La buona scuola precaria

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Trascorsi tre anni dall’entrata in vigore della legge 107/2015, in un’Italia attraversata da tensioni e instabilità politiche, può essere utile al dibattito pubblico provare a tracciare un parziale bilancio della cosiddetta Buona Scuola, la riforma scolastica proposta ed attuata dal governo Renzi. Procediamo con alcune riflessioni.

1. Prima di tutto bisogna prendere atto che la legge 107, entrata lentamente a pieno regime, si è mossa all’interno della logica della riduzione della spesa pubblica, non prendendo le distanze, di fatto, dall’impianto che ha caratterizzato tutte le innumerevoli e recenti riforme della scuola da quella Berlinguer a quella Gelmini, passando per la riforma Moratti. L’ingente debito pubblico, il rispetto dei trattati europei, il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio e l’assenza di volontà politica nel ridurre le spese militari, pongono l’Italia nella condizione di fare riforme a costo zero, il che di fatto implica razionalizzare i costi, ovvero operare dei tagli. In tale prospettiva, il nostro paese continua a collocarsi agli ultimi posti in Europa per quanto concerne gli investimenti in istruzione e formazione, secondo quanto fornito dai dati Ocse1, e anche il tanto propagandato piano di messa in sicurezza degli edifici scolastici si è sciolto come neve al sole, lasciando sul campo la malinconica riparazione di qualche crepa e evanescente tinteggiatura di qualche istituto, particolarmente fortunato. La spada di Damocle del debito e la ristrutturazione/riduzione del welfare state hanno partorito l’idea, di matrice angloamericana e puritana, della ricerca del finanziamento privato. La riforma prevede che le scuole statali si aprano al territorio al fine di trovare degli sponsor che sostengano e alimentino l’ampliamento dell’offerta formativa. Dove inizi la disinteressata filantropia e dove lo spirito del profitto è una pericolosa zona d’ombra della Buona Scuola, da cui nel medio e lungo periodo, potrebbero sorgere scuole di Serie A, cioè scuole che riescono a trovare più sponsor e più soldi, e scuole di serie B, quelle ubicate nei territori più poveri ed economicamente depressi d’Italia, che non riusciranno a recuperare fondi e investimenti. Senza sottovalutare il rischio che gli investimenti dei soggetti privati (aziende, banche e fondazioni), con il passare del tempo, possano ridurre e minare l’autonomia del sistema dell’istruzione e, in particolare, l’autonomia degli insegnanti, i quali dovranno sostenere e realizzare i progetti voluti dai finanziatori esterni.

2. Il secondo aspetto centrale della Buona Scuola è quello di aver istituito una alternanza scuola-lavoro (ASL) estremamente ideologica. In una fase storica di austerità economica con un tasso di disoccupazione giovanile che in Italia supera il 30%, i progetti di alternanza (obbligo triennale di 200 ore per i licei e di 400 per gli istituti tecnici e professionali) insinua negli studenti l’illusoria speranza che attraverso degli stage gratuiti si possa un domani ottenere un lavoro retribuito in quelle stesse aziende, cooperative o fondazioni. L’illusione si è ben presto trasformata in una vera e propria mela avvelenata, in quanto in nome di una formazione finalizzata ad acquisire competenze da spendere sul mercato del lavoro, l’alternanza da un lato ha tolto ore di lezione, di studio e di approfondimento e dall’altro ha offerto alle imprese prestazioni d’opera saltuarie e gratuite. In questo, l’alternanza è pienamente figlia dello smantellamento dei diritti sociali e della mercificazione e precarizzazione del lavoro e delle vite. La Buona Scuola è una scuola che addestra alla precarietà e prepara i giovani ad essere flessibili, appetibili e pertanto potenzialmente occupabili. Le aziende pubbliche e private possono utilizzare gli studenti per fare lavori scarsamente qualificati e gratuiti. La scuola dell’alternanza diventa una sorta di palestra per quello che è il mondo del lavoro, nell’epoca del liberismo trionfante: far lavorare in modo flessibile e gratuito i giovani, per far capire loro cosa li attenderà domani nel mercato del lavoro. In un mondo complesso e liquido, secondo la celebre definizione di Bauman, saper scegliere, essere autonomi e liberi dovrebbe passare attraverso l’acquisizione di conoscenze e competenze articolate. Pertanto ridurre e svuotare ore disciplinari di matematica, di letteratura, di fisica, di latino, di laboratori e di lingue, a favore dei più disparati progetti di alternanza (dal fare i caffè all’autogrill al friggere le patatine da Mc Donald), significa dare allo studente meno possibilità di scelta per progettarsi un’esistenza dignitosa. Dal 2019, l’alternanza scuola lavoro diventerà obbligatoria per accedere all’esame di stato e sarà oggetto di valutazione nel colloquio orale. In questo modo anche i pochi studenti e docenti “ribelli” saranno vincolati dalla legge all’obbedienza e all’esecuzione eterodiretta.

