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Francia, la riforma delle pensioni è lanciata...
La mobilitazione dei salariati pure!
di Francesco Sergi
Si sa ormai per certo che il costo dell'intervento pubblico per salvare banchieri e speculatori al momento della crisi finanziaria dovrà essere interamente sopportato dalla maggioranza della popolazione, da giovani, pensionati e salariati, per permettere a proprietari e azionisti di mantenere i loro tassi di profitto. Il conto da saldare si presenta ora attraverso una campagna di austerità delle finanze pubbliche: una campagna internazionalmente coordinata, in particolare a livello europeo; una campagna di grande portata, sia dal punto di vista quantitativo, sia per l'impatto violento sui principali diritti sociali e democratici. La riforma dei sistemi pensionistici rappresenta l'elemento strutturale più importante nei piani di rigore finanziario, oltre che quello capace di condizionare per più tempo la vita di milioni di salariati. Sei paesi della zona euro hanno già adottato provvedimenti per un aumento dell'età pensionabile; molti altri vi si apprestano. In Francia, dopo qualche settimana di consultazioni-negoziato con padronato e sindacati, il governo Sarkozy ha finalmente sputato il rospo, presentando la propria proposta di riforma delle pensioni che sarà sottoposta all'approvazione parlamentare in settembre. Chi temeva il peggio non ha certo potuto dirsi sollevato… il che la dice lunga sull'efficacia delle contrattazioni delle direzioni sindacali… Tra le diverse opzioni possibili (cfr. Solidarietà 7 maggio 2010) la scelta è ricaduta sull'aumento dell'età pensionabile e sull'allungamento della durata dei contributi. Se oggi l'età pensionabile è fissata a 60 anni, ma per poter intascare una pensione completa è normale lavorare fino a 65 anni, a partire dal luglio 2011 l'età pensionabile passerebbe a 62 anni, quella "normale" a 67. Con l'allungamento della durata dei contributi a 41,5 anni per le giovani generazioni, che entrano sempre più tardivamente sul mercato del lavoro e spesso con statuti precari, diventerà sempre più difficile cavarsela. Le donne sono l'altra categoria duramente colpita dall'aumento dei contributi: per le donne (sottoposte più degli uomini all'impiego precario, alla disoccupazione e a interruzioni dell'attività) sarà sempre più difficile riuscire a accumulare i 41,5 anni richiesti per ottenere una pensione "piena": già attualmente le rendite delle donne sono largamente inferiori a quelle degli uomini. Il progetto del governo francese vuole in secondo luogo sviluppare un sistema pensionistico più individualizzato (ricordiamo che in Francia il sistema pensionistico funziona per ripartizione). Tra le altre cose, in questo logica si iscrive la "soluzione" proposta in materia di lavoro usurante: sarà possibile beneficiare ancora del pensionamento a 60, ma individualmente e soltanto se si è in grado di dimostrare un'invalidità del 20% almeno, e a patto di poter attestare il legame tra handicap e attività professionale. "I salariati devono essere fisicamente usurati [dal lavoro] al momento di andare in pensione": una piccola citazione del testo governativo che permette di capire la logica implacabile della riforma. Altro tentativo di dividere l'insieme dei salariati è il differente approccio che la riforma riserva al settore privato e al settore pubblico (o para-pubblico, i cosiddetti "regimi speciali"): differenti scadenze, differenti gli aumenti dei contributi. Il livellamento si fa ovviamente verso il basso, attraverso un discorso condito da una retorica sui "sacrifici per tutti" e la "fine dei privilegi". Sarkozy, degnamente spalleggiato dall'atonia dei social-liberali e delle burocrazie sindacali, potrebbe ciononostante vedere il suo progetto arenarsi. Una possibilità esiste, nella misura in cui esiste un rigetto diffuso e indignato di questa riforma: il 24 giugno, quasi due milioni di manifestanti (stima CGT) hanno sfilato in tutte le città di Francia, cioè due volte il numero di manifestanti della precedente giornata (27 maggio). Si sono tenuti cortei imponenti nei maggiori centri ma c'è stata soprattutto una sintomatica crescita del numero di manifestazioni, organizzate anche in località più piccole. Queste due giornate di mobilitazione hanno mostrato, con il loro successo la combattività che esiste tra i lavoratori per difendere i propri diritti sociali e democratici. La sfida da qui a settembre è di organizzare questa combattività in una lotta articolata e sulla durata, uno sciopero generale: l'idea che costruire un tale rapporto di forza contro il governo e la classe dominante sia possibile non è ancora affatto una convinzione, ma sono sempre di più a pensare sia la sola opzione possibile. Centinaia di collettivi unitari, organizzati attorno a un appello lanciato da ATTAC e dalla fondazione Copernico, sono all'opera in questa prospettiva e hanno animato la discussione e la mobilitazione nelle ultime settimane; i militanti anticapitalisti sono per il momento tra le componenti più attive di questo processo che potrebbe portare all'esplosione della mobilitazione.
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