Il governo gialloverde: una storia horror

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Come nei momenti di alta marea il proletariato si trascina dietro la piccola borghesia, nei momenti del riflusso la piccola borghesia si trascina dietro strati considerevoli di proletariato.

Lev Trotskij

Il Primo Giugno si è realizzata una di quelle accelerazioni di cui è ricca di esempi la storia, che ha fatto venire a maturazione una cesura politica di cui già era gravida la situazione precedente. Perché non v’è dubbio alcuno che di cesura si tratti. Ciò ci obbliga da un lato a tarare con maggior precisione i nostri strumenti di analisi e di intervento, dall’altro a fare piazza pulita di ogni ambiguità, illusione e scarsa chiarezza.

Un’ affermazione che viene da lontano

Le radici dell’affermazione di Lega e M5S affondano nelle dure politiche di austerità condotte dai governi precedenti, e, in particolare, da quelli a guida PD, che hanno criminalmente completato la destrutturazione del mondo del lavoro come soggettività politica, colpendo diritti acquisti a prezzo di dure lotte nella storia di questo paese e lasciando lavoratori e lavoratrici nudi di fronte alla volontà di imprese e “mercati”, senza strumenti per la difesa delle condizioni di vita e lavoro. La grave complicità dei sindacati confederali, la CISL e la UIL, ormai da decenni alleati al padronato, è stata in tal senso determinante. Altrettanto grave è la responsabilità delle burocrazie della CGIL, sindacato che potenzialmente potrebbe ancora organizzare quantomeno una parte dinamica e attiva della classe. Decenni di accomodamento, concertazione e passività nei confronti dell’interesse delle imprese, assunto come interesse generale al quale subordinare gli interessi della classe lavoratrice, nel quadro di una crescente integrazione di queste stesse burocrazie negli apparati di Stato, con un approfondimento della contraddizione fondamentale di ogni burocrazia operaia: dipendenza effettiva dallo Stato e dal sistema delle imprese, ma legittimazione sociale proveniente dalle fila della classe lavoratrice.

Lo sfarinamento della classe lavoratrice, e dunque della sua identità collettiva, con il portato dei valori di solidarietà, assistenza reciproca e benessere collettivo, è il sostrato della penetrazione relativamente rapida e dell’estensione di individualismo, conflittualità orizzontale, e odio verso gli ultimi, i deboli, gli inermi, verso la parte più schiacciata della stessa classe lavoratrice: i migranti rappresentano il perfetto capro espiatorio nei confronti del quale esorcizzare paure trasversali alle diverse classi, ciascuna coltivata nella sua specificità, ma che condividono l’anelito a un particolare ossimoro, il “cambiamento conservatore”, e, spesso, al ritorno a un passato mitologico in cui eternizzare condizioni di vita precedenti la fine dell’ “età dell’oro”.

Pur nella diversità di genesi, storia e, parzialmente, referenti sociali ed elettorali, degli attori che compongono l’attuale governo, l’alleanza è stata resa possibile in primo luogo dalla condivisione di questo nucleo fondamentale, che li accomuna e ne garantisce una sostanziale unità di intenti, nella costruzione di un nuovo blocco egemonico. Come vedremo, il governo sta trovando una sua amalgama organica in una visione complessiva che s’inserisce coerentemente, e trova la sua base, nell’attuale dinamica internazionale del Capitale, negli scontri che caratterizzano questa fase, e nelle tendenze politiche che ne stanno emergendo con forza.

