costante ripetizione di se stesso, degli stessi momenti di tensione e di distensione; contrasti che sembrano acutizzarsi periodicamente soltanto per attutirsi e precipitare senza riuscire a risolversi».[1] Il tempo di questa storia senza eroi né avvenimenti è quello, meccanico, dell’orologio e del calendario, dell’eterno ritorno delle ore e delle stagioni.

Ora, la lotta politica possiede cicli, ritmi e temporalità che le sono propri, e che non sono necessariamente sincronizzati su quelli dell’economia. Tra la politica e il sociale, c’è un gioco, in cui il simbolico e l’immaginario hanno la loro parte. Di modo che la politica, arte della mediazione, è anche un’arte del “controtempo” e del momento propizio. Per esempio, per le elezioni dell’Assemblea Costituente del 1848, ci sarebbe stato bisogno del «tempo necessario per i preparativi», come esigeva Blanqui.[2] Le elezioni precipitose sono in ritardo rispetto alla realtà, la rappresentanza sul rappresentato, l’idea sui fatti. Non è un caso isolato. Nel 1917 la Costituente era in ritardo allo stesso modo rispetto all’insurrezione dell’Ottobre. Questione di discordanza dei tempi, politiche, sociali, simboliche. Ne consegue che le rivoluzioni sono raramente in orario. Non conoscono il “giusto in tempo”. Sono dilaniate tra il “non più” e il “non ancora”, tra ciò che viene troppo presto e ciò che viene troppo tardi. «Se la Comune [del 1793]era venuta troppo presto, con le sue aspirazioni di fraternità, Babeuf è arrivato troppo tardi» e «se il proletariato non poteva ancora governare la Francia, la borghesia non lo poteva fare più».[3] In questo scarto può sopravvenire la tragedia, quella dei giorni del giugno 1848 in Francia o del luglio 1917 in Russia, o ancora quello del gennaio 1919 in Germania, che Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht pagarono con la vita.

Di questa temporalità politica non lineare, sincopata, piena di nodi e antinodi, le rivoluzioni sono l’estrema rappresentazione. I compiti del passato, del presente, dell’avvenire vi si accavallano e intrecciano. Così, «imponendo la Repubblica», il proletariato parigino ha conquistato nel 1848 il terreno in vista della sua propria lotta per l’emancipazione, ma «niente affatto questa emancipazione in sé», poiché la classe operaia era «ancora incapace di compiere la sua propria rivoluzione».[4] Tuttavia, le rivoluzioni nazionali (tedesca, ungherese, italiana) dipendevano già dal destino della rivoluzione proletaria e «furono private della loro autonomia apparente, della loro indipendenza di fronte al grande rivolgimento sociale». Significa che, già, l’antagonismo di classe spezza in due il popolo fusionale dell’epopea rivoluzionaria.

Michelet l’aveva presagito dal 1846: «Un mezzo secolo è bastato per vedere la borghesia uscire dal popolo, innalzarsi attraverso la sua attività e energia, e tutt’a un tratto, nel mezzo del suo trionfo, accasciarsi su se stessa».[5] In questo modo maturava «il germe oscuro di questa ignota rivoluzione» che egli percepiva nella sans-culotterie parigina del 1793: «I repubblicani classici avevano dietro di loro uno spettro che marciava velocemente e li avrebbe superati in velocità: i repubblicani romantici dalle cento teste, dalle mille scuole, che oggi chiamiamo socialismo».[6] È quello stesso spettro che stava per assillare l’Europa dalle prime righe del Manifesto del Partito Comunista redatto negli ultimi giorni del 1847 e che fece irruzione qualche settimana più tardi sulla scena europea.

Col susseguirsi degli avvenimenti, da febbraio a giugno 1848, lo spettro prende corpo: «La borghesia si rendeva perfettamente conto che tutte le armi forgiate contro il feudalesimo le si ritorcevano contro, che i mezzi culturali che essa stessa aveva prodotto si rivoltavano contro la sua propria civilizzazione, che tutti gli dei che aveva creato l’abbandonavano».[7] E lo spettro ha finalmente un nome (rivoluzione comunista, e non più “romantica”, come la definiva Michelet) e una bandiera: «Nel corso della rivoluzione, le circostanze erano maturate così rapidamente che i partigiani delle riforme di tutti i tipi, che le rivendicazioni più modeste delle classi medie, furono costrette a raggrupparsi sotto la bandiera più estrema della rivoluzione: la bandiera rossa».[8] Così nell’Assemblea Costituente eletta il 4 maggio 1848, i repubblicani borghesi hanno la meglio e, dopo la bancarotta della monarchia liberale, «è solamente in nome della Repubblica che si poteva ingaggiare la lotta contro il proletariato». È al 4 di maggio che Marx data la nascita ufficiale della II Repubblica. Ma il luogo e la data della sua nascita reale, «non è la rivoluzione di febbraio ma la disfatta di giugno». Il proletariato vinto costringe la Repubblica appena proclamata ad apparire come lo Stato il cui fine dichiarato era «la perpetuazione della schiavitù salariata»: «La borghesia non ha re, la forma del suo regno è la repubblica» che realizza nel suo “regno anonimo” «la sintesi della Restaurazione e della monarchia di Luglio». Nella sua forma compiuta, la Repubblica costituzionale realizza dunque la coalizione di interessi del partito dell’ordine, al quale si oppone ormai la coalizione della “Repubblica rossa”.[9]

