Francia: la mobilitazione sociale e politica e i suoi chiaro scuri

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Dal 22 marzo al 26 maggio, due mesi sono passati: due mesi di scioperi, manifestazioni, blocchi di università e licei, scontri e violenze delle forze dell’ordine. E tutto sembra mostrare che nelle prossime settimane questa situazione di tensione politica e sociale continuerà, senza però che si dia lo scontro centrale capace di bloccare i piani del governo Macron.

Il punto di partenza di tutte le mobilitazioni viene dagli attacchi frontali da parte del governo contro i/le giovani e il mondo del lavoro. Per due mesi, il confronto ha avuto luogo essenzialmente in due settori della mobilitazione: i ferrovieri e gli studenti medi e universitari.

I/le ferrovieri/e della SNCF, e in prima linea il personale di bordo, meccanici e controllori, si sono mobilitati/e in massa contro la trasformazione della SNCF in società privata, l’apertura accelerata alla concorrenza e la fine delle assunzioni con lo statuto di ferroviere. I quattro sindacati principali della SNCF (CFDT, CGT, SUD e UNSA), con il sostegno di FO, nonostante le reticenze di SUD Rail, hanno dettato un ritmo di sciopero di 2/5, ovvero due giorni di sciopero ogni cinque giorni, dal 3 aprile, con 36 giorni di sciopero previsti fino al 28 giugno.

Insieme alla SNCF, solo i sindacati di Air France avevano cominciato un processo parallelo di sciopero durante il mese d’aprile, questa volta per esigere degli aumenti, il recupero del 6% perso dal 2012 a causa del blocco dei salari.

Ad Air France, fra l’altro, si è prodotto un evento rivelatore della situazione sociale e politica del paese.

La direzione del gruppo aveva constato che nel mese d’aprile, pochi dipendenti partecipavano alla giornate di sciopero molto ravvicinate decise da un intersindacale molto larga (dipendenti di terra e di volo, tutti i sindacati tranne la CFDT e la CGC). La direzione aveva tirato delle conclusioni affrettate, credendo che l’intersindacale non avesse il sostegno dei dipendenti e si era intossicata con la propria propaganda che descriveva uno “sciopero dei piloti ultraminoritario”. Dopo aver proposto un accordo fumoso che eludeva completamente la questione del recupero dei salari, proponendo soltanto qualche briciola ai lavoratori, la direzione si è lanciata, a partire da metà aprile, nell’avventura di un referendum/plebiscito, con cui chiedeva ai lavoratori di sostenere le sue proposte mettendo sulla bilancia – in caso di rifiuto – le proprie dimissioni. Il risultato non si è fatto attendere. Nonostante l’utilizzo di tutti i mezzi di propaganda possibili – tanto in all’interno dell’azienda che nei media – il risultato è stato nettissimo: più dell’80% di partecipazione fra i lavoratori e un rifiuto delle proposte della direzione che ha superato il 55%. J.M. Janaillac, amministratore delegato del Gruppo Air France/KLM si è quindi fatto mettere alla porta dai/lle lavoratori/rici. Due anni dopo l’episodio della “camicia” dove due direttori di Air France erano dovuti scappare davanti a dei lavoratori infuriati, questo nuovo esempio d’impertinenza e di assenza di sottomissione all’autorità padronale è stato denunciato dal governo e nei media, indignati che si possa mettere così il proprio padrone alla porta.

Questo esempio illustra bene del clima che regna nel paese. Anche se non c’è stato un allargamento degli scioperi nei mesi d’aprile e di maggio, il clima politico e sociale è quello di un rifiuto della politica antisociale del governo.

Il governo cambia tono

Tutto questo ha portato Macron e il suo primo ministro a cambiare tattica. In un primo tempo, davanti allo sciopero dei ferrovieri, il governo aveva giocato la carta del confronto diretto con i sindacati, dell’agitazione mediatica anti-sciopero, esasperando la collera dei passeggeri bloccati nelle stazioni. Ma, anche senza estensioni dello sciopero, una buona parte dei/delle lavoratori/trici sono rimasti solidali con gli scioperanti e lo sciopero stesso ha retto, obbligando la CFDT e l’UNSA a restare nel fronte sindacale.

