Il sito internet del Movimento per il Socialismo
 
 
Cerca  
Menu
Home
Comunicati
Pubblicazioni
Documenti
Attività
Volantini
Campagne politiche
Contatto
Links

Giù le mani dalle Officine!
Solidariet?
Clicca qui per leggere gli articoli sulla lotta alle Officine FFS di Bellinzona e sulle FFS in generale

Contatto MPS
Contattaci online

Cerca

 
Riscaldamento climatico e mercato delle emissioni

Il business del clima

di Giorgio Ferrari*

Ripensando al vertice di Copenaghen conclusosi in modo fallimentare verrebbe da dire - con amletica riflessione - che nel regno di Danimarca c’è sempre del marcio, laddove per Danimarca intendessimo non la penisola che si affaccia sul mar Baltico, ma quel regno del mercato e della merce che domina pressoché incontrastato la riproduzione della nostra vita sulla terra.
E sempre per amor di metafora potremmo aggiungere che, così co-me il fantasma di Elsinore turbava i sogni di Amleto, il vertice di Copenaghen è stato “turbato” dal fantasma dei falsi dati sui cambiamenti climatici, ossìa dal fatto che negli ultimi anni le risultanze del IPCC (International Panel on Climate Change), che è il massimo organismo internazionale in materia di clima, sono state artatamente modificate al fine di drammatizzare le cause e i possibili effetti del riscaldamento globale. Prova ne è che recentemente (e nel silenzio più totale degli organi di informazione) l’IPCC è stato commissariato dall’ONU, cioè sottoposto al controllo di un altro Comitato di esperti, con conseguenze ancora inimmaginabili sul futuro dei già difficili rapporti tra sostenitori e oppositori del protocollo di Kyoto.
Inutile dire che questo fatto ha ridato forza ai “negazionisti” del riscaldamento globale di origine antropica (cioè causato dall’attività umana), i quali, quando non negano del tutto che la Terra si stia riscaldando, lo attribuiscono all’influenza dell’attività solare o a cicli termici naturali del nostro pianeta e accusano perciò l’IPCC di aver ceduto agli interessi delle lobbies ambientaliste che operano dentro e fuori le istituzioni europee e mondiali. In effetti, da quando hanno preso piede i cosiddetti “certificati verdi” si è sviluppato un vero e proprio settore commerciale che sfrutta il businnes dell’aria. Il commercio delle emissioni o “mercato della CO2” riproduce quanto avviene in altri settori dove le multinazionali del cibo o quelle dell’acqua speculano sulla fame e la sete dei popoli più poveri del mondo. Il meccanismo truffaldino che sta alla base di questo commercio fu proposto dall’allora capo delegazione USA Al Gore alle trattative sul clima del 1997. Esso affianca ai criteri di riduzione delle emissioni stabiliti nel protocollo di Kyoto dei meccanismi compensativi, definiti Clean Development Mechanisms (Meccanismi di sviluppo pulito), che consistono nella possibilità di commerciare crediti di emissione e di promuovere nei paesi in via di sviluppo (PVS) progetti che producano benefici ambientali in termini di assorbimento di carbonio. Dato che il protocollo di Kyoto stabilì che ciascuno dei paesi firmatari si sarebbe impegnato a ridurre le proprie emissioni rispetto ai valori certificati nel 1990 (anno di riferimento), negli anni successivi apparve chiaro che alcuni paesi (quelli più ricchi ed in particolare le loro industrie) erano decisamente in debito di emissioni (cioè seguitavano ad aumentare il loro inquinamento invece di ridurlo), mentre altri paesi che incontravano congiunture economiche sfavorevoli oppure avevano un sistema industriale meno sviluppato e quindi meno inquinante si trovavano in credito di emissioni rispetto ai valori del 1990. Di qui il commercio di questi crediti e quindi la possibilità per le industrie dei paesi più ricchi e più industrializzati di non dover effettuare grossi investimenti per abbattere l’inquinamento, ma di poter comprare la corrispondente quota da chi inquina meno.