3. La Buona Scuola, inoltre, fa ruotare l’apprendimento intorno al sistema valutativo degli Invalsi. L’invalsicentrismo sta determinando una mutazione culturale, o addirittura antropologia, dell’insegnante che rapidamente si trasforma da educatore a vero e proprio allenatore in vista dei test Invalsi. Il docente 2.0 diventa una sorta di personal trainer delle competenze performative senza conoscenze. Il professor mutante è sempre meno insegnante, perché insegnare significa mettere al centro la crescita critica e pluridimensionale del discente. Uno studente, infatti, cresce attorno alla molteplicità dei saperi, delle intelligenze e delle esperienze. La scuola degli Invalsi, invece, soffoca la didattica laboratoriale e sperimentale e trasforma in marginali e straniere tutte le didattiche che sono avulse dal sistema dei test valutativi, in quanto inadatte, inutili o naif perdite di tempo. L’invalsicentrismo tende a degenerare in vero e proprio invalsicomio della competizione individualista tra studenti, i quali vogliono primeggiare per un quiz e non crescere insieme attraverso un percorso formativo di qualità, e tra insegnanti, i quali, cedendo al loro ego egoico, bramano per classificare i propri allievi tra i migliori nello svolgimento dei test Invalsi, nella speranza che in un domani, non troppo lontano, le scuole con le migliori performance possano avere più finanziamenti dal MIUR e, magari, i migliori prof-trainer possano ottenere addirittura un riconoscimento economico, anche minimo, in modo da rimpinguare il modesto salario del docente italico.

4. La legge 107 ha assunto come presupposto ideologico e pratico, il rafforzamento del potere del dirigente scolastico per organizzare e strutturare il funzionamento della scuola statale. Conferire maggiori poteri ai presidi risponde all’esigenza dell’amministrazione pubblica di aumentare il controllo sugli insegnanti e sugli studenti e di modellare il sistema scolastico su quella gerarchico aziendale. L’orizzontalità della scuola statale rimandava, infatti, ad un’idea di democrazia egualitaria troppo novecentesca e non al passo con le rapide sfide dei mercati globali. La scuola della Costituzione andava rovesciata, in quanto vetusta e inadeguata alla velocità dei tempi. Negli anni i vecchi presidi hanno lasciato spazio ai nuovo dirigenti manager, veri e propri capi di istituto, che hanno il potere della chiamata diretta dei docenti e di ricercare finanziamenti privati, nonché di stipulare partnership progettuali con il tessuto economico dell’istituto. In un paese come l’Italia, tale discrezionalità dei presidi non sta stimolando l’avvento della tanto agognata meritocrazia, panacea di tutti i mali secondo la vulgata dei sedicenti liberali nostrani, ma sta alimentando soprattutto forme di clientelismo: i presidi manager prediligono chiamare i professori che conoscono personalmente, i professori che sono già stati in quell’istituto, i professori più fedeli alle linee politiche dell’istituto e comunque quelli meno propensi alla conflittualità, ovvero i più obbedienti. La presunta meritocrazia finisce per diventare uno scialbo e opaco sinonimo di obbedienza. Il rafforzamento del potere della dirigenza indebolisce la costruzione di una scuola intesa come luogo di sapere critico e di libertà di insegnamento e rafforza il sorgere scuole neofeudali, in cui ogni preside manager si costruisce la propria corte di professori fedeli, a cui distribuire le appaganti briciole del bonus premiale, il salario accessorio per i meritevoli, istituito proprio dalla legge 107.

5. A tre anni dalla sua approvazione, possiamo, infine, dire che la Buona Scuola è stata concepita e attuata dall’alto, senza il coinvolgimento dei soggetti che fanno e vivono quotidianamente la scuola. In particolar modo, la componente studentesca è stata del tutto ignorata: credendosi un moderno riformista illuminato, il potere esecutivo e quello legislativo hanno imposto dei cambiamenti senza aprire quel necessario dibattito pubblico sull’istruzione come bene comune primario, da sottrarre alle logiche perverse e disumane del mercato e della finanza. La legge 107 è stata calata dall’alto sugli studenti, senza un coinvolgimento reale, perché nella soft school dell’intrattenimento essi sono considerati dei meri consumatori di saperi e servizi, degli utenti di prestazioni, dei clienti da fideizzare agli istituti. Gli studenti devono consumare tecnologia, devono accumulare progetti, acquistare certificazioni: in questa prospettiva di apatia intellettuale funzionale alla bulimia di applicazioni, la creatività e la partecipazione degli studenti risultano corpi estranei ai processi formativi della scuola pubblica nell’era della società di mercato di massa.

Nonostante le critiche, i malumori e le perplessità diffuse, la legge 107 ha continuato la sua lenta ma inesorabile marcia, contribuendo a minare la credibilità e l’efficacia educativa della scuola pubblica italiana. Su di un tappetto sempre più liso e ricoperto di macchie, permangono inalterate e inascoltate alcune profonde e radicali domande: a cosa serve la scuola oggi? Quale scuola per quale società?

Raccogliere tali questioni e trasformarle in un dibattito pubblico nazionale ed europeo deve essere la sfida di tutti coloro che hanno a cuore l’istruzione, intesa come percorso di emancipazione umana.

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