Parallelamente, in queste ultime settimane, la paura del governo che lo sciopero si estenda aldilà dei ferrovieri non si è concretizzata. Anzi, piuttosto che affrontare direttamente i ferrovieri in sciopero rischiando di provocare un’esplosione dello stesso, il governo ha preferito giocare la carta de la porta semi-aperta con i sindacati della SNCF, riprendendo direttamente con il suo primo ministro un dialogo formale che aveva scartato qualche settimana prima per manifestare la propria fermezza. Non è stato ceduto nulla rispetto alla riforma che liquida la SNCF in quanto azienda pubblica, ma il governo è stato comunque costretto a dare un “contentino” ai dirigenti sindacali per facilitare una più agevole uscita dal conflitto per fine giugno: l’impegno dello Stato a prendersi carico dei 35 miliardi di debito della SCNF e che la legge dichiari non cedibili le quote Statali nelle nuove società di diritto privato.

Nessuno di questi due annunci modifica l’attacco frontale; non da neanche la garanzia, richiesta dai sindacati, della negoziazione di una convenzione di settore che fissi dei diritti minimi per i lavoratori delle nuove società private che interverranno nel settore. Peggio, durante il mese d’aprile, Edouard Philippe, il primo ministro, ha confermato la suddivisione in filiali e la privatizzazione del trasporto merci. Ma tutto questo simulacro di dialogo sociale permette ai dirigenti sindacali di spostare il focus: dal rifiuto frontale della riforma alla negoziazione al margine di qualcuno dei suoi aspetti.

Questo cambiamento di strategia da parte del governo è dovuto, da un lato, all’ostilità che hanno riscontrato le riforme, ma anche, purtroppo, a una tattica di sciopero che evita l’apertura di una crisi sociale che possa bloccare il governo.

I limiti delle modalità di sciopero alla SCNF

L’argomento centrale delle direzioni sindacali per far adottare il ritmo dei 2/5 era di permettere un movimento duraturo nel tempo, fino alla fine delle votazioni parlamentari a giugno (quando in realtà la decisione del governo di passare al meccanismo delle “ordinanze”(1) ha asfissiato completamente il dibattito parlamentare).

Questo ritmo ha permesso di mantenere un alto livello di scioperanti, ma ha anche permesso alla direzione di adattarsi e ha impedito la messa in atto di una situazione di blocco di più giorni consecutivi del traffico dei treni, e quindi dello scoppiare di un confronto diretto con il governo. Questa tecnica di sciopero alla SNCF ha anche lasciato gli altri settori al proprio ritmo d’azione, senza facilitare l’effetto di una diffusione che avrebbe forse potuto essere possibile, soprattutto nella funzione pubblica.

Questo settore, che conta 5.6 milioni di lavoratori (ospedali, istruzione, finanze pubbliche, servizi amministrativi), è anch’esso posto direttamente sotto attacco, in maniera leggermente diversa rispetto a quella portata avanti con la SNCF, che porterà ad un taglio di 150 000 posti di lavoro; un attacco già cominciato sui salari, e un ricorso massivo alle assunzioni fuori statuto. Il settore si è fortemente mobilitato il 22 marzo, mentre l’assenza di una dinamica efficace si è manifestata con la nuova giornata di sciopero intersindacale il 22 maggio, più debole di quella del 22 marzo che aveva visto la partecipazione dei ferrovieri alle manifestazioni. Il larghissimo fronte sindacale d’azione nella funzione pubblica è anche il fatto di sindacati come la CFDT e FO che, a livello confederale, hanno esplicitamente rifiutato ogni logica di convergenza delle lotte, soprattutto fra ferrovieri e pubblico impiego, nonostante i due settori siano bersaglio di attacchi della stessa natura. Anche se in nessun settore della Funzione pubblica c’è stata una pressione combattiva per superare questa agenda, la scelta dei sindacati non ha aiutato la mobilitazione.

Il ritmo dei 2/5 ha anche tolto alle assemblee generali dei ferrovieri il controllo sul loro movimento. Nei movimenti precedenti, la riconduzione dello sciopero era votata nelle assemblee degli scioperanti.

Questa volta, con un calendario fisso, le assemblee hanno perso questa capacità, rendendo a volte molto difficile per i militanti SUD o CGT più combattivi di andare oltre il calendario fissato.

Il governo ha quindi evitato una situazione di blocco economico del paese attraverso il blocco di trasporti e il movimento sociale non ha potuto beneficiare di un punto di attacco che avrebbe permesso ad altri settori in lotta di unirsi. Nonostante questo, nella regione parigina, delle decine – e anche delle centinaia questi ultimi giorni – di ferrovieri, partecipano regolarmente a un’assemblea generale “inter-stazioni”, emanazione delle assemblee degli scioperanti nelle varie stazioni, cercando di far saltare il calendario sindacale, come hanno appena fatto proponendo di agire al di fuori dei giorni fissati all’inizio di giugno.