Una politica organica

Cominciamo a dare un rapido sguardo alle principali misure finora prese:

• l’accanimento scientifico perseguito contro i e le migranti, con la chiusura dei porti alle navi delle ONG con a bordo persone soccorse in mare aperto e addirittura, per la prima volta, il ritorno in Libia di una nave italiana carica di migranti, la Asso 28, che, a fine Luglio, dopo un’operazione di soccorso, ne ha riportati 108 in Libia, che la stessa UE considera porto non sicuro; la proposta di esternalizzare il confine dell’UE nel paese nordafricano, con la creazione di hot-spot per il contenimento delle partenze (in maniera simile a quanto già previsto dal precedente governo a opera del ministro Minniti); l’opposizione a una revisione degli accordi di Dublino, con il sostegno di Austria e dei paesi del blocco di Visegrad, sia pure per ragioni diverse. Ancor più grave è la propaganda che ha preceduto e accompagnato queste misure, che ha razionalizzato e sistematizzato in un insieme coerente una visione già ben presente nella società. Se Salvini ne è stato il principale artefice, il M5S ha sostanzialmente sposato la sua visione, rafforzandone la legittimità. Non è un caso che gravi episodi razzisti si siano susseguiti quasi senza soluzione di continuità dall’insediamento di questo governo. I razzisti hanno fiutato il salto di qualità, e stanno sperimentando di conseguenza il livello di impunità concesso dal nuovo clima politico.

• il cosiddetto Decreto Dignità. Si potrebbe dire, tanto rumore per nulla. Benché pomposamente annunciato dal ministro Di Maio come “un primo passo per il superamento del Jobs Act”, il decreto propone in realtà alcuni “correttivi”, che però non ne mutano la sostanza, e, come nel caso dei voucher, la peggiorano: riduzione della durata dei contratti a termine da 36 mesi a 24 mesi (con causale dopo i primi 12 mesi) e aumento del contributo dello 0,5% a ogni rinnovo, in aggiunta all’ 1,4% già previsto dalla legge Fornero; tetto massimo del 30% per somministrazione a tempo determinato in forza all’utilizzatore, con multa di 20 euro (sic!) a lavoratore per somministrazione fraudolenta; ripristino dei voucher per il turismo (per aziende fino a 8 dipendenti) e l’agricoltura; delocalizzazioni: le imprese che delocalizzano entro i cinque anni devono restituire il contributo statale e, se fuori dalla UE, con gli interessi. Vale anche per la delocalizzazione di beni e macchinari, purché non temporanea. In realtà, come espresso chiaramente in un’intervista al Corriere della Sera del 4 agosto da Peter Cardillo, importante gestore finanziario internazionale, gli “investitori” esteri non sono affatto preoccupati dalle norme del Decreto Dignità, che non modificano nella sostanza la struttura del mercato del lavoro. Tanto più che il governo ha bocciato l’emendamento per la reintroduzione dell’Art. 18 presentato da LeU alla Camera, che è il vero punto di caduta per il padronato.

• Flat Tax, reddito di cittadinanza e Fornero. Il recente vertice con il ministro dell’Economia Tria ha riaffermato l’accordo con i due viceministri Di Maio e Salvini sul rispetto dei vincoli europei, in particolare sulla necessità del rientro del debito, ma anche di non sforare il rapporto deficit/PIL. Come affermato dai due viceministri, queste misure non saranno realizzate immediatamente, ma saranno soltanto avviate, nel quadro della necessità di reperire risorse per evitare l’aumento dell’IVA. In realtà, ci sarebbe un accordo con il ministro Tria per un aumento selettivo dell’IVA, ma non ci sono notizie più dettagliate al riguardo. Notizie maggiori giungono sul versante Flat Tax, che dovrebbe essere applicata cominciare, non a caso, dalle partite IVA (in particolare professionisti), mentre ancora non è chiaro che consistenza avrà il reddito di cittadinanza, ma fonti del governo parlano solo di un’estensione del REI di renziana memoria. Infine, per quanto riguarda la Fornero, Salvini ha dichiarato che dalla prossima Legge di Bilancio comincerà il suo “smantellamento”. Tuttavia, dovendo rispettare i vincoli di bilancio dell’UE, e sapendo che le pensioni sono il vero punto sensibile per i “mercati”, ha tutto il sapore di una sparata propagandistica.

