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Un dibattito sempre attuale
Partiti, sindacati,movimenti sociali
Quella che segue è un’intervista a Daniel Bensaïd apparsa sul numero della rivista “Actuel Marx” nel settembre del 2009. In questo testo Bensaïd, scomparso lo scorso mese di gennaio, affronta il rapporto, da sempre al centro del dibattito tra partiti, sindacati e movimenti sociali: un tema di grande attualità in un momento in cui la crisi economica e sociale rilancia la necessità di ampie mobilitazioni ma anche di scelte strategiche e politiche precise. Pur facendo in gran parte riferimento alla situazione francese, alcune riflessioni di fondo possono sicuramente essere utili per accompagnare le nostre pratiche riflessioni politiche.(Red).
Mentre la sinistra europea sembrava suddividere attivamente il lavoro tra partiti e sindacati, negli ultimi vent'anni si sono sviluppati movimenti sociali che cercavano di affermare la loro autonomia e la loro radicalizzazione in risposta all'indebolimento della sinistra tradizionale di fronte alla crescita del neo liberalismo. Dopo vent'anni, come si possono valutare queste forme di lotta collettiva? Dobbiamo considerarle forme di frammentazione, forze di pressione sui partiti o sui sindacati, oppure forze di ricomposizione?
Il fiorire di associazioni diverse tra loro corrisponde probabilmente sia a una tendenza ben definita, sia a un fenomeno più congiunturale. La tendenza ben definita é quella delle società contemporanee, sempre più complesse e quella del pluralismo delle realtà sociali: le contraddizioni molteplici e i modi di soggettivazione non si possono più sintetizzare a priori e non sono più riducibili in un grande soggetto storico unificante. Il fenomeno che ne risulta é la perdita di legittimità dei partiti e dei sindacati, caduti nella macina dello Stato provvidenziale. Non sono stati in grado di rispondere alla riorganizzazione delle tecniche operative per resistere alla contro riforma liberale. I sindacati si sono limitati a negoziare il rapporto capitale-lavoro all'interno delle imprese o del loro settore, quando la fine del compromesso fordista e il decentramento industriale richiedeva di reinvestire nelle pratiche territoriali. E' probabile che certe forme di organizzazione autonoma si riveleranno componenti essenziali e durature di un movimento sociale composito, che supererà largamente la funzione sindacale di pura negoziazione della forza lavoro; a meno che i sindacati non riprendano le vecchie pratiche del sindacalismo delle Borse del lavoro. E' di fatto certo che le grandi centrali tendono a gerarchizzare i loro obiettivi e a relativizzare certe rivendicazioni, prese maggiormente in considerazione da organizzazioni specifiche come i comitati dei disoccupati, i collettivi dei sans papier o le associazioni per il diritto all'alloggio. In particolare in Francia, dove meno del 10% della forza lavoro (5% nel privato!) é sindacalizzata, sarebbe dunque imprudente trarne conclusioni troppo generali. Soprattutto tenendo conto del fatto che i termini della vostra domanda tendono a mescolare cose abbastanza differenti tra di loro. Diritto all'alloggio, Act Up o AC (Action Chômage) sono associazioni che lottano per una questione specifica e i coordinamenti o comitati di sciopero sono strutture tanto più necessarie in Francia, vista la debolezza dei rappresentanti sindacali. Ma sono anche forme molto fluttuanti. Nelle lotte recenti, il fenomeno dei coordinamenti é stato meno frequente e meno spettacolare che all'inizio degli anni '90 , gli scioperi degli infermieri e dei ferrovieri, come se, con l'accentuarsi della crisi, le centrali sindacali avessero ripreso forza.
Negli ultimi decenni, le strutture-partito hanno suscitato poche discussioni, ora però sembrano ritornare di attualità. Come si spiega? Si tratta forse di una crisi dei partiti esistenti: crisi della rappresentazione politica in generale, si é esaurito il principio della ripartizione partitica della sinistra del XX secolo? E' il sintomo di una crisi di convergenza sindacati/partiti o dei vicoli ciechi dell'alternativa movimentista? O più in generale, é la conseguenza di una carenza strategica della sinistra rispetto al neoliberalismo e alla sua crisi?