In totale, lo sciopero tiene e resta popolare fra gli altri lavoratori. Altro dato che conferma il clima di questa mobilitazione è il risultato del referendum organizzato dai sindacati in cui erano chiamati ad esprimersi tutti i lavoratori SNCF : 61% di affluenza e 94.97% di voti contro il progetto del governo. Inoltre, una cassa di sciopero gestita dai quattro sindacati dei ferrovieri ha rapidamente raccolto più di 1 milione di euro.

Il movimento studentesco

Se il governo ha evitato il confronto diretto con i ferrovieri, non è stato lo stesso con i/le giovani studenti medi e universitari. A partire da metà aprile, in circa la metà degli istituti universitari del paese si sono sviluppati scioperi, occupazioni e blocchi. Questo ha portato ad assemblee generali importanti tanto quelle del movimento contro il CPE (Contrat première embauche – Primo contratto di lavoro, una riforma del 2006 che precarizzava i contratti di lavoro per i/le giovani, che il governo ha dovuto ritirare di fronte alle mobilitazioni): 2.500 persone a Montpellier, 3.500 a Rennes, 2.200 a Mirail…

Questo movimento si è ampiamente autorganizzato, scontrandosi però con l’assenza di iniziativa del principale sindacato studentesco, l’UNEF, e la difficoltà di creare una vera direzione nazionale del movimento.

Non di meno, il movimento è stato di massa fino a queste ultime settimane, con un terzo delle facoltà bloccate o occupate tra aprile e maggio. Ne è risultato un blocco parziale della sessione d’esame. Il tutto però in un contesto di violenza poliziesca, laddove il governo e il ministro degli Interni Gérard Collomb, hanno messo in campo una repressione estremamente violenta, arresti, attacchi alle manifestazioni e l’utilizzo di granate anti-accerchiamento. Anche in questo caso, il movimento è stato molto popolare tra gli studenti in opposizione alla legge ORE (Orientation réussite des étudiants) e al Parcoursup, il nuovo sistema di selezione all’accesso universitario. Il governo stesso ha riconosciuto che ci sono solo 600.000 posti disponibili per i nuovi iscritti del 2018, e 800.000 domande. Il sistema di smistamento delle domande creato nelle scorse settimane è atto a rinforzare la selezione sociale dei liceali dei quartieri popolari, e lasciare centinaia di migliaia di studenti medi senza ricevere alcuna risposta rispetto alle domande di ammissione presentate.

Mentre la collera dei/delle giovani avanza, il governo ha scelto di colpirli brutalmente e far loro paura.

Dopo la violenta repressione che abbiamo visto a Nanterre e a Toulouse, le forze di Gérard Collomb sono arrivate a sgomberare, il 22 maggio, 128 liceali di un liceo parigino dove era stata chiamata un’assemblea generale, arrestandoli e mettendoli per tutta la notte in garde à vue, senza nemmeno avvertire le loro famiglie, nonostante un terzo del gruppo avesse meno di 18 anni.

È la stessa violenza utilizzata a Notre-Dame-des-Landes, dove il governo non vuole che il ritiro del progetto dell’aeroporto sia interpretato come una vittoria e un trampolino di lancio per i movimenti militanti contro le opere inutili, per l’ecologia sociale e la difesa dell’ambiente di fronte ai progetti dei grandi gruppi industriali. Colpendo con violenza estrema le centinaia di zadisti/e delle zone occupate, utilizzandola in maniera calcolata e volontaria, il governo ha, anche lì, utilizzato dei lacrimogeni e delle granate esplosive provocando ferite gravi ai manifestanti, tra cui un giovane che ha perso la mano a causa dell’esplosione di una granata.

La questione politica resta sempre quella del rapporto tra le forze politiche e sociali contro il governo.

L’elemento di novità: un fronte politico e sociale comune

Per provare a ricostruire questo rapporto di forza, ATTAC e la Fondation Copernic hanno preso l’iniziativa di costruire un fronte politico e sociale comune, che si è tradotto in un’importante mobilitazione il 26 maggio. La « Festa a Macron », manifestazione parigina del 5 maggio, era stata già il risultato di una convergenza politica e associativa tra la sinistra del PS, dell’Alternative libertaire e del partito di Benoît Hamon, passando per l’NPA e France insoumise. 100.000 manifestanti erano presenti, secondo gli organizzatori. Il 26 maggio si sono svolte 200 manifestazioni, che hanno riunito più di 250.000 persone, stavolta sotto l’appello della CGT, l’FSU e un ampio fronte comune associativo e politico.