• Grandi Opere. È il punto su cui forse sono maggiori le differenze tra i due contraenti del contratto di governo, e all’interno dello stesso M5S. Si tratta di differenze legate alla base elettorale dei due partiti. In particolare, il M5S sconta la presenza di un elettorato abbastanza composito che, in alcuni territori, ha dato loro preferenza proprio per la declamata opposizione alle opere come TAV e TAP, tra le più rilevanti. il gruppo dirigente del M5S ad alti livelli (Di Maio e Toninelli), pur dovendo districarsi con settori di elettorato in rivolta, non ci pensa proprio a produrre una lacerazione con la Lega, e sta costruendo una mediazione, per la quale la TAP, come ha peraltro dichiarato il solitamente cauto premier Conte, sembra data per assodato, mentre sulla TAV si metterà in campo, ipocritamente, un tavolo tecnico per la “valutazione costi/benefici”, che non ne esclude certo la prosecuzione. Maggiori problemi ha, invece, Barbara Lezzi, ministra del Sud ed eletta proprio nella circoscrizione Puglia, la cui legittimità deriva proprio dall’opposizione alla TAP. A questo proposito, la recente sortita di Di Battista contro TAV e TAP, ripresa dalla ministra, assume le fattezze di una lotta di potere che si intreccia con più prosaiche considerazioni elettoralistiche. È molto difficile ipotizzare che posizioni del genere possano spuntarle, quando i vertici del M5S, sostenuti dalla maggioranza dei parlamentari non hanno la benché minima intenzione di mettere in crisi l’alleanza di governo con la Lega.

• Dossier ILVA. un argomento particolarmente spinoso, che è lungi dalla sua conclusione e che vede il ministro Di Maio alle prese con l’evidente necessità di dover tenere in funzione lo stabilimento di Taranto, creando una frizione enorme con gli ambientalisti locali, oltre che con esponenti dello stesso Movimento a Taranto (non ultima la presa di posizione contraria alla prosecuzione delle attività dell’ILVA di un consigliere regionale e due consiglieri comunali dei 5S di Taranto). L’Arcelor-Mittal, multinazionale che dovrebbe rilevare l’azienda, ha leggermente modificato il piano ed è chiaro che il pallino è nelle sue mani. Il punto è che contemperare due esigenze come il diritto al lavoro e quello alla salute, nel quadro delle “leggi di mercato” è impossibile, Quello di cui ci sarebbe davvero bisogno è una riconversione dell’azienda, che però presuppone la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e forti investimenti pubblici, ciò che certamente il governo né può né ha certo intenzione di fare.

• l’ affaire L’obbligo vaccinale per le scuole d’infanzia slitta al 2019, con due emendamenti identici di Lega e M5S. Nonostante le assicurazioni della ministra Giulia Grillo, e poi della stessa Lega, sembra difficile non considerare questa mossa una concessione ai cosiddetti No Vax, che compongono una fetta non trascurabile, dell’elettorato pentaleghista.

Le radici di classe e il significato complessivo delle politiche del governo

Sarebbe quindi sbagliato considerare l’operato del governo secondo una logica da “lista della spesa”, guardando cioè ai singoli provvedimenti separatamente dalla logica di fondo che li sottende e li accomuna, o, peggio ancora, provando a separare le responsabilità tra i due contraenti in modo differenziato. A prescindere da schermaglie fisiologiche e non sostanziali, la sintonia tra i gruppi dirigenti ristretti dei due partiti è solida, e la correità dei provvedimenti finora approvati è evidente. D’altro canto il “contratto di governo” è estremamente chiaro e disegna un’idea di società di cui i primi provvedimenti hanno soltanto cominciato a disegnare il contorno.

D’altronde, il giudizio politico generale, in tutta evidenza una condanna senza appello, e una comprensione dell’organicità delle politiche di questo governo, non può che discendere dalla sua caratterizzazione di classe, che ne chiarisca, almeno a grandi linee, genesi, referenti sociali fondamentali e il perimetro della sua visione del mondo, facendo a meno di visioni sociologiche o politologiche, per loro stessa natura parziali o distorcenti.

Non abbiamo qui lo spazio per dettagliare le caratteristiche dei due partiti che compongono il governo, ma c’è un elemento di condivisione decisivo che ne spiega la fondamentale compatibilità: le loro radici sociali piccolo-borghesi.