All’indomani del 24 febbraio 1848 e della fuga del re, la Repubblica «sembrò andare da sé» ma il proletariato voleva proclamarla “Repubblica Sociale”. Lo scontro di giugno rappresenta così «la prima grande battaglia tra le due classi che dividono la società moderna». Non è soltanto l’unità immaginaria del popolo. È la storia del mondo moderno che si è allora rotta in due, sotto lo choc dell’«avvenimento più formidabile della storia delle guerre civili in Europa». L’alternativa tra repubblica e monarchia ne è uscita trasformata. «Alla soglia della rivoluzione di Febbraio, la Repubblica Sociale fece la sua apparizione come una formula vuota, una specie di profezie.» All’epoca delle giornate di giugno, fu soffocata nel sangue ma continua, come lo spettro annunciato nel Manifesto comunista, ad «essere presente nei successivi atti del dramma.»[10]

Nel momento stesso in cui Marx pubblicò Il 18 Brumaio, Blanqui, imprigionato alla fortezza di Belle-Île, scrive pressappoco la stessa cosa al suo amico Maillard: «Cos’è dunque che siamo costretti a fare da così tanto tempo, se non la guerra civile? E contro chi? Ah! Ecco con precisione la questione che ci si sforza di sbrogliare attraverso l’oscurità delle parole: perché si tratta di impedire che le due bandiere nemiche non si pongano chiaramente l’una di fronte all’altra».[11] Ed è perché i socialisti devono ormai distinguersi dai semplici repubblicani che vogliono «ricominciare Febbraio, non oltre». Nel 1848, la borghesia ha dunque usurpato il buon nome e l’insegna della repubblica «ma fortunatamente essa ha respinto la nostra bandiera: essa ci resta».[12] “Rouge du sang de l’ouvrier…”[13] dirà una canzone popolare. E Marx ripeterà nel 1871 che «la Repubblica parlamentare con Luigi Bonaparte come presidente» fu «la forma adeguata del loro governo», «la società per azioni del blocco delle frazioni borghesi» o ancora «il terrorismo della dominazione di classe».[14]

Ritornando quarant’anni dopo sull’esperienza fondatrice del 1848, Engels scriverà che ciò bisognava intendere allora per Repubblica Sociale «gli operai non lo sapevano ancora». L’idea e la parola erano in anticipo sulla cosa. Bisognerebbe, per dare corpo a questa repubblica spettrale, il lento apprendistato del movimento reale nutrito dal progresso industriale e dalla mondializzazione vittoriana, e sarebbe stato necessario soprattutto l’invenzione anonima della Comune da parte del popolo insorto di Parigi.

In Lotte di classe in Francia e in Il 18 Brumaio, Marx comincia a tirare, invocando il nome di Blanqui, le implicazioni strategiche della prova del giugno 1848: «Il proletariato si raggruppa sempre di più intorno al socialismo rivoluzionario, intorno al comunismo, per il quale la borghesia stessa ha inventato il nome di Blanqui; questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza».[15] Formula che egli riprende sotto forma di parola d’ordine nella conclusione del suo indirizzo alla Lega dei comunisti: il “grido di guerra” dei lavoratori deve essere ormai “La rivoluzione in permanenza!”. Enigmatica parola d’ordine, che annoda problematicamente atto e processo, l’istante e la durata, l’avvenimento e la storia. Ma che enuncia la specificità dialettica della temporalità politica. «Da quando si stabilisce un rapporto diretto [tra il modo di produzione e le idee politiche]le cose non diventano più chiare, ma l’esatto contrario», avvertiva il vecchio Engels al crepuscolo della sua vita.[16] Restava in ciò fedele a ciò che scriveva da giovane: «Se c’è una cosa che i tedeschi trovano evidente, ma che i britannici ottusi non saprebbero ammettere, è che, nella storia, i pretesi interessi materiali non rappresentano mai da soli una fine in sé».[17]

