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Mentre l'Autorità Nazionale Palestinese affonda nella corruzione
I Palestinesi e il lavoro sotto l'occupazione
di Kutaiba Younis*
I dati del mercato del lavoro in Palestina indica l'aumento della disoccupazione in Cisgiordania e il suo calo nella Striscia di Gaza. Ciò nonostante i numeri sono ad illustrare una situazione più che drammatica. Questi dati, dell'ultimo trimestre del '09, sono 18.1% in Cisgiordania (17.8% il dato rispettivo dello stesso periodo dell'anno precedente) e il 39.3% nella striscia di Gaza (42.3% quello precedente). La disoccupazione tra i palestinesi del '48 si attesta intorno al 17%. In Palestina il non impiego raggiunge una percentuale prossima al 30% della forza lavoro. Una percentuale questa in continuo calo grazie a diversi fattori tra cui nell'elenco che segue: 1- L'aumento del lavoro part- time; 2- Il lavoro discontinuo; 3- La solidarietà internazionale; 4- La solidarietà dei palestinesi della diaspora e i loro progetti di lavoro per via telematica; 5- Lo sforzo immane che fa il governo di Hamas nella Striscia di Gaza per creare opportunità lavorative. 6- Lo sviluppo del settore privato che riceve incentivi e facilitazioni sia legislative che economiche. La situazione occupazionale da quanto si evince dai dati summenzionati rende l'operaio palestinese estremamente ricattabile. Pur di assicurarsi qualche introito esso è portato ad accettare condizioni di lavoro logoranti con misere paghe. Quest'ultime, anziché aumentare con l'aumento del livello della vita, sono diminuite. In 17 anni di Oslo la paga di un palestinese nei territori del '67 è diminuita dagli 800-900$ mensile agli attuali 400-600$. In compenso i membri dell'apparato amministrativo dell'ANP intascano il grosso dei soldi elargiti dai donatori internazionale. Questo sciacallaggio e corruzione della dirigenza palestinese nei territori occupati ha intaccato irreversibilmente gli investimenti stranieri nel mercato del lavoro facendo scemare l'idea di creare un'economia solida (il così detto progetto della Singapore del Medioriente). Resta il fatto che molti dei soldi donati all'ANP vengono utilizzati per pagare un esercito di 160 mila impiegati pubblici circa. Questo è molto importante anche se tale forza lavoro costituisce una percentuale esigua del resto che viene emarginato e di cui l'ANP non si interessa minimamente. Al contrario, la politica dell'ANP da sempre rimane ancorata in maniera del tutto dipendente all'economia dell'entità sionista. Questo fatto ha avuto e continua ad avere riflessi e condizionamenti economici, politici e sociali sulla società palestinese. Israele chiude sistematicamente le porte di fronte ai lavoratori palestinesi ogni volta che si profila la necessità di ricattare o la dirigenza o la popolazione. Intere famiglie rimangono, grazie a queste chiusure e alle derivanti incertezze, sul lastrico. Questo condizionamento tocca non solo la forza lavoro che accede al mercato israeliano, tocca anche quella locale grazie ai checkpoints e alle restrizione di movimento e tocca, infine, l'approvvigionamento in materie prime per il normale funzionamento dell'industria palestinese come lo dimostra la produzione farmaceutica ed agrozootecnica nei territori occupati. L'economia dell'occupazione nella quale si è inserita la dirigenza palestinese parte ancora da una dato fondamentale, ovvero il passaggio dei milioni di dollari dei donatori internazionali (Ue e Giappone p.es.)nelle banche ed economia israeliana. Israele trattiene questi enormi somme per periodi più o meno lunghi facendo girare denaro liquido che non le appartiene nella propria economia e finanza. I vantaggi di questa prassi sono abbastanza trasversali e toccano più livelli, sicuramente non l'economia palestinese la quale, invece, viene strozzata tutte le volte che Israele lo desidera. La presenza dei coloni e dell' esercito sionista nei territori aumenta il soffocamento della popolazione e dell'economia palestinesi. I prodotti palestinesi devono avere il permesso israeliano per l'esportazione, la loro vendita non è affatto garantita e spesso vengono inglobati nel mercato israeliano e venduti come prodotti dell'entità sionista sottraendo all'ANP il ricavato doganale che ne deriva. Inoltre, materie prime, acqua ed energia per le attività industriali sono fornite da israele, come del resto i permessi di apertura di impianti e poli industriali che spesso sono localizzati nelle zone B e C sotto il controllo dell'esercito di occupazione. Tutti questi elementi sono per l'esercizio di un controllo totale sulla vita, presente e futura dei palestinesi. Pochi hanno pensato che Ghassan Khanafani avrebbe previsto ed azzeccato le condizioni dei lavoratori ed il trattamento loro riservato. Egli è stato anticipatore/profetico quando nel suo romanzo "uomini sotto il sole" ha descritto tragicamente il viaggio in auto-cisterna di un gruppo di palestinesi dal Kuwait verso l'Iraq. 30 anni dopo viene a verificarsi esattamente ciò che egli ha anticipato (veramente è un fenomeno diventato globale che investe uomini e donne in cerca di lavoro anche nella fortezza Europa). Costretti a cercare lavoro nel mercato