La Lega ha costruito le sue fortune sulla base della rappresentazione delle esigenze della piccola e media imprenditoria del Nord-Est, con forti radici territoriali in Lombardia e Veneto, nel contesto di un avanzamento dei processi di internazionalizzazione del Capitale e di conseguente inasprimento della concorrenza, particolarmente sentita da quelle frazioni di classe dominante. Il partito si è progressivamente radicato, sviluppando capacità amministrative e rapporti sempre più stretti anche con settori importanti della grande borghesia dell’area economicamente trainante del paese, oltre a una pericolosa maturazione politica che lo ha reso in grado di entrare in sintonia con le inquietudini di settori popolari indirizzandone il malcontento e la rabbia entro un’ideologia coerente fatta di classismo, razzismo, legge e ordine.

Il M5S, nato dalle ceneri di una stagione ormai conclusa dal suicidio politico della vecchia sinistra radicale, ha combinato in modo originale il senso di rivalsa e il livore della piccola borghesia impoverita e in via di proletarizzazione, in particolare quella scolarizzata delle professioni, del piccolo commercio, delle piccole e piccolissime imprese, soprattutto al Centro e al Sud del Paese, con una generale ostilità ai privilegi della politica tradizionale e al un sentimento, amorfo, ma non meno reale, di “voglia di cambiamento”, che ha progressivamente investito anche settori non trascurabili di classe lavoratrice, ormai orfani di un riferimento politico tradizionale e abbandonati dai sindacati confederali.

I due partiti condividono infine l’estrazione sociale del proprio personale politico, che proviene dalle fila di diversi settori della piccola borghesia in crisi di prospettiva e ruolo sociale, esprimendone compiutamente le paure, le aspirazioni, le aspettative.

Benché non ci sia una relazione meccanica tra provenienza sociale di un certo personale politico e la classe per cui decide infine di battersi, è pur vero che la collocazione sociale in cui è vissuto, la forma mentis del suo ambiente sociale e familiare, il ruolo lavorativo che ha svolto ne condizionano a un certo grado la visione politica complessiva, tanto più fortemente quanto più il periodo di formazione sia avvenuto in una fase di relativa stabilità economica, sociale e politica.

Una politica “da manuale”

In effetti, non occorrono ragionamenti astrusi per comprendere questo tratto specifico del governo. Le preoccupazioni principali di Lega e M5S sono chiaramente volte in primo luogo alla tutela del loro referente fondamentale, e tante dichiarazioni, oltre alla razionalità politica delle misure approvate e proposte, vanno inequivocabilmente in quella direzione.

L’intervento del ministro Di Maio all’assemblea di Confartigianato è in tal senso da manuale, e vale davvero la pena di citarne i punti fondamentali, perché ne rappresentano l’anima più profonda e autentica (lo stesso Di Maio viene da una famiglia di piccoli imprenditori): 1) la necessità di superare la contrapposizione tra piccoli imprenditori e lavoratori, che sono complementari. Da osservare il particolare punto di vista ideologico secondo cui “il profitto serve a migliorare la qualità della vita” 2) Abolizione di spesometro, redditometro, split payment e studi di settore, che vessano le piccole imprese, ma anche le medie e le grandi. Utilità della Flat Tax per abbassare la tassazione alle imprese 3) la necessità di chiudere i debiti dello Stato nei confronti delle imprese 4) la glorificazione del modello imperniato sulla piccola impresa e sul “Made in Italy”, e sulla necessità che lo Stato “lo difenda”. Per farlo, i dazi diventano uno strumento auspicabile, per difendersi dai paesi che “rappresentano una minaccia con i loro prodotti a basso costo e a bassa produzione”. I pugni sul tavolo sulla questione migranti è il modello che DI Maio propone anche riguardo a questo aspetto. 4) una riforma del codice degli appalti affinché sia più vicino alle piccole imprese. 5) una nuova enfasi sugli istituti tecnici per fornire manodopera, anche qualificata, alle imprese 6) la necessità di ridurre il costo dell’energia per le imprese.

