Sergio Marchionne, più finanza che auto. E il Jobs Act è roba sua

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La storia della Fiat sarà scandita da un prima e da un dopo Marchionne. L’impatto del manager italo-canadese sulla (ex) Fabbrica italiana di automobili con sede, una volta, a Torino, è stato decisivo nel mutare il volto dell’azienda che per un secolo ha segnato il destino del Paese, le vicende della lotta di classe, la vita dei governi oltre a quella delle imprese stesse.

Con Gianni Agnelli, volto e simbolo della Fiat, ben oltre i suoi meriti e le scarse capacità manageriali, dire Fiat equivaleva a dire Italia. Con Marchionne non è stato più così. Con lui, Fiat è diventata un grimaldello verso il mondo globalizzato, per prendersi un pezzo di America, avere la sede a Londra, chiudere con la provincia e le sue beghe e farsi belli nel salotto mondiale del capitalismo. È allo stesso Agnelli che Marchionne va confrontato. Non ai suoi illustri predecessori, Vittorio Valletta e Cesare Romiti. Entrambi accompagnano l’industria automobilistica italiana nel Dopoguerra, con il primo che beneficia del boom economico a cui presta il volto della 500 e il secondo, funzionale al salotto finanziario milanese, che gestisce la prima grande crisi economica, quella degli anni 70, firmando nel 1980 la più grande vittoria padronale spezzando la lotta operaia di Mirafiori. Marchionne, però, è più di un manager capace, più di un risanatore di aziende fallite, più di un badante del rampollo di famiglia scapestrato. Rappresenta una filosofia e una visione, ha dato un’anima all’azienda e con lei a un passaggio epocale del capitalismo italiano. Fino a mettere in ombra la stessa proprietà. “La Fiat c’est moi” avrebbe potuto dire.

Marchionne arriva in Fiat nel 2004 e trova una situazione bloccata, un mercato domestico stantio, una azienda arretrata. E capisce che la svolta deve essere mondiale. Si mette al passo con la globalizzazione e sa cogliere al volo – questa la sua vera mossa abile –, l’opportunità che gli offrirà Barack Obama cedendogli, a prezzo simbolico, la Chrysler. L’operazione porta la firma del presidente Usa e il supporto decisivo del sindacato americano, l’Uaw, che donerà il sangue con il suo fondo pensione. Marchionne si fa trovare al posto giusto nel momento giusto, agguanta l’offerta e inizia la sua era. Che è finanziaria e non industriale. Non c’è innovazione nella sua stagione. I due marchi simbolo della sua gestione, Jeep e 500, vengono da molto prima. Dal punto di vista industriale non crea nulla, ricicla vecchi progetti, resta indietro nel mercato delle auto elettriche, smantella impianti. Sul piano finanziario, invece, crea la Fca, porta la sede a Londra e quella fiscale ad Amsterdam, scinde Ferrari, riorganizza il reparto trattori e camion. La strategia globale finanziaria emerge quando si occuperà degli operai, riducendo le pause, riorganizzando i turni, dimezzando i diritti sindacali, ingaggiando lo scontro con la Fiom di Maurizio Landini. Il cuore di quella battaglia ruota sull’impresa che non vuole più mediazioni, lacci e pastoie sociali e nazionali. Per questo Marchionne rompe con Confindustria, portando fuori Fca e rivendicando il diritto di farsi il contratto che più le serve, con l’occhio a Detroit, Londra e Pechino, dove il mercato è destinato a crescere. Ecco perché la successione è affidata a Mike Manley.

Marchionne lo stratega globale, che non essendo il padrone dell’azienda mette a nudo anche la crisi del capitalismo familiare all’italiana, fatto di poche famiglie che, quasi, non ci sono più. Marchionne il simbolo della risolutezza, utilizzato per dimostrare il genio italiano da chi il genio non ce l’ha, come Renzi, o da chi avrebbe voluto farne il proprio erede, come Berlusconi. Marchionne simbolo di un’Italia che, invece, non esiste, uomo di un’occasione non lasciata ad aspettare, di un colpo sparato ad arte ma senza ripetizioni. La Fca resta ancora nella parte bassa della classifica tra le prime 10 compagnie mondiali dell’auto, quando a sopravvivere saranno solo le prime cinque o sei. Il futuro degli operai italiani resta strozzato e i modelli che dovrebbero garantirne il rilancio restano in mente dei.

Con il maglioncino blu e l’origine oriunda, Marchionne ha incarnato la propria epoca, dando coraggio alla crisi di classi dirigenti incapaci persino di menare una vera politica anti-operaia (senza di lui non ci sarebbe stato il Jobs act). Ha riempito un vuoto e ha dato un volto al padrone del XXI secolo. Nel 2014, ad Auburn Hills, presentò così il piano industriale della Fca: “Esiste un mondo nel quale le persone non lasciano che le cose semplicemente accadano. Le fanno accadere. Senza abbandonare i propri sogni, li realizzano e rischiano, per tracciare, sul terreno, le proprie impronte”. Marchionne ha lasciato un’impronta e non solo nella storia di Fiat.

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