Officina, il taglieggio delle FFS

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L’editoriale del CdT di sabato 16 giugno, a firma Bruno Costantini, esprime le difficoltà di un giornale che, confrontato alla evanescenza dei progetti come quello della cosiddetta “nuova” Officina e del futuro parco tecnologico al posto di quelle attuali, alla fine cerca di uscirne accumulando inesattezze, luoghi comuni, qualche bugia. Così facendo, riesce ad arrivare alla conclusione è che il/i progetto/i facciano un po’ acqua da tutte le parti, ma che non vi sia, “realisticamente” alternativa.

Cominciamo da questo ultimo punto. Il mantenimento dell’attuale Officina, in una variante “ottimizzata” è uno degli scenari presentato (giugno 2017) dalle FFS ai rappresentanti dei lavoratori. Essa implicava il mantenimento di un numero di posti di lavoro nettamente superiore a quello ipotizzato dal progetto “nuova” Officina e chiedeva al Cantone e alla Città una partecipazione identica a quella oggi richiesta (120 milioni).

Questo a dimostrazione che, persino le FFS hanno ipotizzato un’alternativa al loro stesso progetto. Naturalmente, commentano le FFS, questo scenario sarebbe “non economico” per le FFS, ma “attraente per il Ticino”. Come dire: prima gli interessi delle FFS, poi quelli della popolazione ticinese. Grande coerenza in questo da parte delle FFS che, da almeno quindici anni si attengono a questa logica, che le porta a volte a vere e proprie envolées liriche (avrebbero voluto la realizzazione di Alptransit solo per noi ticinesi, per farci risparmiare 40 minuti per andare a Zurigo…); altre volte, invece, si mostrano contrariate e imbarazzate, in particolare quando si fa loro notare, esempio tra i molti a dimostrazione di quanto ci tengano a noi, come, nelle ore di grande traffico, studenti, pendolari, salariati che prendono il TILO siano ammassati come bestie. Roba da FerrovieNord…

Ma non divaghiamo, perché quella variante pensata dalle FFS (migliore per numero di impieghi salvati e uguale dal punto di vista dei costi per il Ticino) è proprio la direzione nella quale si muove, da dieci anni e non dallo scorso novembre, la posizione dei lavoratori delle Officine. Infatti, nell’iniziativa sulla quale saremo chiamati a votare (e speriamo il più presto possibile) chiedono di realizzare proprio una “variante ottimizzata” come direbbero le FFS dell’attuale Officina; in particolare attraverso la costituzione di una società pubblica (Cantone, Città, FFS) che: “a) rilevi le attuali attività delle Officine FFS di Bellinzona b) sviluppi nuove attività, nuovi servizi, attività di ricerca ed innovazione nel campo della gestione e della manutenzione dei vettori di trasporto”.

Come si vede è tutta un’altra cosa rispetto a quanto proposto con dichiarazione di intenti.

Da un lato abbiamo poco più che un nuovo deposito di treni e locomotive, dove si farà della piccola manutenzione, senza alcuna prospettiva di sviluppo (basti pensare alla limitatezza dell’area di Castione dove dovrebbe sorgere la “nuova” Officina per comprenderlo): una vera e propria rottura con la tradizione produttiva e industriale dell’Officina di Bellinzona.

Dall’altro, la proposta non solo di riprendere le attività fin qui svolte (e che hanno un futuro: basti pensare alla manutenzione dei carri), ma di sviluppare nuove attività di “ricerca” e “innovazione”nel settore dei trasporti.

È quello che abbiamo chiamato un polo tecnologico che nulla ha a che vedere con la solita zona industriale che ci si propone di costituire, in un futuro tutt’altro che chiaro, sulla parte di sedime oggi occupato dalle Officine e in futuro ceduto a città e Cantone. Pomposamente chiamato “parco tecnologico”, ma niente altro che la vecchia classica zona industriale perennemente alla ricerca di speculatori senza futuro, grandi aziende che fiutano la convenienza fiscale, grandi “inventori” che alla fine si rivelano autentici fanfaroni. Abbiamo già dato: basta fare il bilancio delle “zone industriali” degli ultimi tre decenni per rendersene conto: da Biasca al Mendrisiotto, da St.Antonino in Gucci ai vicini amici mesolcinesi.

Abbiamo quindi due concezioni, due progetti radicalmente diversi sul futuro dell’attività oggi svolta all’Officina: una vuole rompere con questa tradizione industriale, vuole limitarla a poca roba, con effettivi ridottissimi (di fatto un quarto degli attuali) e senza prospettive di sviluppo; l’altra vuole non solo rinnovare con questa tradizione produttiva, ma vuole arricchirla aprendo a nuovi ambiti produttivi, alle nuove tecnologie in ambito dei trasporti, alla ricerca nel settore della mobilità sostenibile.
Ci chiediamo: per quale di queste due alternative è meglio investire 120 milioni?

Le ultime notizie, per concludere, ci dicono che il bilancio costi/benefici, per il Ticino, rischia di essere disastroso. Nel corso dei recenti ultimi incontri le FFS hanno annunciato, per il nuovo stabilimento, la messa a disposizione di circa 200’000 ore all’anno. Il che equivale ad un massimo di 100- 120 posti di lavoro. Siamo dunque ben lontani non solo dagli attuali circa 400 posti di lavoro, ma si tratta della metà dei circa 200-230 posti prospettati nell’accordo stipulato lo scorso novembre.

In poche parole pagheremo 120 milioni per circa 120 posti di lavoro. Daremo alle FFS 1 milione (quello che guadagna all’anno il loro CEO Meyer) per ogni posto di lavoro che avranno la bontà di “mantenere” in Ticino, in nome, naturalmente, della “solidarietà confederale” e della “sensibilità per lo sviluppo regionale”!

Di fronte a tutto questo non sospettare, per usare le parole di Costantini, che siamo di fronte ad una “infinocchiatura”?

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