D’altro canto, nel giorno in cui stiamo redigendo questo articolo, il ministro Salvini ha dichiarato, in un’intervista a “La Stampa”, di voler difendere le imprese italiane da una svendita ad attori esteri, in particolare quelle strategiche, come Alitalia e Ilva, condito da un attacco alla grande finanza che “condiziona le economie”. La discussione sul potenziamento di CdP, i cui asset dovrebbero andare a garanzia delle operazioni di re-ingresso dello Stato in aziende come Alitalia, è funzionale a questo disegno. Il ministro Toninelli ha però precisato che non si tratta di nazionalizzazione.

A ben vedere, dunque, la difesa dell’ “italianità” si configura come una vera e propria strategia di “nazionalismo economico” che, seppur con un processo di apprendimento empirico, prende le mosse dalla necessità di difendere i referenti sociali fondamentali del governo, e si colloca in una situazione internazionale in cui la crisi della profittabilità del Capitale e delle grandi corporations, in particolare nei paesi di più lunga tradizione capitalista, unita a una crisi sociale che investe, ça va sans dire, le classi lavoratrici ma anche settori consistenti di piccola borghesia, con una sinistra di classe ridotta ai minimi termini o in via di riorganizzazione, produce la base materiale per l’affermazione di tendenze politiche neonazionaliste e sovraniste. Sia detto di sfuggita, il discorso del premier Conte in visita alla Casa Bianca, ha potuto così affermare, senza alcuna ipocrisia, la vicinanza tra il governo italiano e quello statunitense, accomunati dall’essere entrambi “governi del cambiamento”. Caratteristica comune dei due governi è certamente la concezione gerarchica, per cui i migranti possono far parte della società solo a patto di una loro invisibilità sociale reale, del loro essere un corpo estraneo gestito sulla base delle mere necessità economiche, ridotto nella sua capacità di godere dei diritti di cittadinanza sulla base di un esclusivismo etnico spinto. Minaccia e buon selvaggio (subalterno) al tempo stesso. Sfogatoio di ansie e frustrazioni sociali che ribollono in interi settori sociali impauriti e, in realtà, desiderosi di restaurazione.

Queste tendenze hanno dunque in cantiere un progetto egemonico che intendono condurre anche sul piano internazionale, con una maggiore capacità di collaborazione e contatto. Sebbene la base sociale di questo cantiere sia instabile per definizione, nella storia si sono prodotte delle situazioni in cui particolari combinazioni nazionali e internazionali hanno fornito il materiale per una leadership duratura di questo tipo di formazioni, saldando le rivendicazioni originarie con le esigenze della grande borghesia. In Italia non siamo evidentemente a questo punto, dal momento che la grande borghesia, o comunque frazioni significative di essa, sono ancora diffidenti del progetto del governo (con il ministro Tria che svolge appositamente un ruolo di raccordo e mediazione), e tanti sono ancora i dossier aperti sul tavolo. Tuttavia, non si può escludere che, se il governo, come sembra, sia destinato a durare per un periodo di tempo sufficiente, non si trovi una quadra e le posizioni della grande borghesia cambino da una verifica diffidente a un sostegno aperto. Importante sarà, da questo punto di vista, l’eventuale evoluzione della posizione rispetto alla questione immigrazione. Una possibilità decisamente inquietante…

Va anche sottolineato che, a tal riguardo, i due partiti, a conferma del loro progetto, stanno lavorando per piazzare gli “uomini nuovi”, cioè personale espressione del loro orientamento politico, nei posti chiave degli apparati dello Stato e delle aziende partecipate, in continuità con quanto già sperimentato dalla Lega sul piano locale/regionale. Non è da escludere che, in una sorta di eterogenesi dei fini, questo governo finisca per essere un vettore di modernizzazione dello Stato e dei suoi apparati in senso capitalistico, cioè esattamente quello che non è riuscito ai governo a guida PD.