Non mi piace per nulla il cliché sulla crisi "della forma partito" che nasconde troppo facilmente problemi differenziati. Se di crisi si tratta, é prima di tutto quella della politica, o se si vuole, della rappresentanza democratica, e il disimpegno dai partiti può esserne la conseguenza. E poi, é quella dei contenuti (dei programmi, dei progetti) prima di essere quella della forma. Questa crisi mostra l'incapacità dei partiti, diventati i garanti della gestione dello Stato previdenza, a far fronte alla contro riforma liberale iniziata nei primi anni '80. Ed infine é la crisi per una ridefinizione delle pratiche militanti animate da una nuova esigenza democratica e culturale, rispetto alle trasformazioni sociali, con l'emergere di nuove questioni prioritarie come la crisi ecologica, e con l'utilizzo di nuovi strumenti di comunicazione che rompano il monopolio sull'informazione, di cui si nutrono i grandi apparati burocratici. Detto questo, sarebbe semplicistico opporre una cultura decentralizzata, reticolare, a forme sindacali o partitiche cristallizzate su certe forme dello Stato. E' accertato che il discorso sulla rete e la fluidità é conforme alla società liquida di un capitalismo liberale che coniuga efficacemente sia la centralizzazione che la decentralizzazione come ben lo dimostra la multinazionale americana Wal Mart, (proprietaria dell'omonima catena di negozi al dettaglio, NdT) (vedi a proposito il piccolo libro edito da "Les Prairies ordinaires"). La caduta del Muro di Berlino e la scomparsa dell'Unione sovietica hanno segnato la fine di una lunga sequenza storica e l'inizio di una nuova sequenza che ha obbligato tutti gli attori, politici e sociali, a ridefinirsi. La nuova moda del "ri" (rinnovamento, rifondazione, ricostruzione, ecc.). In un primo tempo, come sempre dopo le grandi sconfitte (e come negli anni 1830 sotto la Restaurazione), si produce ciò che io chiamo un periodo utopico, un periodo di fermenti, di sperimentazioni, di tentennamenti. Ciò che é successo alla fine degli anni '90 e all'inizio del decennio, in particolare nel movimento altromondista: una effervescenza utopica necessaria, ma accompagnata da un discorso semplicistico che opponeva il "buon" movimento sociale alla "sporca" politica. Da qualche anno ciò incomincia a cambiare, si è prodotta una disaffezione che si accelera con la crisi. La pretesa di autosufficienza dei movimenti sociali (presa in prestito da alcuni ideologhi più che teorizzata personalmente) mostra i suoi limiti. La questione politica ritorna in primo piano, e con lei un certo gusto al re-impegno, forme partitiche comprese.
Come si potrebbero definire oggi i partiti di sinistra, le forze sindacali e i movimenti? Come ridefinire le forme di intervento specifiche di tutte queste forze, per esempio nei campi dove intervengono insieme, come il lavoro salariale, i servizi pubblici, le discriminazioni? Come si devono porre in una prospettiva di convergenza e di complementarietà?
E' sempre più esplicita e artificiosa la forma di divisione del lavoro che verrebbe rilevata dal sociale a differenza di quella rilevata dalla politica. I movimenti sociali, evidentemente, producono politica nel buon senso del termine. I movimenti dei sans-papier, quando obbligano la cittadinanza a riflettere sui rapporti tra il nazionale e lo straniero; i movimenti dei disoccupati, quando obbligano a riflettere sul rapporto salariale; le associazioni dei pazienti o dei ricercatori, quando rimettono in causa lo statuto della scienza e della ricerca; il movimento delle donne, evidentemente, quando contesta la divisione del lavoro ed i ruoli sociali, ecc. Reciprocamente, i partiti, se non si accontentano di essere solo macchine elettorali, si nutrono di queste esperienze; le inseriscono nelle prospettive per il futuro e alimentano le lotte sociali con tentativi di sintesi programmatica. Tra movimenti sociali e partiti vi è dunque una differenza non di concetto ma di funzione. Il loro rapporto può fondarsi su una percezione chiara di questa differenza e sul rispetto reciproco della loro indipendenza. Tutto ciò dipende in pratica dalla capacità dei militanti dei partiti (che non sono zombi estranei o esterni ai movimenti sociali, ma che sono anche loro salariati, donne, inquilini, pazienti, sindacalizzati...) di articolare proposte nel rispetto dell'autonomia e delle regole democratiche dei movimenti ai quali partecipano. Quanto alla convergenza tra partiti e sindacati, molto dipende dal percorso storico dei diversi paesi. La Carta di Amiens (documento con il quale, nel 1906, il sindacato CGT proclamò la sua indipendenza dai partiti politici NdT) è piuttosto una specificità francese, mal compresa nella cultura anglo-sassone. Recentemente, l'esperienza del LKP in Guadalupa o del movimento del 5 febbraio in Martinica hanno dimostrato che un raggruppamento unitario di sindacati, di associazioni, di partiti, ha potuto essere un'arma indubbiamente efficace.