È una grande novità la realizzazione di questo fronte, ed ha ricevuto l’omaggio odioso di numerosi media che vi hanno letto « una deriva della CGT », « Martinez si è lasciato fuorviare da Mélenchon »…

La realtà è altrove, in un cambiamento della situazione politica in confronto allo scorso autunno, dove Macron sembrava potersi imporre senza mobilitazione sociale, non avendo di fronte nessun altro che non fosse Mélenchon che urlava solitario al vento.

Oggi si è costituito un nuovo fronte in mobilitazione, che anche con tutte le sue difficoltà (pochi dei suoi componenti volevano davvero impegnarsi nella prova di forza) ha costruito manifestazioni nelle strade e scioperi contro il governo. Ma, nei settori e orizzontalmente, anche qui il clima è cambiato. Migliaia di militanti hanno riscaldato il clima sociale con nuove convergenze, che il potere vorrebbe cancellare con la violenza. Convergenze che disegnano anche delle risposte alternative a numerossissime questioni sociali.

Se questo punto, è molto importante che il Comitato Verità e Giustizia per Adama fosse presente nei primi spezzoni della manifestazione parigina del 26 maggio. Adama Troré era un giovane di Creil, morto nel luglio 2016 nel cortile della gendarmeria di Persan (banlieue parigina), soffocato mentre era stato immobilizzato da due gendarmi. Da allora la famiglia e un ampio comitato si battono perché sia fatta giustizia e per denunciare la violenza della polizia e della gendarmeria nei quartieri popolari. Gli abusi della polizia sotto la guida di Collomb non fanno altro che rinforzare il bisogno di tale azione.

I quartieri popolari sono i primo terreno di sperimentazione della politica ultra-securitaria dei governi recenti e di quello agli ordini di Philippe, giustificata con i dispositivi messi in campo dallo Stato d’Emergenza, scritto ormai nella legge quotidiana. Le forze repressive hanno acquisito un sentimento di impunità rinforzato dai numerosi non-luoghi di cui beneficiano gli stessi membri, in particolare quando vengono perseguiti dalle famiglie delle giovani vittime della violenza poliziesca. Tuttavia, tutti gli attacchi guidati dall’attuale governo prevedono un netto taglio dei bilanci sociali dello Stato, fino a 60 miliardi, per conformarsi alle disposizioni di bilancio dell’Unione Europea. Insieme alla soppressione del servizio postale e dei mezzi della Funzione Pubblica, queste misure colpiscono direttamente i quartieri popolari. È quindi essenziale organizzare un fronte sociale che si mobiliti insieme ai lavoratori e le lavoratrici, ai/alle giovani, in particolare quelli/e che in questi quartieri vivono sulla propria pelle la segregazione e la discriminazione sociale.

Tutti questi elementi sociali e politici si mischiano, insieme alle forze e alle debolezze del movimento sociale e delle forze anticapitaliste.

La crisi sociale si insinua in molti anfratti. Nella fase attuale, le ultime settimane hanno visto esprimersi le forze del dinamismo e quelle del blocco. La politica delle direzioni sindacali è un aspetto che affievolisce la capacità di rispondere del movimento, ma non è la sola. In Francia, le forze politiche e sociali che vogliono combattere il capitalismo, ad esempio i/le militanti dell’NPA, sono coscienti dell’urgenza di ricostruire e costruire un tessuto militante, locale e nazionale, in grado di portare le istanze sociali e un progetto di emancipazione che spazzi via i miasmi diffusi negli ultimi anni dalle forze reazionarie, sia di destra che social-liberali – Macron è il risultato di entrambe.

Di fronte ai suoi piani di governo, questo tessuto si costruisce meno velocemente di quanto sarebbe necessario rispetto al livello degli attacchi reazionari, ma le ultime settimane ci mostrano il cammino da tenere. Il governo e la maggior parte dei media vorrebbero continuare con la storia della sinistra antagonista, ridotta al monologo declamatorio di Mélenchon. Ma le ultime settimane si è iniziato a delineare tutto un altro paesaggio: quello di una costruzione collettiva, unitaria e radicale.
Niente è già scritto per i giorni a venire ma, in ogni caso, la battaglia sarà a lungo termine.

(1) Un atto normativo emesso dal governo con forza di legge. Con l’ordinanza il dibattito parlamentare e le eventuali modifiche al testo sono evitate (ndt).

*Fonte articolo: http://alencontre.org/europe/france/france-la-mobilisation-sociale-et-po…
Traduzione a cura di Simone Ranocchiari e Federica Maiucci

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