Si tratta dunque di un governo reazionario, non solo per l’ideologia di cui è propugnatore, ma in senso tecnico, perché punta a costruire un capitalismo depurato dalle sue caratteristiche fondamentali, eternizzando le condizioni di esistenza della piccola borghesia, mettendola al riparo dai processi, inevitabili, di centralizzazione del Capitale, la cui propulsione è la concorrenza generalizzata. Questa caratteristica, si traduce nel vero e proprio salto di qualità di questo governo che, sulla base delle premesse materiali e ideologiche dei precedenti governi, estremizza le caratteristiche antidemocratiche di questa fase storica creando i presupposti per un ulteriore invelenimento e un’involuzione ancor più profonda della società.

Al tal proposito, quelle del ministro Fontana non sono esternazioni partorite in modo estemporaneo dalla mente di un uomo in stato confusionale, ma sono un balon d’essai, ovvero il tentativo di “vedere l’effetto che fa”, saggiando le reazioni pubbliche a forzature estreme.

Le “opposizioni” di sua maestà

Il giudizio politico netto e senza appello sul governo, non ci esime dal formularne uno altrettanto duro sulle cosiddette opposizioni parlamentari, segnatamente il PD. Questo partito, insieme a Forza Italia, si riferisce agli interessi di una frazione di classe dominante che non condivide, per necessità, la strategia di nazionalismo economico penta-leghista. È il partito bicefalo della grande borghesia transnazionale, di quel settore che vede come fumo negli occhi il protezionismo e un ridimensionamento del “libero scambio”, soprattutto sul versante di eventuali ritorsioni, perché legato alle filiere transnazionali di valore sia rispetto all’integrazione del mercato dell’UE, sia sul piano extra-continentale. Altrettanto vero è che, in determinate circostanze, questa frazione di classe dominante può anche accettare misure protezionistiche selettive quando le reputi opportune contro i propri concorrenti diretti (esempi non sono mancati negli scorsi anni, sia nell’UE che negli USA), ma generalmente vi è contraria, come dimostra anche in questi giorni la grande stampa borghese, La Stampa, il Corriere della Sera e Repubblica, su tutti. È il partito delle grandi opere inutili e dannose, del respingimento dei migranti, delle politiche liberiste su scuola, servizi sociali, lavoro, e dell’austerità targata UE. Non può in alcun modo rappresentare un’autentica opposizione al governo gialloverde. Il PD, in particolare, sta già provando a intestarsi l’opposizione al governo sul versante dell’antirazzismo, sapendo che esiste un settore della società italiana, al momento non sappiamo quanto largo, che ha in odio l’ideologia xenofoba e razzista del governo, con l’intenzione di riverniciare un’immagine fortemente appannata e in crisi verticale di credibilità presso ampli strati popolari. D’altro canto, è evidente che il PD rappresenta un soggetto organico al progetto liberista della grande borghesia, il partito dei ricchi e di settori di classi possidenti, come peraltro dimostra anche l’analisi dei flussi elettorali.

E la sinistra (di classe)?

In un contesto in cui nella società italiana soffiano venti di egemonia reazionaria, in cui il piano internazionale è segnato da una conflittualità sempre più acuta tra Stati e blocchi di Stati, in cui è persistente l’instabilità e la crisi di rappresentanza politica della grande borghesia, e in cui le previsioni di deterioramento delle prospettive economiche segneranno una seria difficoltà per il governo di portare a casa i suoi provvedimenti-bandiera, si è aperta una fase in cui la sinistra di classe, e le correnti del sindacalismo combattivo e di classe, dovranno decidere le priorità su cui concentrare la propria azione a partire dal prossimo autunno.