È proprio perché le rivoluzioni rivelano dei contro-tempi e fanno entrare in fusione un’insieme di determinazioni, che esse sono propizie alle trasfigurazioni e alle metamorfosi, incostanti, difficili da inchiodare in un’identità, da assegnare a una sostanza unica, borghese o proletaria, sociale o nazionale: «Il nome sotto il quale una rivoluzione è impegnata non è mai quello ch’essa porterà sulla sua bandiera il giorno del suo trionfo. Per assicurarsi le chances di successo, i movimenti rivoluzionari sono costretti, nella società moderna, a prendere in prestito, all’inizio, i loro colori dai movimenti nazionali, i quali, opponendosi al Governo officiale, vivono in totale armonia con la società. In breve, le rivoluzioni devono ottenere i loro biglietti d’ingresso sulla scena pubblica dalle stesse classi dominanti».[18] Insomma, le rivoluzioni sono un’arte dei contro-tempi, e la politica è un teatro, una scena, piena d’intrighi e di quiproquo, in cui gli attori si presentano travestiti e si scambiano i ruoli. Si è ben lontani dal piatto determinismo economico imputato a Marx e Engels dai loro detrattori.

[1] K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, in Id., F. Engels, Opere scelte, Roma 1979, pp. 485-587, par. I.
[2] In termini molto simili a quelli di Marx, Blanqui giustifica nel 1849 davanti ai giudici del tribunale di Bourges, la manifestazione del 17 marzo 1848, organizzata per chiedere al governo di rimandare l’elezione dell’Assemblea Costituente: «Se si facessero delle elezioni subito dopo la rivoluzione, accadrà che la popolazione andrà a votare secondo le idee del regime decaduto. Davanti al tribunale del popolo, è necessario che anche noi possiamo prendere la parola che hanno avuto i nostri nemici. E per questo ci vuole tempo». Tempo? Ma quanto? Il tempo necessario all’educazione del popolo: «Il popolo non sa. Bisogna che sappia. Non è lavoro di un giorno o di un mese. Se le elezioni si fanno, saranno reazionarie. Lasciate che il popolo nasca alla repubblica». Ci vorrebbe tempo…ma le rivoluzioni sono avare di tempo.
[3] Vedi la lettera di Engels a Kautsky (20 giugno 1887) e l’introduzione alla riedizione della Guerra civile in Francia. Engels ha sviluppato a più riprese questo pensiero del “non più”/“non ancora” in La Guerra dei contadini in Germania e Rivoluzione e contro rivoluzione in Germania.
[4] K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in Id., F. Engels, Opere scelte, cit., pp. 373 – 483.
[5] J. Michelet, Il popolo (1849), Rizzoli, Milano 1989. Già nel 1832 Blanqui dichiarava nel suo Rapporto à la Société des Amis du Peuple «Non bisogna nascondere che c’è una guerra mortale tra le classi che compongono la nazione.» (A.Blanqui, Il faut des armes, La Fabrique, Paris 2007, p. 80).
[6] J. Michelet, Storia della Rivoluzione francese, Rizzoli, Milano 1955, II.
[7] K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, cit.
[8] Ibid.
[9] K. Marx, Le lotte di classe in Francia, cit.
[10] Id., Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, cit.
[11] A. Blanqui, op. cit., p. 176.
[12] Appello lanciato il 28 novembre 1848 da Blanqui dal torrione di Vincennes in cui è detenuto (in A.Blanqui, Ecrits sur la Révolution, Galilée, Paris 1977).
[13] [Riferimento al ritornello della canzone Le Drapeau Rouge di Paul Brosse, ndt]
[14] K. Marx, La Guerra civile in Francia, edito infra.
[15] K. Marx, Le lotte di classe in Francia, cit. Nella dodicesima Tesi di filosofia della storia, Walter Benjamin echeggerà l’accusa rivolgendola alla socialdemocrazia «quasi arrivata nello spazio di tre decenni a cancellare il nome di un Blanqui i cui accenti di bronzo avevano fatto tremare il XIX secolo».
[16] Lettera a Kautsky del 20 febbraio, 1889.
[17] F. Engels, Rheinische Zeitung del 9 dicembre 1842. Allo stesso modo non c’è dubbio che il petrolio abbia giocato, in quanto interesse materiale, il suo importante ruolo nelle guerre recenti del Golfo, ma ciò non esaurisce tutte le determinazioni geostrategiche, ideologiche dietro l’avvenimento.
[18] K. Marx, New York Daily Tribune, 27 giugno 1857.

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