Un caso esemplare è stato quello della Spagna che ha acquistato 6 milioni di diritti di emissione dall'Ungheria, la quale negli anni successivi al 1990, al pari di altri paesi dell’ex blocco comunista, deteneva un basso livello di emissioni dovute al crollo dell’economia. E’ evidente quindi che una volta che la CO2 è stata resa merce con un valore di mercato che può salire o scendere come ogni altro prodotto, a prescindere dall'impatto che la stessa ha sul clima, si innestano i meccanismi speculativi tipici del sistema capitalista, tanto più che le cifre riguardanti il mercato delle emissioni superano ormai i 100 miliardi di dollari. Di qui alla compromissione e alla corruzione di alti esponenti del IPCC per alterare i dati sul riscaldamento globale il passo è breve.
Ma se questo è l’argomento che i “negazionisti” usano per screditare la tesi del riscaldamento globale, va detto che altrettanta pressione e corruzione è stata usata da ampi settori dell’imprenditoria statunitense per convincere Bush a non aderire al protocollo di Kyoto perché esso avrebbe penalizzato l’industria americana compromettendone la concorrenzialità con quella europea o cinese. Nel 2007 fece scalpore negli USA la denuncia pubblica di 120 scienziati appartenenti a diverse agenzie federali che accusarono l’Amministrazione Bush di averli obbligati a rimuovere dai risultati delle loro ricerche qualsiasi riferimento ai cambiamenti climatici, o di essersi accorti che i loro articoli scientifici venivano manomessi direttamente da emissari governativi.
L’aspetto da sottolineare in questa feroce disputa tra sostenitori e detrattori delle teorie sul riscaldamento climatico, è che dietro l’apparente querelle scientifica si nasconde un vero e proprio conflitto economico tra chi intende trarre profitto dalle crisi ambientali e chi, negando le responsabilità dell’uomo, è contrario a qualsiasi strategia di risparmio energetico o a provvedimenti che incidano sulla libertà di impresa convinto che più si consuma energia, più si produce ricchezza. Ciò vuol dire che su questo tema il contrasto interno al mondo delle imprese e della finanza non è quello tipico che si sviluppa tra imprese che, pur combattendosi sul fronte dei prezzi, hanno interessi convergenti nell’allargare il mercato dei loro prodotti: qui gli interessi divergono e non c’è possibilità di farsi concorrenza, né di dividersi equamente il mercato, perché l’affermazione di una tesi comporta pesanti condizionamenti per i suoi oppositori e viceversa. E’ evidente che se si accetta la tesi del riscaldamento globale non si può che tendere a limitare i consumi e conseguentemente a preservare in qualche modo le risorse della Terra, mentre se la si nega si propende a considerarle illimitate, ovvero si dà per scontato che comunque il progresso della scienza e della tecnologia offrirà una soluzione: ma sarebbe un errore credere di trovarci in un caso di fronte ad un capitalismo responsabile (per non dire buono) e nell’altro ad un capitalismo selvaggio e perciò cattivo.
Ancora una volta si presenta la classica inversione denunciata da Marx, per cui l’ideologia ci offre una visione capovolta della realtà, che nella fattispecie (il riscaldamento globale) viene attribuita ad una indistinta attività umana e non al modo di produzione capitalistico. Il pensiero ecologico contemporaneo si è strutturato in definitiva come ideologia della natura e sposta l’attenzione dalle cause strutturali del problema (produzione di merci-valore di scambio-profitto) alla mitigazione degli effetti, per di più affidandola allo stesso sistema economico che le ha generate.
Il lacerato rapporto uomo-natura, così come tante volte è stato definito da un sociologismo spicciolo, non può trovare soluzione al di fuori di una puntuale critica della merce e della società delle merci, tenendo in mente il monito che Engels lanciava dalle pagine della “Dialettica della natura”: “A ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura allo stesso modo di un conquistatore che ha asservito un popolo straniero, che noi non la dominiamo come estranei ad essa, ma che le apparteniamo attraverso la carne, il sangue e il cervello e noi viviamo nel suo seno”.

*articolo apparso sulla rivista trimestrale Cassandra

 

 
Informazioni correlate

Diversi: l'articolo più letto
Tagli e precarietà a vagonate…

Diversi: l'ultimo articolo

Pagina stampabile  Segnala questo articolo a...