La cristallizzazione di un’egemonia reazionaria trasversale a diversi settori della società, impone di superare approcci politicisti o semplicemente propagandistici, e considerare assolutamente prioritario un paziente lavoro di nuovo radicamento sociale, a cominciare dai luoghi di lavoro, passando per le scuole e le università, e continuando nei quartieri popolari delle grandi città. Occorrerà coniugare la capacità di unire le lotte e le vertenze che esistono, stimolandone di nuove, sviluppando la massima unità di azione su obiettivi parziali che aiutino a ottenere vittorie necessarie affinché settori significativi di classe lavoratrice riprendano fiducia in sé stessi, nella loro azione indipendente e nel loro protagonismo. Occorrerà coniugare la massima intransigenza contro il razzismo, la misoginia e tutte le oppressioni con la capacità di ascolto dei bisogni, delle necessità e delle aspettative di lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, ma anche dei settori impoveriti della piccola borghesia, che oggi costituiscono una parte consistente dell’ “esercito” gialloverde. Sarà necessaria la massima unità d’azione sul terreno sociale di tutte le forze, le organizzazioni, i collettivi della sinistra di classe, con un ampio e approfondito dibattito politico-strategico in forma organizzata, che è il grande assente a sinistra nel paese, diversamente da quanto accade, per esempio, negli Stati Uniti, dove alla ripresa delle lotte e della militanza a sinistra, si è accompagnato un importante dibattito sulle coordinate tattiche e strategiche di un nuovo progetto anticapitalista.

Tutte le occasioni utili dovranno essere perseguite per costruire in autunno una mobilitazione unitaria della sinistra di classe e del sindacalismo combattivo, che renda visibile e percettibile un’opposizione sociale e politica radicalmente alternativa sia alle forze di destra del governo, sia alle forze di destra dell’opposizione parlamentare (PD, FI, e FdI), e che possa porsi, in prospettiva, come punto di riferimento credibile. In tal senso è importante il sostegno alla battaglia che l’opposizione del Sindacato è un’altra cosa sta conducendo nel difficile congresso della CGIL. Se la CGIL si mobilitasse in un’azione complessiva, posizione che la minoranza sta difendendo con le unghie e con i denti in ogni congresso di base, farebbe obiettivamente la differenza, a prescindere dal giudizio, estremamente negativo delle sue incrostate burocrazie. Non è uno sforzo impossibile: il protagonismo dei delegati e delle delegate in importanti fabbriche e luoghi di lavoro, da Nord a Sud del paese, ha dimostrato che questo è possibile, oltre che necessario. In questo sforzo, non si può prescindere da un’ampia battaglia sulla difesa, il ripristino e l’estensione dei diritti democratici e di cittadinanza, che sono il complemento necessario alla battaglia sociale su contenuti di classe. Questo problema, per la verità, era già presente con il precedente governo, ma assume un’importanza ancora più centrale con questo.

Esiziale sarebbe, invece, concentrare le proprie energie sulla costruzione di alchimie elettoralistiche avulse dal conflitto sociale, su operazioni politiciste incapaci di confrontarsi con i nodi fondamentali per la ricostruzione di una credibile opzione politica anticapitalista e di classe, nella persistente illusione della centralità delle elezioni e delle istituzioni.

Ciò detto, nel quadro dell’attuale egemonia reazionaria capitalizzata dal governo e dalla presenza di opposizioni liberiste e legate organicamente al grande Capitale, non è da sottovalutare la possibilità di organizzare, nei prossimi passaggi elettorali, una presenza in grado di condurre una campagna politica basta su poche parole d’ordine chiare e immediatamente riconducibili alle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza sociale, che sia percepibile come nettamente alternativa a entrambi gli altri schieramenti.

Occorre però ribadire la necessità di capovolgere l’ordine di priorità che ha sempre caratterizzato la sinistra maggioritaria: il piano elettorale va sempre subordinato al radicamento sociale, alla ricostruzione di un sindacalismo di classe e di massa e alla ripresa del protagonismo di lavoratori e lavoratrici, all’unità dal basso, e deve essere ausiliario e strumentale a questi obiettivi, lavorando affinché la classe lavoratrice sviluppi una sana diffidenza per lo Stato, i suoi apparati e le istituzioni che lo rappresentano, costruendo, esperienza dopo esperienza, fiducia nelle proprie forze, nella capacità di poter rovesciare un ordine oppressivo e falsamente libero.

È un lavoro che richiede metodo, pazienza e costanza, e una buona dose di sperimentazione, ma è l’unico che può aprire una prospettiva che non sia l’eterna coazione a ripetere della sinistra. Questo sì, non ce lo possiamo davvero più permettere.

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