Quali sono, a suo giudizio, gli ostacoli principali a una tale convergenza nell'ambito di un progetto di trasformazione sociale radicale? E come potrebbero essere superate?
Gli ostacoli sono di diversa natura. Il primo è sicuramente la divisione alimentata dalla logica concorrenziale del capitale, che oppone i lavoratori tra di loro, individualizza gli statuti, i salari, il tempo di lavoro; che atomizza i collettivi, oppone il pubblico al privato, chi lavora a chi sciopera, i francesi agli immigrati, ecc. L'altro ostacolo, che non è da meno, è quello che la sua domanda suppone risolto, e cioè che esista un progetto "condiviso di trasformazione sociale radicale". Ne siamo molto lontani e non a causa delle incongruenze o della cattiva volontà di tal o tal altro apparato, ma a causa degli effetti dell'alienazione sul lavoro, del feticismo commerciale, del circolo vizioso del dominio. Succede che questo cerchio possa essere rotto, come può succedere che venga interrotta la routine dei lavori e dei giorni, ma ciò accade in situazioni particolari, in situazioni di crisi sociale e politica. Perché il tempo politico non é il tempo lineare, "omogeneo e vuoto" dei periodi elettorali; è un tempo frantumato, discontinuo, scandito a singhiozzi. Bisogna prepararsi a queste situazioni simultaneamente in modi diversi e su piani differenziati. A livello di partito, memorizzando e sintetizzando le esperienze più feconde, lavorando quotidianamente affinché le idee scaturite da queste esperienze facciano il loro cammino. Nei sindacati e nelle associazione, sottraendo quotidianamente spazio a coloro che nulla o poco fanno e agli interessi dell'apparato, modificando i rapporti di forza interni. Nelle lotte, privilegiando il più possibile l'emergere di forme unitarie e democratiche di auto-organizzazione e di auto-gestione.
Per sfidare la centralità del capitalismo, questa convergenza dovrebbe fondarsi esclusivamente sull'uguale dignità di tutte le lotte contro la dominazione e lo sfruttamento? Potrebbe ammettere anche principi di gerarchizzazione pratica?
Ammettere una gerarchia delle pratiche, sarebbe tornare all'idea di una "contraddizione principale" (i rapporti di classe), a cui sarebbero subordinate questioni ritenute secondarie (la questione ecologica o femminista, le discriminazioni razziali...). Si può - si deve - invece partire da ciò che voi chiamate "l'uguale dignità di queste lotte" senza pertanto permettere che il loro pluralismo porti alla dispersione. La dominazione sistemica dello stesso capitale li unisce e spiega come movimenti così diversi - sindacati industriali, movimenti femministi, associazioni culturali, movimenti ecologisti, movimenti indigeni, sindacati contadini ed altro ancora - abbiano potuto facilmente riunirsi nei forum sociali. Senza dover parlare di gerarchia, si può dunque constatare che i diversi campi sociali non giocano lo stesso ruolo. Persino Pierre Bourdieu ammetteva che il campo economico non ha lo stesso peso del campo mediatico o di quello scolastico. Si può anche constatare che certi movimenti (movimento contro la guerra, per esempio) sono più intermittenti di altri (il movimento sindacale). Queste differenze sono rivelatrici di un atteggiamento " iperdeterminato" dal dominio impersonale e sistematico del capitale, e ne risulta dunque che i rapporti di classe e di genere sono senza dubbio le due grandi diagonali attorno alle quali possono confluire in modo non gerarchico tutte le resistenze.
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