israeliano, i lavoratori palestinesi rischiano la vita quotidianamente. Essi si spostano in cerca di varchi dai quali attraversare il muro dell'Apartheid. Per questo spesso sono costretti a dormire all'addiaccio in balia di condizioni atmosferiche molto pesanti e rischiano per la presenza di animali selvatici che vengono liberati dall'esercito di occupazione per infestare il territorio. Rischiano di essere sparati sia dai coloni che dai soldati se vengono avvistati. Quando sono fortunati e riescono ad oltrepassare il muro devono mantenere l'allerta per non essere scoperti ed arrestati. In Israele vivono nella totale clandestinità e in condizioni igienico sanitarie gravissime (cosa che si riscontra anche qui in Italia per quanto riguarda gli immigrati). I ripetuti allarmi lanciati dai servizi di sicurezza israeliani gettano nel panico questi lavoratori i quali temono ritorsioni sia da parte della polizia sia da parte della popolazione sionista. Lo sfruttamento sul lavoro è al massimo perché vi è consapevolezza da parte del padronato delle loro condizioni di clandestini e quando vengono pagati per il loro lavoro, queste paghe non raggiungono un terzo di quel che percepisce un lavoratore israeliano pur lavorando di più e svolgendo le mansioni più pesanti. Spesso e malgrado la loro fatica, essi non vengono pagati e non possono farci nulla visto che reclamare vuol dire rischiare di essere denunciati alla polizia ed arrestati. Dal 2005 gli israeliani hanno iniziato a rilasciare dei permessi di lavoro attraverso le schede magnetiche. Per ottenere tale permesso occorre che il soggetto non sia invischiato in questioni politiche o di resistenza armata. Occorre avere più di 45 anni ed essere padre di famiglia. Questa tessera ha un costo che potrebbe raggiungere i 500$ al mese indipendentemente se il possessore ha lavorato o meno. Comprimere il mercato del lavoro interno e condizionare la possibilità di lavoro nel mercato israeliano costituiscono uno strumento di ricatto micidiale soprattutto per il bisogno crescente di sostenere la famiglia. Grazie a tutto ciò, in Palestina e in Israele sono nati organizzazioni malavitose per il commercio delle braccia. Il trasporto di tali uomini avviene nei camion e nelle cisterne, esattamente come fu immaginato e descritto da Khanafani. Quelli che vengono scoperti sono soggetti a mal trattamenti, arresti e al pagamento di multe salate. Spesso ed all'occorrenza vengono corrotti i soldati israeliani in stanza ai valichi. L'occupazione israeliana ha incentivato e stimolato già negli anni settanta e ottanta i giovani palestinesi ad abbandonare la scuola e gli studi per buttarsi nel mercato del lavoro israeliano. Le politiche adottate consistevano nelle alte paghe e nell'apertura quasi totale del mercato di fronte al fiume umano e delle braccia che cercavano impiego. Questo se da una parte ha migliorato le condizioni economiche dei palestinesi, dall'altra ha dato il colpo di grazia allo sviluppo economico, sociale e culturale. Così che l'economia è stata totalmente annessa a quella israeliana. L'arrivo dell'ANP anziché migliorare le condizioni dei lavoratori palestinesi le ha peggiorate. L'ANP ha dimostrato solo di essere un' istituzione completamente parassitaria. Essa dipende del tutto dai soldi dei donatori esterni, Europa e Giappone in particolare. La conduzione familiare e individualistica degli affari di "stato" ha creato un terreno fertile per il clientelismo e la corruzione. Cosi l'unico settore che abbia avuto un certo sviluppo è quello dell'impiego pubblico. A forza di assumere, quindi comprare il consenso, l'ANP spendeva quasi tutta la cassa per mantenere questa forza di lavoro che si aggira intorno ai 160.000 soggetti. Abbassare i salari per assicurare lo stipendio a tutti. Senza minimizzare l'importanza di assicurare a questo esercito uno stipendio, tale politica ha sottratto risorse importanti allo sviluppo della società e del settore privato. Inoltre, l'ANP sembra sia accontentata di avere 145’000 operai che lavoravano nel mercato israeliano. Anzi, non ci sono stati tentativi di regolare il lavoro e proteggere gli operai. Manca una legislazione adeguata e nulla può, neppure un "ministro" del lavoro dell'ANP, di fronte a casi di palese sfruttamento della mano d'opera. Cosi la forza lavoro palestinese continua a non avere punti di riferimento legali e perciò versa nella totale incertezza. Nervosismo ed insicurezza che vengono trasmessi da genitore in figlio. Forse è per questo che i giovani palestinesi sono alquanto arrabbiati, questa rabbia che spesso viene espressa in atti di ribellione sia contro la propria comunità degli "anziani" sia contro qualsiasi cosa che abbia una connessione con l'occupazione. Il malgoverno porta alla delusione, le umiliazioni quotidiane alle quali è sottoposta la popolazione genera rabbia. Questi elementi, aggiunti alla mancanza di prospettive, costituiscono una miscela esplosiva potentissima. Non è un caso che vengano ripetutamente lanciati allarmi di una nuova intifada sia da parte dell'ANP sia da ambienti israeliani.
*giornalista, segretario dell'Unione democratica arabo-palestinese, vive a Torino
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